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Telefonia, fallimento italiano

Nella deindustrializzazione in corso nel sistema produttivo italiano le vicende della telefonia sono quanto mai esemplari per comprendere lo sfascio che è stato compiuto nella più completa indifferenza della politica. Si sta infatti attuando il trasferimento sotto controllo straniero di un settore strategico della nostra economia.

Il primo gruppo telefonico nazionale, l’ex monopolista pubblico Telecom, è sul punto di perdere i suoi principali soci italiani, tutti soci finanziari (Intesa San Paolo, Generali e Mediobanca) che da sei anni ne reggono i destini, insieme agli spagnoli di Telefonica, attraverso la holding Telco che controlla appena il 22,4% del capitale azionario. A fine mese, il 28 settembre, scade il patto di sindacato tra i quattro soci con gli italiani che hanno già fatto sapere, vuoi apertamente, vuoi con mezze ammissioni, di avere tutte le intenzioni di tirarsi fuori. Essere azionisti di una società industriale, peraltro una che da 15 anni si trova in una situazione debitoria spaventosa, non è infatti ritenuto “strategico”. Della serie: ci siamo sobbarcati questo onere negli ultimi sei anni, lo abbiamo fatto in nome dell’interesse nazionale (e dei dividendi), ma con questi chiari di luna la presenza in Telco e in Telecom diventa insostenibile.

A quel punto agli spagnoli, che in Telco contano su un 46% delle azioni, basterebbero pochi soldi per divenire i padroni della holding e di conseguenza dell’intera Telecom. Pochi soldi non vuol dire che il prezzo di acquisto delle azioni Telecom in mano ai soci italiani sarebbe irrilevante ma che l’impegno finanziario degli spagnoli, guidati da Cesar Alierta, permetterebbe loro di mettere le mani sull’intera società telefonica e controllarla. Siamo di fronte a una società che, per il grande numero di soci che si limitano ad intascare il dividendo, è possibile gestire con una manciata di azioni. Una public company insomma. La spesa degli spagnoli potrebbe infatti variare da un minimo di 1,3 miliardi di euro se il prezzo fosse fatto ai valori attuali di borsa più un sovraprezzo del 10-15% fino ad un massimo di 2,5 miliardi se si tenesse invece conto del valore patrimoniale in base al quale le azioni Telecom sono state caricate nel bilancio di Telco.

 

La storia di Telecom privatizzata sta lì a testimoniare che piccole quote azionarie hanno permesso ai soci di riferimento – prima la Fiat di Agnelli con  azionisti “amici”, poi il gruppo Colaninno, quindi Tronchetti Provera insieme a Benetton fino all’attuale Telco – di fare tranquillamente i propri affari con operazioni all’insegna di quella ingegneria finanziaria per la quale Mediobanca è stata famosa o famigerata, a seconda dei gusti. E questo è accaduto sia nell’era di Enrico Cuccia che successivamente. Una ingegneria finanziaria che, grazie a un controllo azionario a cascata, ha permesso ai soci dell’asse Milano-Torino di tirare fuori ben pochi quattrini per comandare e di rendere irrilevante il ruolo dei piccoli azionisti, sprezzantemente indicati come il “parco buoi”. Quelli da portare al macello. Non è un caso che la banca ex pubblica (ma sempre lasciata in mano ai privati) si trovi oggi nel patto di sindacato di Telco e che sia stata la regista di quella ignobile Offerta pubblica di acquisto, tollerata dal governo D’Alema e avallata dalla Consob guidata dall’economista di area Pci, Luigi Spaventa, con la quale l’Olivetti di Colaninno mise nel 1998 le mani su Telecom e allo stesso tempo la sommerse di debiti che le hanno impedito per questi 15 anni di poter operare al pari delle principali aziende europee ed americane del settore.

Attualmente il debito di Telecom è pari a 28,3 miliardi di euro. Una cifra sensibilmente inferiore ai quasi 50 miliardi equivalenti del 1998 (quando c’era la lira) dopo il successo dell’Opa dell’Olivetti ma in ogni caso tale da condizionare ogni possibilità di sviluppo considerato che i ricavi nel 2012 hanno toccato i 29,5 miliardi. Numeri che parlano da soli. Dal consiglio di amministrazione del 19 settembre dovrebbero uscire i primi segnali sugli scenari futuri ma le prospettive sono tutt’altro che rosee.

