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Il posto della felicità? Il relativismo culturale

In certe zone dell’Africa Orientale non esiste il vocabolo “amore” e, dati i tempi, nella prossima Assemblea Generale dell’Onu si potrebbe legittimamente decretare che, ad esempio in Kenya, è assente il sentimento amoroso o, per lo meno, per non essere tanto disfattisti, che questo occupi l’ultimo posto nella classifica mondiale dei Paesi più “amorevoli”. 

Identica sorte per il Togo, il quale, a detta di un recente rapporto del Palazzo di Vetro, tra tutti è il luogo meno “felice” sulla Terra. A tale riguardo, l’Italia – marcata stretta da Slovenia e Slovacchia – smarrendo la benemerita 28/ma postazione, è risultata essere 45/ma nella graduatoria globale della felicità. Una gravissima sconfitta, questa, per il Belpaese. 

In compenso gli “amici” Stati Uniti, seppure anche loro abbiano perso quota, sono alla 17/ma posizione della gaia hit parade. Mica male per una Nazione che, attraverso “correttissime menzogne”, vive di distruzione fisica e morale – in vista della Pace, si intende – tuttavia è troppo facile prendere di mira gli obesi Stati Uniti: più dei trattati storici, infatti, basterebbe leggere la sezione “Strano, ma vero!” della Settimana Enigmistica per stilare un’efficace statistica su chi sia il popolo socialmente più imbecille della Terra, ma essendo la mira troppo semplice, accanirsi appare “sleale”. 

La questione di fondo, piuttosto, riguarda il profondo relativismo del concetto di felicità, il quale non può e non deve essere considerato alla stessa stregua per tutti i popoli, persino quando ci si trova all’interno di un medesimo confine territoriale. Ciò che renderebbe allegro un inglese, difatti, è molto probabile che inorridirebbe un afgano; al contempo, quello che tedierebbe sino allo sfinimento un torinese medio, affascinerebbe inesorabilmente un nisseno altrettanto medio. 

Con simili presupposti, come stilare allora una realistica classifica sulla felicità? Gli usi e i costumi, che siano essi cosmopoliti o tribali, hanno una propria ineffabile ragione d’essere, non d’avere.

Hanno poi un bel dire i rapporti dell’Onu a sottolineare che la statistica svoltasi negli ultimi giorni si basa principalmente sui “beni dell’umanità non materiali”, quali famiglia, amicizia, tempo libero (altra aberrazione contemporanea), e cose del genere, ma da che mondo è mondo, sono proprio le cosiddette “qualità ideali” a non essere mai paragonabili tra loro e, dunque, a non essere mai paritarie. Inclusi l’amore e, certamente, la giustizia, persino quella del taglione.

Sostanziale e veritiera resta la testimonianza di Hemingway in “Vero All’alba”: «Era un uomo molto complicato, fatto di coraggio assoluto, di tutte le buone debolezze umane e di una capacità assai critica e particolarmente sottile di capire la gente. Era tutto dedito alla famiglia e alla casa, ma per quanto amasse la moglie e i figli, preferiva vivere lontano da loro».

Da noi, un tipo così, verrebbe giudicato senza appello un egoista fatto e finito; in Kenya, invece, uno così, verrebbe chiamato semplicemente nomade. A voi la sublime differenza.

Fiorenza Licitra

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