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La Cina punta alla riunificazione con Taiwan

A più di sessant’anni dal distacco di Taiwan dalla Cina, l’omonimo Stretto rimane tuttora l’ostacolo più grande dal punto di vista geografico e allo stesso simbolico della riunificazione dell’isola con Pechino. Una riunificazione che, nell’ottica della Repubblica popolare cinese, potrebbe sicuramente rafforzare l’economia e il Pil nazionale – in leggero declino con il 7,5 per cento quest’anno – rispetto agli standard degli anni precedenti, rappresentando inoltre motivo di orgoglio nazionale.

Nel corso della sua storia, Taiwan ha subìto prima l’occupazione del colonialismo europeo e giapponese per poi diventare il campo di battaglia tra il governo cinese e quello dell’isola, soprattutto a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo grazie alla longa manus degli Usa, che punta a contenere la prospettiva della Repubblica cinese di aprirsi un varco verso l’Oceano e soddisfare le spinte nazionalistiche all’interno del Partito Comunista. 

Negli ultimi anni, le tensioni tra Cina e Taiwan si sono allentate, nonostante la dislocazione di missili cinesi diretti contro l’isola e un sostanziale ammodernamento del potenziale militare grazie all’aiuto americano. Per questo Pechino ora spera che una maggiore integrazione economica, grazie anche ai buoni rapporti commerciali intessuti dalla Repubblica popolare con tutta l’area e alle infrastrutture che vuole realizzare nello Stretto di Taiwan, possano riportare l’isola nella sua orbita fino a compiere il passo decisivo per attuare l’ambito ricongiungimento, fortemente osteggiato dal Pentagono. Gli Usa hanno deciso di monitorare con attenzione quello che succede, nella prospettiva di volgere lo sguardo verso l’area Asia-Pacifico con il sostegno dei Paesi limitrofi (Giappone, Filippine, Vietnam, Singapore, ecc.) e dell’Australia.

Il 5 agosto scorso il quotidiano South China Morning Post ha riferito che nel progetto avanzato dal Celeste Impero recentemente approvato per il 2013-2030, vi sarebbe la creazione di una rete autostradale nazionale: il Consiglio di Stato cinese ha infatti incluso due progetti che permetteranno di collegare Taiwan alla terraferma. Uno dovrebbe riguardare il percorso della Pechino-Taipei Expressway, che partendo dalla capitale cinese dovrebbe passare attraverso Tianjin, Hebei, Shandong, Jiangsu, Anhui, Zhejiang e nel Fujian Fuzhou prima di attraversare lo Stretto e raggiungere la capitale Taipei. Un altro invece dovrebbe dirigersi verso l’entroterra, cominciando a Chengdu per passare attraverso Guizhou, Hunan, Jiangxi e Fujian Xiamen, e quindi il Kinmen - l’arcipelago amministrato da Taipei – prima di terminare a Kaohsiung, nel sud di Taiwan.

Il piano ancora in fieri non specifica che tipo di infrastrutture verranno costruite – se un ponte oppure un tunnel – ma lo scopo dovrebbe proprio essere quello di collegare la Cina, ovvero la parte continentale della Repubblica popolare, a Taiwan per gli oltre 180 chilometri (111 miglia circa) dello Stretto. Tuttavia la proposta risale al 1996, se non addirittura ad alcuni anni prima, quando Pechino ha chiesto pubblicamente di poter realizzare queste infrastrutture. Un progetto che quando venne formulato prevedeva la realizzazione di un tunnel sottomarino lungo 122 chilometri, che veniva ritenuto preferibile a quello di un ponte a causa della sua maggiore resistenza a particolari sollecitazioni sismiche proprio per la sua posizione in acque particolarmente profonde ed estremamente pericolose. Questo tunnel collegherebbe così l’isola di Pingtan della provincia del Fujian alla città di Hsinchu, situata nel nord di Taiwan (ovvero nello Stretto di Formosa) – una distanza di quasi tre volte quella del tunnel che scorre sotto la Manica e che collega il Regno Unito alla Francia. Dovrebbe raggiungere un costo di realizzazione pari a circa 400-500 miliardi di yuan. Un’altra proposta, avanzata sempre da Pechino, prevede il collegamento del settore sud-occidentale di Taiwan, in particolare la contea di Chiayi, con il piccolo arcipelago di isole di Kinmen (Qemoy) attraverso un tunnel o un ponte, che arriverebbe a congiungersi con la prevista infrastruttura in grado di collegarlo alla città di Xiamen, situata nella provincia cinese del Fujian.

