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Il bambino, da figura prettamente marginale all’interno del nucleo familiare e comunitario – a partire dalle migliaia di “affidamenti” alle massaie di campagna, da parte della borghesia più agiata, fino allo sfruttamento del lavoro minorile – è divenuto perno di un sistema morbosamente economico, con tutti gli effetti collaterali che ne conseguono.

Una società che ha un cattivo rapporto con la parte più “fanciullina” di sé, è terribilmente a rischio regressivo e delinquenziale; irrimediabilmente malata, una società di tal fatta.

In Europa, più di diciotto milioni di minorenni, di ogni età, subiscono maltrattamenti; di questi, più di 850mila sotto i quindici anni muoiono a causa di fatali sevizie ogni anno. In Italia, sono 100mila i bambini violati – con una percentuale di uno su cento – e 7.764 i minori assistiti da enti e comunità dediti all’infanzia abusata. 

Questi dati – raccolti dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel suo ultimo rapporto sulla prevenzione del maltrattamento infantile – dovrebbero mettere fortemente in crisi non soltanto la giustizia penale, che abitualmente sonnecchia sulle vere vittime, ma anche la salute pubblica. 

Una notizia del genere, invece, pare non avere destato né lo scalpore dei media, né l’indignazione delle Istituzioni – perfettamente conniventi i primi con le seconde – indaffarati come sono in altre cause graziosamente à la page. Eppure la questione dovrebbe riguardare tutti noi, da un punto di vista sia economico – le cure per i maltrattamenti raggiungono costi stimabili in decine di miliardi di euro – che sociale.

Non basta, la risoluzione adottata dal Comitato ONU, affinché anche in Italia – com’è già in uso negli altri Paesi dell’Unione Europea – si istituisca, attraverso statistiche e indagini serrate, un sistema di monitoraggio per i casi di vessazione: le denunce sporte saranno sempre in grosso difetto, rispetto al numero effettivo degli abusi; d’altro canto, se è raro che all’interno di un nucleo familiare – il contesto in cui tali crimini avvengono più frequentemente –  un parente ne denunci un altro, è quasi impossibile che un bambino abbia consapevoli strumenti cognitivi per difendersi.

Per quanto grave e abietto, però, tale discorso non può essere centrato esclusivamente sugli abusi sessuali o sui maltrattamenti fisici, conseguenze non soltanto di disturbi mentali difficili da arginare (come nel caso della pedofilia), ma anche di vizi sempre più spesso acquisiti col vivere in un sistema sociale profondamente alterato. È questo, il punto fermo della questione e, forse, l’unica via di uscita.

Esiste un male apparentemente minore, più sottile, raffinato e soprattutto talmente finalizzato al “bene” da essere stato ormai eretto, dalla stragrande maggioranza delle famiglie, a norma pedagogica: si tratta del sistema educativo in auge e del modo, quindi, di come oggi vengono allevati i figli. 

Basta dare un’occhiata intorno per vedere schiere di ragazzini di appena decenni tecnodipendenti e già assediati da impegni scolastici e non: studio, lezioni private (possibilmente di inglese e informatica), calcetto, nuoto e persino feste modaiole; vietati perentoriamente i tempi morti, quelli da cui scaturirebbero, grazie alla noia, l’inventiva personale e il gioco libero, cioè l’autentico mestiere che spetterebbe a ogni bambino.

 «Tutto serve e tutto tornerà utile, un domani», ribadiscono fiduciosamente molti genitori, ormai assuefatti ai diktat imperanti della “buon costume” e, soprattutto, dimentichi della loro stessa giovinezza, che incuteva timore e ammirazione e quasi mai quiete certezze nei loro padri e nelle loro madri. 

I nostri figli invece, fin dagli albori, vengono inseriti in un’infinita catena di produttività e di mere finalità, distanti dalle scommesse individuali con cui giocarsi i dadi del proprio fato, unico e irripetibile. Strano, per il secolo della precarietà.

Nevrotici in miniatura, i ragazzi assomigliano sempre di più agli adulti: ne rispecchiano le ansie da prestazione, le fisime, la frenesia dettata dall’obbligo non di sentirsi vivi, ma attivi. È questo, il delitto moralmente più infamante, di cui si macchia la nuova e civilissima Europa: corruzione minorile, a sua immagine e somiglianza.

La sopportazione, quella che Nietzsche chiamerebbe “cattiva coscienza”, di una società svincolata dai ritmi naturali, i cui comportamenti in nulla corrispondono alle stagioni della vita – spensieratezza, baldanza, responsabilità, accettazione – conduce inevitabilmente a una forma di patologia che sfocia in violenza. È questo, il fatale scotto da pagare.

Nei Paesi meno civilizzati, quelli ancora civili e un filo ribelli alle aberrazioni della modernità, i ragazzini possono anche beccarsi un paio di ceffoni, senza che alla “parte lesa” salti in mente la parolina “abuso”, e possono essere castigati senza sentire la necessità di confidare le proprie paturnie esistenziali allo psicoterapeuta del momento. Laggiù, i genitori allevano ancora i figli seguendo l’istinto degli animali, che prima difendono e accudiscono i loro cuccioli e, subito dopo, li rendono indipendenti, cioè liberi

Fiorenza Licitra

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