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    martedì
    set032013

    Che vocina flebile, Squinzi & C.

    Nulla di nuovo e nulla di brillante, nel “documento per la crescita” che è stato concordato da Confindustria e da Cgil-Cisl-Uil. Solo una serie di richieste che sono all’incirca le solite, su quel versante, e che si guardano bene dallo specificare come certe istanze di principio dovrebbero tradursi in decisioni operative, vedi il passaggio da una spending review basata sui tagli lineari a un’altra che sia molto più selettiva. Evidentemente, si preferisce non farsi nemici e tenersi sulle generali.

    Prese in sé stesse, quindi, certe richieste sarebbero anche ragionevoli – al pari, del resto, di quelle di tantissime altre categorie produttive e non, oggettivamente tiranneggiate dalla pressione fiscale esorbitante e dal miscuglio di incapacità e malafede dei diversi governi che ci hanno portato al disastro in corso – ma hanno un difetto sostanziale che finisce per screditarle: ignorano completamente i vizi intrinseci del modello economico oggi in auge, assecondando la versione corrente che riduce il tracollo italiano a un problema di cattiva gestione. Suggerendo perciò, proprio come vogliono le oligarchie neoliberiste, che le cose potranno migliorare decisamente, e stabilmente, solo se si interverrà con una serie di correttivi, che si condensano nel tagliare la spesa pubblica e nel favorire quanto più possibile la crescita del Pil. A cominciare, visti gli estensori dell’intesa, dalle attività industriali.

    Ancora una volta, insomma, il messaggio è che non c’è motivo di mettere in discussione il meccanismo in quanto tale, laddove invece siamo tutti noi a doverci fare carico di gestirlo con maggiore accortezza. O con maggiore efficienza, per dirlo in termini manageriali. Una sorta di dogma: l’impianto è grandioso e assai performante, come attesta il fatto che si è andato affermando su scala planetaria, e perciò qualsiasi esito negativo va addebitato all’imperizia di chi lo utilizza. La politica in primis. Le sue clientele a seguire. Ma escludendo dal novero, tuttavia, tanto i bravi imprenditori rappresentati da Confindustria quanto i bravi lavoratori difesi, si fa per dire, dai sindacati.

    Assodato l’avallo complessivo, perciò, il dissenso è giocoforza a scartamento ridotto. Si chiede un po’ più di questo (sgravi fiscali e facilitazioni nell’accesso al credito) e un po’ meno di quello (burocrazia e grovigli normativi o istituzionali). La questione cruciale – il ruolo della finanza più o meno speculativa – viene sostanzialmente evitata, accontentandosi di auspicare che il sospirato «rilancio» sia promosso «in un'ottica di redistribuzione del reddito». La speranza, essa sì esplicitata, è che gli interventi sollecitati nel testo vengano non solo condivisi genericamente da Palazzo Chigi ma inglobati nel programma di governo, «a partire dalla legge di stabilità».

    Speranza vana, almeno per ora. Enrico Letta, da giovane premier di vecchissima matrice democristiana, se l’è cavata con la più blanda delle benedizioni: «Confindustria e sindacati fanno passi avanti per una maggiore politica attiva sui temi del lavoro, dell'economia e delle politiche industriali? A me pare una buona notizia». Forse, ha scambiato la pur mediocre intesa per l’elaborato, volenteroso ma irrilevante, di un gruppo di studio formato da allievi, o ripetenti, dell’Istituto tecnico industriale.

    Federico Zamboni

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