Oltre ai costi economici enormi legati alla costruzione di un ponte o addirittura di un tunnel nello Stretto di Taiwan, vi sarebbero dei problemi riguardanti la sicurezza, ovvero di vulnerabilità geologica, soprattutto a causa dei consueti terremoti nell’area, in più la larghezza dello Stretto costituirebbe una delle maggiori sfide tecnico-ingegneristiche per una piena e completa realizzazione e messa in sicurezza. Anche se le infrastrutture venissero costruite, non è chiaro se sarebbero economicamente valorizzabili visto che aerei e navi sono già autorizzati a viaggiare di frequente attraverso lo Stretto. Insomma una mossa di Pechino per conquistare dolcemente l’isola con la sua economia in continua crescita e i suoi intensi scambi commerciali in tutta l’area.

Per decenni Cina e Taiwan non hanno avuto alcun rapporto ufficiale e le infrastrutture che attualmente collegano i due Stati rappresentano qualcosa a cui soltanto Pechino anelava. Taipei non vedeva di buon occhio nessuna costruzione per il collegamento tra le due realtà statuali a causa delle sue debolezze potenziali nell’ambito della sicurezza militare, dal momento che potrebbe consentire un più facile accesso all’isola da parte dell’esercito cinese nel caso di una crisi tra i due Stati. E mentre le tensioni in questi ultimi anni sono venute meno, i colloqui tra le due parti riguardano soltanto le relazioni economiche e culturali, escludendo tutti i rapporti di natura politica. Combinato con problemi logistici, l’assenza di relazioni dirette tra i due rende estremamente improbabile che l’infrastruttura venga costruita in tempi molto brevi.

Anche se un ponte o un tunnel di collegamento rimane per ora un’ipotesi, la speranza di Pechino per colmare il divario con lo Stretto di Taiwan ha raggiunto lentamente la realtà, ai primi di luglio, ed è avvenuto quando Pechino e Taipei hanno portato a termine un progetto per la fornitura di acqua dalla terraferma a Kinmen, un’insieme di isole legate a Taipei e situate a meno di 3 chilometri dalla costa a Fujian. Secondo il piano, che è stato a lungo osteggiato da Taiwan e ha aspettato ben 10 anni di negoziati prima di essere realizzato, l’acqua viene inviata dalla provincia del Fujian fino a Kinmen nel punto in cui il collegamento tra i due Stati è minore in termini di distanza.

Per alleviare la persistente carenza d’acqua dell’isola, sono state infatti proposte due possibili rotte per le condutture, una di lunghezza pari a 26,8 chilometri per far convogliare l’acqua dal serbatoio di Jinji in Jinjiang proveniente dal Fujian per rifornire Kinmen, e un’altra di 30 chilometri di lunghezza, con quasi 9 km sottomarini e in grado di collegare il fiume Jiulong a Xiamen, così come al serbatoio della città di Tingxi. Questa condotta d’acqua sarebbe la prima infrastruttura di collegamento attraverso lo Stretto. Significativamente, la Cina ha portato avanti il progetto anche se la provincia cinese di Fujian continua a soffrire di una carenza di acqua persistente, rendendo chiaro come Pechino ritenga strategicamente importante il collegamento con Taiwan. Durante i negoziati, sono poi riemerse le discussioni e le proposte di costruire un ponte che colleghi Kinmen a Xiamen.

Rispetto alla più ambiziosa proposta di collegare il continente a Taiwan tramite un ponte o un tunnel, la pipeline di Kinmen non è di per sé molto significativa. Tuttavia, questa offre un esempio di come Pechino sia disposta a sacrificare ciò che il pragmatismo al bene superiore dei suoi obiettivi strategici impone. 

