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    lunedì
    set022013

    Se la cultura diventa un disvalore

    Nel mio studio di psicologia sta aumentando il numero dei ragazzi (parlo di giovani, sia maschi che femmine, tra i 14 e i 17 anni) che vengono portati in quanto entrati in piena crisi depressiva perché presi in giro dai coetanei per il fatto che studiano. Anche un tempo succedeva che il “primo della classe” fosse sottoposto a derisione, ma ciò era dovuto più ad un misto di invidia e antipatia, quest’ultima suscitata, alcune volte, dall’atteggiamento eccessivamente schivo del ragazzo invidiato. Oggi è diverso: oggi la cultura è diventata un “disvalore”. Quando anche qualcuno studia, in genere sostiene, soprattutto presso i suoi coetanei, che non è vero.

    Oltre a quanto scritto sopra, occorre aggiungere che, stando al “Dati OCSE sulle spese dell’istruzione italiana” di Lucio Ficara (ScuoleOggi.org, 12 settembre 2012), l’Italia si trova ad essere «penultima fra 32 Paesi OCSE per investimenti in istruzione, sia in relazione all’ammontare complessivo della spesa pubblica, sia in relazione al PIL. […] Mortificante anche il dato riferito alle retribuzioni annue lorde degli insegnanti, che sono fra le più basse d’Europa». Perché?

    Nel film “Qualunquemente” di Antonio Albanese, ad un certo punto egli, in una arringa pubblica, dice «Ma che ‘je serve la laurea?» E in effetti, anche a noi, a che ci serve la laurea? A che ci serve l’istruzione? In fondo l’Italia sta diventando la riserva di mano d’opera a basso costo per il ricco Nord Europa. Una situazione che è stata favorita e guidata dall’avvento dell’euro, che ha creato le condizioni ideali affinché l’economia tedesca, forte della sua superiorità industriale, e aiutata da politici che hanno difeso la propria nazione, facesse un sol boccone delle economie dei paesi della periferia, tra cui, appunto, l’Italia. Di modo che la Germania è diventata esportatrice di beni ad alto valore aggiunto, mentre le periferie sono diventate esportatrici di beni a basso valore aggiunto. 

    A questo dobbiamo aggiungere la pressione fiscale che in Italia è aumentata al punto di farla salire in cima alla classifica mondiale. Un insieme di circostanze che sta comportando il progressivo impoverimento delle industrie italiane e degli italiani stessi, che si trovano a non avere più lavoro né futuro. Infatti, nonostante manovre tributarie, tasse, tagli alla spesa pubblica, il nostro debito continua a salire e non può essere ripagato. Una situazione di default incombente che si sta usando per accelerare le trasformazioni in chiave neoliberista, e che continuerà a essere utilizzata a questo scopo. Ovviamente, se nessuno fa niente.

    Detto tutto questo, ripeto: a che ci serve l’essere colti?

    Inutile ricordare che l’istruzione dei nostri figli è un buon investimento che la comunità fa per se stessa. Che istruire i nostri figli dà, allo Stato tutto, un valore aggiunto, e che quindi l’Italia ha tutto l’interesse a tutelare l’infanzia e la sua istruzione. Già conosco la risposta: non ci sono i soldi. Nessuna indignazione, nessun moto di ribellione da parte della popolazione e delle famiglie che si traduca in una “azione organizzata”. Una specie di rassegnato fatalismo sta cominciando ad avvolgerci, avvelenando a poco a poco le nostre vite e imbrigliando sempre di più la nostra sovranità personale e di Stato. Stiamo diventando una casta di “vinti”. E ciò che viene sottratto ai nostri figli (il loro futuro, la loro istruzione e la dignità stessa) sta diventando per ognuno di noi “normale”.

    Ma poi perché mai il gruppo di politici corrotti che si è occupato dei propri privati interessi invece che del bene dell’Italia, e che ancora ci governa, dovrebbe rischiare di darci in mano i tanto “pericolosi” strumenti culturali che potrebbero maggiormente farci capire il loro sporco gioco? Meglio trasformarci in una massa di ignoranti, che così è più semplice tenerci a bada mediante i loro giochi d’illusionismo (vedi le frasi che parlano della futura e imminente ripresa economica) e con le “azioni di distrazione” (vedi le frasi ad hoc di vari ministri e governanti con le quali ci fanno discutere di problemi non fondamentali). Una massa di ignoranti a cui è più facile dare da intendere che loro, i partiti, difendono le famiglie.

    Se ci pensate bene, anche agli schiavi, e un tempo alle donne, era proibita l’istruzione. Ovviamente, questo era in funzione di meglio tenerli in pugno e in schiavitù.

    Ad una amica che, di fronte a queste analisi e alla sollecitazione di una urgente “azione organizzata”, mi aveva obiettato: «In questo difficile momento io devo pensare ai miei figli!», ho risposto: «Ma è proprio questo che ti sto chiedendo: di pensare ai tuoi figli e al loro futuro». E la sua risposta meravigliata sapete quale è stata? «Ma guarda, non ci avevo pensato!».

    Tina Benaglio

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