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Fate così, fate cosà: il sistema ci ammaestra

I liberisti sono già insopportabili di per sé, con la loro pretesa di mettere l’economia e il profitto al centro dell’esistenza, ma in certi casi riescono a superarsi. Atteggiandosi, talvolta in modo più evidente e talaltra meno, a portatori di principi morali. E a maestri di vita.

Moltissimi ricorderanno, ad esempio, l’irritante sortita di Mario Monti a febbraio 2012, quando nel pieno della sua celebrazione quale Salvatore della Patria (e financo dell’Euro) se ne uscì dichiarando: «Che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita». Geniale! In tempi di altissima disoccupazione/precarizzazione era l’equivalente lavorativo di un ammiccante, sussiegoso, salottiero, «ma che noia vivere sempre nello stesso appartamento» rivolto a gente che abiti nelle baracche, o per strada. Rivolto a distanza di sicurezza, si intende: i destinatari, laddove fossero presenti al pur amabile rimbrotto, potrebbero non avere lo stesso, squisito sense of humour e reagire in maniera, come dire, inurbana

Domenica scorsa, invece, è stata la volta del ministro della Pubblica Istruzione, Maria Chiara Carrozza. Che nell’elegante cornice del Forum Ambrosetti, presso l’Hotel Villa d’Este in quel di Cernobbio sul Lago di Como, ha rivelato di avere un obiettivo preciso, riguardo all’integrazione fra scuola e lavoro: «Mai più un laureato che arriva a 25 anni senza aver mai avuto un'esperienza come cameriere o assistente in libreria». Difatti, ha chiarito, «Aziende molto importanti, presenti anche qui, quando selezionano le risorse si aspettano che il candidato abbia avuto esperienze di lavoro prima della laurea».

Giusto, perbacco: non sia mai che debbano essere le imprese, e men che meno le stesse «aziende molto importanti», a farsi carico di professionalizzare i giovani che assumono, sul doppio binario dell’applicazione operativa di ciò che essi hanno appreso studiando e della capacità di misurarsi adeguatamente con le molte e diverse difficoltà/responsabilità del mondo produttivo. L’idea, assai manageriale e appena un tantino cinica, è che l’onere dell’essere preparati sotto ogni riguardo, da quello delle cognizioni astratte a quello delle competenze concrete, ricada quanto più possibile su chi si propone. E se poi, a fronte di tutto ciò, il massimo che si ottiene è un contrattino a tempo determinato e a quattro soldi, è vietato scandalizzarsi: non lo sapete che nell’era della competizione globale il “tutti-contro-tutti” è la regola, anche all’interno della stessa nazione e, addirittura, della stessa azienda? Non la cogliete la bellezza, magari severa ma al contempo inebriante, del doversi conquistare ogni singolo centimetro lungo il crinale, o il precipizio, dell’ascesa economica?  

Apparentemente, il ragionamento della ministra è fondato. E persino apprezzabile, nel suo denunciare un «deficit della nostra formazione universitaria», che in effetti si riduce troppo spesso a un diplomificio autoreferenziale e inattendibile. A guardare con maggiore attenzione, però, in questi richiami all’impegno sia delle istituzioni che dei singoli cittadini si coglie la dilagante acquiescenza nei confronti dei desideri, se non proprio dei diktat, delle imprese. O, per meglio dire, dei capitali che ne tirano i fili e che sono perennemente a caccia della massima remunerazione. Con ogni mezzo. Con le bolle speculative in Borsa, con l’abbattimento forsennato del costo del lavoro, con la continua rincorsa, oggi qui e domani là, ai benefici fiscali concessi dalle nazioni che cercano di crescere o di rilanciarsi.

Una spregiudicatezza che è ormai diventata abituale e che non esita, appunto, ad ammantarsi di un valore assoluto. Non contenti di costringere gli esseri umani a lavorare e vivere come pazzi – inseguendo livelli sempre più alti di reddito e di consumo nelle fasi di boom, o la mera sopravvivenza in quelle di crisi – tendono ad aggiungerci una legittimazione oggettiva. L’arbitrio della minoranza più ricca si occulta, e si reinventa, dietro la maschera di una sorta di comandamento laico, per cui la sottomissione della stragrande maggioranza diventa un interesse comune, benefico, sacrosanto. Nonché l’architrave di una condotta personale matura, retta, esemplare. In parte lodevole e in parte inevitabile.

A chiacchiere si dicono apostoli della libertà individuale e nemici giurati dello “Stato etico”, ma in realtà mirano a creare (e per molti versi, purtroppo, hanno già creato) una prigione dal regolamento inflessibile, che esige non soltanto l’obbedienza ai fini pratici ma un’adesione interiore. Essere efficienti è doveroso. Mettersi al servizio del sistema è giusto, senza se e senza ma.

Per chi abbia la lucidità di comprenderla è una parodia grottesca. Per chi vi resti intrappolato è un dramma senza scampo.

Federico Zamboni

 

Vedi anche:

10 gennaio 2010 – “Sacconi: «Ragazzi, accettate qualunque lavoro»”

16 febbraio 2010 – “Una proposta concreta contro i bamboccioni”

2 febbraio 2012 – “Ma che noia, ‘sto lavoro fisso”

23 febbraio 2012 – “Fornero, Lady Choosy”

 

 

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