In particolare, Kinmen un tempo era stata la principale frontiera militare, fino alla fine della situazione di stallo dello Stretto, nel 1992, e Pechino ritiene che colui il quale è disposto a sostenere l’isola può rappresentare un degno esempio di integrazione per tutto lo Stretto. Pechino ritiene inoltre che potrebbe consentire ai residenti di Taiwan di beneficiare di una crescente interazione economica con la Cina senza minare l’indipendenza politica di Taipei.

Il rafforzamento dei legami tra le due sponde ha poi coinciso e anzi favorito l’integrazione, nonché il tentativo della Cina di proiettare l’influenza economica all’esterno, anche in direzione di Taiwan. Unito alle capacità militari di gran lunga superiori di Pechino, gli incentivi economici per la cooperazione con lo Stretto hanno costituito la spina dorsale delle sue intenzioni assolutamente meno aggressive verso l’isola a partire da un decennio a questa parte, e nonostante la dislocazione negli ultimi anni di missili puntati in direzione di Taiwan, come detto, e il sostegno militare americano all’isola in chiave anticinese garantito da nuovo armamento ed equipaggiamento militare.

Mentre la riunificazione con Taiwan resta pur sempre l’obiettivo finale della Repubblica popolare, tuttavia è stato ampiamente riconosciuto dalle élite politiche di Pechino che, fino a quando rimarrà possibile una riunificazione pacifica, non vi è urgenza e nemmeno alcuna necessità strategica di raggiungere una soluzione definitiva, a meno di una grave crisi tra i due Stati.

Attualmente, invece, Pechino si sta concentrando su un approccio più conciliante per rafforzare l’idea e la prospettiva di interdipendenza, impedendo così che Taiwan si allontani dalle relazioni con la terraferma sia economiche che politiche. Almeno per ora Taipei sembra essersi riconciliata grazie all’approccio con la strategia della cosiddetta politica economica della terraferma. Questa strategia permette di beneficiare della cooperazione commerciale con la Cina creando un ambiente relativamente tranquillo, il quale potrebbe garantire un benefico sviluppo a Taipei senza il pericolo di veder minacciata la sua identità autonoma e indipendente rispetto al colosso cinese.

L’enfasi di Pechino riguardo all’interdipendenza fra le due realtà politiche ha senza alcun dubbio dei meriti. Nel corso degli anni, la Cina ha beneficiato dell’allentamento delle restrizioni per il commercio e gli scambi culturali con Taiwan, grazie agli investimenti di Taipei ha contribuito a migliorare il proprio settore industriale. Un governo meno ostile alla guida dell’isola è stato importante soprattutto per la legittimazione politica di Pechino a livello internazionale. Inoltre, la Cina ha garantito l’apertura di un mercato più ampio insieme a politiche commerciali e di investimenti preferenziali con Taiwan che l‘isola non ha trovato eguali altrove. Attualmente, il commercio con la Cina e Hong Kong rappresenta quasi un terzo dell’economia di Taiwan, e questo progetto di Pechino, qualora venisse realizzato, potrebbe aiutare l’isola a evitare un ulteriore calo del Pil, accompagnato dal rallentamento economico e da ulteriori conseguenze nefaste provocate dalla crisi economica globale.

È indubbio comunque che la proposta di costruire questa infrastruttura rappresenta un passo importante e simbolico nella strategia cinese che punta all’integrazione dell’isola. 

I flussi commerciali possono cambiare rapidamente così come gli interessi debbono spostarsi soprattutto ora che l’economia cinese sta subendo cambiamenti interni di notevole entità. Di conseguenza, un gasdotto o un tunnel non è particolarmente importante in sé e può anche sembrare irrealistico e poco pratico, ma messi insieme alle altre scelte e agli ulteriori sviluppi in corso sembrano tutti puntare a un nuovo tipo di pensiero strategico riguardo alla Repubblica popolare cinese, decisa ad ogni costo a crescere il più rapidamente possibile, senza rallentamenti e in modo inarrestabile in tutti i settori, da quello dei rapporti commerciali a quello militare, seguendo la strategia del cosiddetto soft-power in linea con la tradizione millenaria del Dragone cinese che prevede una lenta penetrazione e conquista culturale ed economica.

Andrea Perrone

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