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La Cina e le sue torture: “Vietato suicidarsi”, nulla di nuovo sotto il sole

Nel 2012 una studentessa cinese è stata aggredita e accoltellata da un suo collega per averlo rifiutato. Non si è trattato di un caso isolato di violenza, spesso autoreferenziale all’interno delle Università: i suicidi, nella Repubblica Popolare Cinese, raggiungono il più alto tasso al mondo.

In risposta a questi dati, l’Università della provincia meridionale del Dongguan, ha “invitato” 5mila matricole della facoltà di Ingegneria a firmare, al momento della loro iscrizione, un contratto con il quale si impegnano formalmente a non ledersi e a non suicidarsi, esonerando così l’università da qualsivoglia responsabilità. 

L’Università in questione si è giustificata asserendo che moltissime morti volontarie sono causate da motivi strettamente personali, che nulla hanno a che vedere con le dinamiche scolastiche; perché mai, allora, essa dovrebbe sborsare dei risarcimenti per “eventi” non attinenti al suo contesto?

È vero che il tempo di studio a cui gli studenti sono sottoposti – 12 ore di corsi al giorno, la cui sola idea basterebbe ai nostri universitari per ammazzarsi in gruppo – insieme alle condizioni sociali alienanti, spinge facilmente a una fine tragica, ma scontata: è tutto lì, nell’istruzione, il presente dei giovani più fortunati, così come sarà tutto nella carriera il loro domani. Mancare uno o più esami, equivale dunque a fallire l’intera vita.

Per quanto possa sembrare bizzarra e assurda la “clausola di condotta”, invece, si attiene perfettamente all’inflessibile logica di un Paese con la più alta crescita economica mondiale, i cui valori sono essenzialmente pragmatici, espansionistici, utilitaristici. 

A differenza di noi occidentali che, pur invidiando ogni forma di crescita illimitata – a patto che sia materiale – siamo più “buoni” e non oseremmo mai infrangere un certo bon ton formale, i Cinesi per antico retaggio possiedono una linearità di condotta squisitamente orientale e vanno dritti allo scopo, a rischio di non apparire “buoni”, cioè ipocriti.

Detto questo, non è possibile estrapolare una specifica norma da un ampio contesto sociale e geopolitico qual è quello cinese. Ciò vale per ogni Paese. 

Solo osservando a largo raggio e distogliendo per un attimo il nostro stupore dall’accaduto, possiamo comprendere come il provvedimento “antisuicidio” sia non soltanto innocuo, ma anche perfettamente in linea alle tante e ben più gravi aberrazioni che laggiù d’abitudine accadono. 

Basti pensare che nel mondo il 91% delle esecuzioni capitali avviene in Cina, nonostante questa mantenga omertosamente il segreto di Stato sulle cifre dei condannati. 

Come riferisce il Rapporto di Amnesty International, ogni anno sarebbero destinate a morte sicura 10.000 persone tra uomini e donne, molte, troppe delle quali per motivi non proprio delittuosi: frode fiscale, contrabbando, traffico d’arte, violazione di quarantena in caso di malattia epidemica, reati per danni economici, appartenenza anche indiretta a “organizzazioni illegali”. 

A tale proposito, va detto che la stragrande maggioranza delle confessioni da parte degli imputati viene estorta attraverso apposite torture carcerarie e che i processi, a causa delle persecuzioni subite dagli avvocati della difesa, risultano piuttosto sommari e arbitrari. Una volta accertato il “crimine”, poi, la “Giustizia” procede alla fucilazione o, ancora meglio, alla pratica delle iniezioni letali, le quali consentono più facilmente l’espianto di organi “freschi”, di cui il mercato è ghiotto. 

Inoltre, fin dai tempi di Mao Zedong si mantiene il vezzo di condurre gli “epurati” al luogo di esecuzione su un autocarro scoperto affinché la gente per strada possa vedere e testimoniare ciò che l’aspetta trasgredendo la legge. Tra i partecipanti all’esecuzione, ce ne sono però alcuni particolari: i familiari che, oltre a essere impotenti, sono costretti a sobbarcarsi la spesa per ogni proiettile rivolto contro il loro caro. 

Per capire meglio la ferrea logica del suddetto provvedimento, basti pensare ancora alla politica del “figlio minore”: sono permessi due figli a chi vive in una zona urbana, uno soltanto a chi risiede in una rurale, a meno che una coppia di genitori non si possa permettere di pagare dazio per quella “gravidanza in eccesso”. Si crea così inevitabilmente un’ulteriore insanabile distanza sociale tra le due aree. Male che vada, quando le finanze non consentono, i più poveri sono destinati ad annoverare le loro creature tra i 10 milioni di aborti forzati e mietuti dallo Stato. Bene che vada, invece, si passa alla sterilizzazione delle madri più “ostinate”. E, a proposito di femmine, guai ad avere una figlia, si sa: i genitori più arditi, la nascondono senza denunciarla all’anagrafe, rinunciando di fatto a tutti i diritti più elementari; gli altri l’abbandonano o la sopprimono. È stato recentemente stimato che nei prossimi venti anni, a causa di simile “cernita”, dei 180 milioni di uomini cinesi, ben 50 milioni resteranno senza una compagna.

Si potrebbe anche parlare dei turni lavorativi massacranti – dalle dodici alle sedici ore, se richiesto dai vertici aziendali – dello sfruttamento del lavoro minorile, delle più che precarie condizioni igieniche, della mancanza di ferie, del rischio di intossicazione nelle fabbriche o della privazione di uno spazio personale: gli operai trascorrono il riposo nei dormitori, con tanto di inferriate alle finestre, quasi fossero in galera. Persino in questo ambito è possibile contare una media annua di 600.000 morti di fatica.

Mentre il Governo di Pechino – spesso in combutta con le multinazionali occidentali – cela le sue vittime sacrificali dietro il connivente segreto di Stato, a monte di tanta speculazione, resta la vita personale mancata: i rapporti intimi e familiari – autentici spazi vitali ed effettive salvezze in Terra – impossibili da coltivare e l’assenza, dunque, del tempo privato, che non è mai commutabile in merce di scambio, ma solo in bene dal solido profitto interiore. 

A prescindere dal ceto di appartenenza e dalle rispettive ambizioni, a nessun uomo può e potrà mai bastare il lavoro per il lavoro, il consumo per il consumo, il profitto per il profitto. Perché non di questo è fatto l’uomo.

La morte volontaria delle migliaia di “vite senza vita” è il minimo che possa accadere, in una società che non concede scampo ad alcuna forma di autonomia individuale o collettiva e che, mercificando se stessa, compie scempio della propria intrinseca vitalità.

Uno Stato, quello cinese, che anche quando adotta certe apparenti e assurde clausole “antisuicidio”, rimane perfettamente “fedele alla linea”. La sua.

Fiorenza Licitra

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