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Squinzi ci vede bene. Il disegno è chiaro

Nello stesso identico momento nel quale l'Istat ha rivisto per l'ennesima volta al ribasso le stime di crescita economica del nostro Paese, non solo il governo ha continuato a manifestare "ottimismo", ma addirittura dalla sedia più importante di Confindustria Squinzi ha dichiarato senza mezzi termini che "siamo fuori dalla crisi" e che "la ripresa è iniziata". Se non si è in grado di mettere un po' d'ordine alle idee si rischia pertanto di perdersi nella dissociazione psichiatrica.

Dunque, secondo l'istituto di statistica nazionale alla fine del 2013 il Prodotto Interno Lordo scenderà a -2.1%, con una diminuzione, e questa volta non si tratta di previsioni ma di dati rilevati attuali, dello 0.3% rispetto allo stesso trimestre dell'anno passato. La stima preliminare, comunicata il 6 agosto e già allora rivista al ribasso, prevedeva un calo congiunturale dello 0.2% e uno tendenziale annuo del 2%. Adesso a quest'ultima previsione si aggiunge quindi un ulteriore zero virgola uno. E non si è ancora rilevato ovviamente il quarto trimestre. Quanto sarà, a fine anno, il calo reale? Resta da vedere. E lo vedremo, ma le supposizioni in tal senso, visto il recente rinnovo di 75.3 milioni di ore di cassa integrazione in deroga (ad agosto), non fanno pensare a nulla di buono.

Noncurante di questo, come detto, e noncurante degli effettivi numeri in merito al crollo di spesa delle famiglie, se da un lato sono arrivati nelle settimane scorse alcuni numeri incoraggianti dall'Europa (che abbiamo commentato suggerendo cautela e una chiave di lettura diversa giorni addietro, qui) come detto, il patron di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha dichiarato con tranquillità che «l'Italia è una svolta» e che, soprattutto, in modo roboante, «la recessione è finita».

Anche la Banca Centrale Europea, a onore di cronaca, ha appena migliorato le sue "stime" sul Pil (a livello europeo prevede un calo dello 0,4% quest'anno e addirittura un aumento dell'1% il prossimo anno) non mancando però di avvertire l'Italia sull'ennesimo rischio di sforare il rapporto deficit/Pil in seguito alle "avventurose" misure fiscali prese recentemente (ovvero operazioni senza copertura).

In ogni caso, c'è qualcosa che non torna, per ora. Ma a breve, grazie a una seconda dichiarazione dello stesso Squinzi, le cose appariranno più chiare.

Andiamo per ordine. Le stime di viale dell'Astronomia sono molto differenti rispetto a quelle dell'Istat: per Confindustria il calo del Pil a fine anno sarà solo dell'1.6% (e dunque non del 2.1 come previsto dall'istituto nazionale) e, addirittura, l'anno prossimo salirà, anche se di poco, il numero degli occupati, facendo registrare un macro-aumento dello 0.1%.

La dichiarazione di Squinzi, fuori di (facili) ironie che pure dovrebbero essere concesse a fronte di tali parole, sono state pronunciate a favore di due elementi con i quali Confindustria va ovviamente a braccetto: quello politico e quello industriale. Uniti, peraltro, considerando che le scelte politiche nel nostro Paese si ripercuotono poi fatalmente dal punto di vista dell'occupazione, e dunque dell'industria, soprattutto per quanto riguarda la definizione dei contratti di lavoro e della tassazione su quest'ultimo.

In un momento di enorme instabilità politica interna, seppure sullo scenario internazionale sia di fatto irrilevante, le industrie italiane si schierano comunque in toto, per mezzo di Confindustria, sul blocco istituzionale imposto da Napolitano dall'era Monti a quella di Letta: il governone papocchio di centrodestra e centrosinistra.

Le parole di Squinzi, a tal proposito e in favore del salvataggio di Berlusconi dalle sue vicende giudiziarie attualmente in discussione al Senato, è chiarissimo: «Serve stabilità». Ovvero guai a far cadere il governo.

Se per il numero uno di Confindustria «la recessione è finita» (tecnicamente e numericamente non lo è affatto, invece) e «l'Italia è a un punto di svolta» (quale, di grazia?) la seconda parte della dichiarazione chiarisce il tutto: l'uscita dalla «seconda lunga crisi iniziata nel 2007 sarà lenta». E ancora: «Sulla strada della ripresa persistono rischi interni e internazionali e ostacoli», e diventa «cruciale la stabilità politica per rinsaldare la fiducia a imprese e consumatori». Quindi? Come detto, intanto, nessuno tocchi il governo. E questo è il punto primo.