Telefonica, a sua volta, è gravata infatti da un debito di 49,79 miliardi di euro, mica bruscolini, a fronte di un fatturato sui 60 miliardi, e i progetti degli spagnoli di prendersi i pezzi pregiati di Telecom e disinteressarsi del resto si scontrano con la certezza che le attività dei due gruppi in Sudamerica, in particolare nel settore dei telefonini, finiranno per di sovrapporsi. Una ipotesi che comporterebbe l’intervento dei vari Antitrust che bloccherebbero l’operazione.

Resta lo sconcerto di dover prendere atto che anche un altro settore strategico del nostro sistema industriale, la telefonia, minaccia di finire definitivamente in mani straniere. Peraltro quelle di una società di un Paese commissariato dall’Unione europea e nel quale la situazione economica generale, tra salute delle banche e delle imprese e livello della disoccupazione, è molto peggiore che in Italia.

 

Al consiglio di amministrazione della prossima settimana, il presidente esecutivo, Franco Bernabé, presenterà il piano industriale e probabilmente il nome di nuovo socio che potrebbe rilevare le quote dei soci finanziari italiani uscenti. I nomi di cui si parla sono quelli conosciuti. I cinesi di H3G, i britannici di Vodafone, la Wind dell’egiziano Naguib Sawiris, gli statunitensi di At&t, e i messicani di America Movil, società guidata da Carlos Slim che, come Telefonica vanta molteplici interessi in Sudamerica e che viene considerato uno degli uomini più ricchi del mondo e quindi con molti soldi da spendere.

Le iniziative dei potenziali nuovi soci sono peraltro frenate dalla consapevolezza che il mercato italiano non tira più per il calo della domanda interna e di una concorrenza sempre più forte specie nel settore della telefonia mobile. E che anche la rete fissa, dopo le prese di posizione dell’Autorità di vigilanza, finirà inevitabilmente per essere scorporata ed affidata ad un gestore indipendente. In tal modo, finiranno per evaporare molti dei ricavi preventivati dall’affitto della rete agli altri operatori del settore.

Venti contrari si annunciano anche dalle Borse. I giudizi negativi già espressi dalle varie società di rating Usa, ben predisposte verso un coinvolgimento di AT&T, lasciano al contrario prevedere che un operazione tra italiani e spagnoli, vista la situazione debitoria degli interessati, non incontrerebbe terreno fertile sui mercati finanziari.

Se questo è il futuro prossimo, per comprenderlo dobbiamo tornare indietro al 1998 quando nel nostro Paese c’erano tre operatori di telefonia, tre operatori italiani. Telecom controllata con un insignificante 6% dalla Fiat e da soci amici; Omnitel-Infostrada controllata dall’Olivetti e Wind controllata dall’Enel, più piccole quote di France Telecom e Deutsche Telekom. Oggi, dopo diverse traversie e passaggi azionari, queste società sono in mano ad operatori esteri.

Anche senza voler contrastare gli investimenti stranieri nel nostro Paese, sorge però spontanea una domanda. È possibile che non si siano trovati in Italia azionisti privati con la volontà di investire in settori che in tutti questi anni hanno garantito buoni dividendi e che già allora promettevano ottimi guadagni? La risposta è che quello italiano è sempre stato un capitalismo a metà, un capitalismo senza capitali, del quale Mediobanca è stato il principale Demiurgo, fatto a misura dei soliti noti. Un sistema che ha impedito la nascita di mercati alternativi rispetto a quelli ruotanti al sistema dei cosiddetti “salotti buoni”.

Mancando le alternative, è venuta a mancare la possibilità per tanti imprenditori, con possibilità finanziarie, di emergere, di crescere, di attirare nuovi capitali da parte dei piccoli risparmiatori e di investire in settori strategici. L’arretratezza economica del nostro Paese dipende quindi anche da un deficit di tipo culturale. Il Mercato, tante volte invocato dagli stessi che non lo volevano, Fiat in testa, non è mai stato tale. Ed è da lì che si deve incominciare, nel contesto odierno, per sperare in una rinascita.

Irene Sabeni

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