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Decadenza Berlusconi: quell'inutile metaparlamento

I fiumi di inchiostro versati negli ultimi mesi attorno all'affare Berlusconi (non da noi, ovviamente), o meglio all'ultima puntata in ordine di tempo di questa falsa odissea infinita italiana, la sua decadenza o meno, sono relativi a un tema che in senso assoluto è irrilevante. È servito e serve per tenere incollata l'opinione pubblica italiana a un episodio di poco conto mentre le sorti del Paese dipendono da altro e sono decise altrove. Come sempre. Bisogna pure ricordarlo, periodicamente, visto che invece sembra che non si parli d'altro.

Beninteso, siamo all'approssimarsi di una pagina certamente inedita, ovvero la possibilità, per la prima volta dal 1994, che Berlusconi possa essere allontanato in modo esplicito dal metaparlamento nel quale invece imperversa, direttamente o indirettamente, da allora. Ma per tutto il resto, per quel "resto" che conta a livello nazionale ovvero internazionale e in definitiva sulle condizioni di vita degli italiani, la cosa ha valore pressoché nullo. Che il governo Letta rimanga in sella malgrado non aver accettato le imposizioni del Pdl, o che cada in virtù del rispetto della legge, e dunque in seguito al minacciato disfacimento del governo dopo che non si sarà piegato a salvare il condannato di Arcore, in fin dei conti, come sappiamo, per l'Italia non cambia nulla. Gli sbandierati terremoti dei mercati, che arriverebbero in seguito alla instabilità politica, sono, pur nella loro realtà, semplicemente una tappa ulteriore in un percorso, quello dell'Italia, che è in ogni caso già segnato. O meglio, ancorato alle sorti di un modello finanziario che si sta avvitando da tempo su se stesso.

Ora, il punto è estremamente semplice, e proprio la sua semplicità è il motivo per il quale, invece, la politica italiana e tutti i media che la raccontano con dovizia di particolari si stanno sforzando da tempo di renderla complicata: c'è un condannato che deve essere allontanato dalla politica, in rispetto della legge, e c'è tutta la classe partitica a egli collegata che sta tentando di trovare il modo di salvarlo contravvenendola.

Il principio al quale ci si aggrappa è quello di tenere insieme un governo pur violando la legge con la motivazione che se così non si facesse si andrebbe a creare una situazione di instabilità la quale, vista la situazione economica e sociale del Paese, porterebbe a danni ben maggiori che non quello di tenere ancora in Parlamento un condannato.

Il criterio è dunque la sospensione dell'applicazione della legge per motivi di ordine superiore. O che si comunicano come tali. Sulla cosa si può discutere, naturalmente. E ognuno può avere la propria opinione: l'Italia appassionata all'argomento, cioè larga parte, è in effetti praticamente divisa in due, in merito. 

Ma i termini della questione, cioè i fatti, non cambiano. 

Tutta la diatriba attorno al voto segreto o meno è parte di questo dibattito. Come già all'epoca il Parlamento operò in segreto per la non autorizzazione a procedere su Craxi, oggi chi vuole nascondersi dietro l'anonimato del voto lo fa per coprire la propria scelta. Cioè, evidentemente, una scelta di cui si vergogna. Eppure in qualche caso, altrettanto evidentemente, appare pronto a farla.

Ma, ribadiamo, il punto cardine della questione non è in discussione: quello del Pdl è un ricatto. Non altro. Il termine italiano per indicare la situazione è quello. Se si depone Berlusconi allora facciamo cadere il governo. E quella del Pd e di eventuali franchi tiratori sarà la risposta al ricatto: si rispetterà la legge affrontando le eventuali conseguenze oppure si cederà? Sul serio, non c'è veramente molto altro da dire al riguardo. Ce ne sarà di più a giochi fatti, forse. Quando ci troveremo a commentare un governo traballante, se non già caduto, in seguito alle ritorsioni del Pdl orfano di Berlusconi oppure quando ci troveremo a commentare un governo tenuto in piedi da un Partito Democratico che, pur di rimanere in sella, passerà alla storia non solo come il partito che ha accettato l'abbraccio mortale con l'arcinemico (teorico) il giorno dopo le elezioni del 24 febbraio scorso, ma come quello che ha salvato colui contro il quale (sempre teoricamente) ha giocato tutta la (finta) dialettica nell'ultimo ventennio.

Il resto, come detto, è irrilevante. Se non su un punto: tutto questo teatro, quello che c'è stato nei mesi scorsi, quello che è in scena attualmente e quello che sarà in cartellone dal giorno dopo la decisione, non fa altro che spostare in avanti senza alcun cambiamento la situazione che ci portiamo dietro dalle elezioni a oggi. E cioè un Paese senza guida politica per il semplice motivo che una idea politica non esiste, tanto che, come abbiamo visto, ogni decisione presa sino a qui non è stata altro che un riallineamento delle caselle e degli scarsi numeri economici di una Italia alla deriva e alla mercé della speculazione internazionale e del sistema di controllo a essa collegato e da essa dipendente.

Letta o non Letta, Berlusconi o meno, e cioè, in estrema sintesi, questa politica interna o meno, agli italiani la vita non cambierà di un millimetro. Quanto sta accadendo è materiale da chiacchiera da bar, da indignazione della domenica, da liti allo stadio e da sterili discussioni nei salotti, oltre che da paginate di giornale e da ore di trasmissioni inutili. È più utile e salutare tenervisi alla larga.

Valerio Lo Monaco

Podcast La Controra del 16/09/2013

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