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    lunedì
    set022013

    No Tav? Molto meglio No Troika

    Da una parte c’è Giancarlo Caselli, magistrato di lunghissimo corso il quale, evidentemente, ha il culto della legalità e non riesce a capire che vi sono dinamiche sociali, e quindi politiche, impossibili da rinchiudere dentro i recinti del codice penale. Dall’altra Erri De Luca, personalità complessa che è impossibile ridurre a una sola definizione: dire scrittore non gli farebbe certamente torto, vista la qualità dei suoi libri, ma allo stesso tempo significherebbe attenersi solo a ciò che lo ha reso una figura conosciuta, trascurando tutto il resto. Corretto, ma limitativo. Corretto formalmente. Sbagliato nella sostanza.

    Nel caso specifico i due si sono scontrati riguardo alla Tav, e al movimento che vi si oppone. Caselli è a capo di quella Procura di Torino che nel luglio scorso ha emesso degli avvisi di garanzia a carico di alcuni attivisti No Tav ipotizzando il reato di «attentato con finalità terroristiche o eversione», e facendo da megafono a chissà quanti altri (da suddividere in professionisti dell’establishment e in fan dell’Ordine Pubblico, ovverosia in furbastri e in allocchi) se la prende con quegli esponenti della politica e della cultura che non disapprovano i rivoltosi della Val di Susa con la dovuta intensità: «Un silenzio che può partire dalla sottovalutazione per rasentare qualcosa di peggio: la connivenza. Non riescono a vedere come stanno le cose e sono portati a trattare con comprensione gesti che sono di pura violenza. È la pretesa che la legge non debba applicarsi agli amici o a chi è affine sul piano politico o culturale. Un modo di pensare che con la Costituzione ha poco a che fare».

    De Luca, di cui peraltro erano già note le posizioni in materia e che infatti è tra gli autori del recentissimo “Nemico pubblico – pecorelle, lupi e sciacalli” (sottotitolo “Oltre il tunnel dei media : una storia NoTav”),  replica attraverso un’intervista all’Huffington Post. Lo fa nel suo stile consueto, che è laconico. Poche parole soppesate con cura, col fondatissimo rischio che gli sciocchi confondano l’essenzialità con la carenza di argomentazioni a sostegno. Abituati al profluvio verbale dei talkshow e affini, le frasi stringate li mettono a disagio. Perché mai parla così poco, questo tizio? Si vede, ovvio, che non avrà un granché da dire…

    Su Caselli il giudizio è lapidario: «Esagera». Sulle vere motivazioni della Tav lo è quasi altrettanto, ed è altrettanto condivisibile: «Non è una decisione politica, bensì una decisione presa dalle banche e da coloro che devono lucrare a danno della vita e della salute di una intera valle. La politica ha semplicemente e servilmente dato il via libera». Quanto agli sviluppi delle lotte in corso, che andrebbero valutate nella consapevolezza che «il sabotaggio è l'unica alternativa», gli auspici gli prendono la mano e lo rendono, probabilmente, un po’ troppo ottimista: «Arriverà un governo che prenderà atto dell'evidenza: la valle non vuole i cantieri. E finalmente darà l'ordine alle truppe di tornare a casa».

    Al di là della vicenda in sé, che pure è e resta di grandissimo rilievo sia per le sue implicazioni concrete, sia perché ha ormai assunto un valore esemplare, la querelle è assai più ampia. Il nodo, come abbiamo accennato in apertura, è quello della legalità. Che da sempre e sotto ogni tipo di governo – vuoi monarchico o dittatoriale, vuoi democratico o presunto tale – viene sbandierata da chi si trova al potere come un principio irrinunciabile, che proprio in quanto vincolante sarebbe nell’interesse di tutti a vivere in una società ordinata, ma che in pratica tende a risolversi in un circolo vizioso. Chi sta in cima si confeziona le leggi a proprio uso e consumo, con procedure palesemente autoritarie o fintamente rispettose della sovranità popolare, per cui ne rivendica l’applicazione non già per amore del diritto bensì per i vantaggi che gliene derivano. A cominciare, appunto, dall’opportunità di vantare un fittizio e ingannevole crisma di correttezza super partes.

    L’alternativa, naturalmente, non può essere una totale rinuncia all’idea, e all’ideale, di avere delle norme condivise, ivi incluso un sistema sanzionatorio per chi le trasgredisca: ma a fare la differenza tra abuso di Stato e anarchia criminale è la capacità, e prima ancora la volontà, di comprendere le ragioni di quelle che sono, o appaiono, delle minoranze. Una differenza che presuppone non solo la buona fede dei governanti, e del relativo apparato amministrativo e giudiziario, ma un’autentica comunanza di valori tra chi comanda e chi no.

    Eccolo, il cuore del problema: il dissidio locale intorno alla Tav dipende da un dissidio complessivo, in ambito sia nazionale che europeo, tra istanze e finalità che sono schiettamente incompatibili. Così come sono incompatibili, anche in termini dialettici, Giancarlo Caselli ed Erri De Luca. Caselli si arrampica sul totem della Legge e da lassù richiama tutti all’ubbidienza; De Luca denuncia la sottomissione dei partiti alla finanza internazionale.

    Un tema, quest’ultimo, che né Caselli né i suoi sostenitori hanno alcuna voglia di affrontare sul serio.

    Federico Zamboni

     

    Vedi anche:

    No Tav: altro che presidio “polverizzato”

    No Tav. La legalità è un vicolo cieco

    Law & Order. Verso “il Pil dell’Avvenire”

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