Il punto secondo è poi in grado di far emergere chiaramente lo scenario che si delinea da sempre non solo a livello italiano, ma proprio internazionale: per Squinzi «servono 4-5 miliardi», da destinare, tutti, alla «riduzione del cuneo fiscale», cioè della differenza netto-lordo in busta paga per il costo di ogni lavoratore.

Attenzione, è un elemento chiave. Sulla riduzione del cuneo fiscale non c'è molto da aggiungere o da dissentire: meno costo generale del lavoratore all'azienda mediante un calo delle tasse che questa, per ogni lavoratore, deve pagare allo Stato. E - forse - più denaro in busta paga a fine mese. È misura della quale si discute da tempo immemore ma sulla quale non si riesce a spostare neanche uno zero virgola da decenni. Figuriamoci se sarà possibile farlo adesso. 

La chiave di volta risiede nel cercare di capire non solo chi favorirebbe una eventuale riduzione del cuneo fiscale, non tanto se la cosa sia realmente fattibile o meno, ma soprattutto chi sarà, a un certo punto, a patirne le conseguenze.

È una operazione di logica che deve essere fatta unendo l'esperienza del passato e la traiettoria economica e sociale presa dalle aziende di tutto il mondo e dal nostro Stato in particolare.

Nulla di impossibile. Allora, intanto una eventuale riduzione del cuneo fiscale, al momento, non è possibile proprio dal punto di vista economico (dove li si trova 4/5 miliardi?). Lo Stato, con i conti disastrati che sappiamo, non può permettersi di acquisire meno tasse di quelle che al momento rastrella agli italiani, tanto che, e il caso dell'Imu recente fa scuola, se si toglie da una parte poi si deve prendere da un'altra parte (Il Gioco delle tre carte, qui). In secondo luogo, poi, nel caso in cui tale riduzione diventasse realtà, è evidente che per pareggiare il mancato introito, lo Stato dovrà a sua volta tagliare ulteriormente i servizi e il welfare. Operazione già in atto, naturalmente, ma a un certo punto ciò diverrà non solo automatico, ma sarà fatto accettare ai lavoratori senza battere ciglio. In una ipotesi del genere, il discorso comunicativo da parte della politica e delle aziende sarebbe, fatalmente, il seguente: “siamo riusciti a tagliare il cuneo fiscale, quindi i lavoratori avranno più denaro in tasca di prima ma" - attenzione - si comunicherà implicitamente che "dovranno pensare da sé a tutta una serie di cose prima garantite dallo Stato e ora invece a carico del singolo cittadino“. Qualcosa alla statunitense, per intenderci: più denaro in tasca (e forse) ma meno servizi pubblici (Sanità, Pensioni, Istruzione per dirne solo alcuni) che diventerebbero a questo punto del tutto a carico privato.

Ultimo punto, essenziale: poniamo anche che governo e industria, con la complicità dei sindacati, a un certo punto trovino un accordo per la riduzione del cuneo fiscale e facciano passare la cosa come un risultato straordinario, chi pensa davvero che le singole aziende, poi, spostino sul serio il denaro risparmiato in tasse dalle proprie tasche a quelle dei lavoratori? 

Lo diciamo in altre parole: una riduzione del costo del lavoro, chi andrà a favorire, le aziende che risparmieranno sui dipendenti - ammesso, e non concesso, che tornassero ad assumerli - oppure i residui dipendenti rimasti?

La risposta, ovviamente, non si può conoscere in anticipo. Ma è lecito per ognuno fare le proprie supposizioni e farsi una opinione in merito.

Per quanto ci riguarda il messaggio di Squinzi - “ripresa in atto anche se sarà lunghissima e laboriosa e piena di rischi“ - è eloquente perché serve a confermare il terreno sul quale si muoveranno aziende e Stato nel breve e medio termine. È una dichiarazione che si inscrive nel solco dello scenario complessivo del lavoro in atto da tempo: la crisi sistemica, lunghissima, serve a livello generale per portare a termine un nuovo assetto globale relativo al lavoro. Assetto fatto di precarietà diffusa, riduzione dei salari e delle assunzioni da parte delle aziende e dei servizi e del welfare da parte degli Stati. A detrimento generale di tutta la classe lavoratrice.

Altro che “l'Italia è fuori dalla crisi“.

Valerio Lo Monaco

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