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Siria: e risoluzione fu

Come previsto è arrivata puntuale la risoluzione ONU sulla Siria ed è risultata conforme a tutte le indiscrezioni, al punto di essere praticamente una non notizia. Ma è una non notizia ineludibile: non fosse per i commenti statunitensi che la vogliono far passare quasi per un loro successo, accampando di aver finalmente superato i veti russi, che, però, arrivavano solo perché gli USA volevano imporre la loro visione bellicista senza alcun compresso ed alla fine ne hanno dovuti ingoiare più del previsto.

La vittoria è, invece, russa su tutta la linea, come è stato costretto ad ammettere anche Le Monde, una delle testate più interventiste, al punto di essere stata sospettata da alcuni di aver fabbricato prove che “attestavano” l’uso di gas da parte di Assad per sostenere la linea aggressiva di Hollande. Una vittoria costruita con pazienza nel tempo e seguendo un piano ben preciso, ma, come veniva fatto notare in Caccia a Ottobre Rosso,  «I russi non vanno neanche di corpo senza avere un piano», ma nonostante il film fosse hollywoodiano, alla Casa Bianca la cosa è sfuggita e non è non è riuscita a contrastarlo. Anzi: non essendo scesa a compromessi, quando al Cremlino per togliere i suoi veti sarebbe bastata una condanna anche agli eccessi dei ribelli, si trova ad aver sottoscritto una risoluzione molto meno favorevole di quella che avrebbe potuto ottenere prima.

La Linea rossa del gas non solo è divenuta ormai l’unica discriminante che possa permettere un intervento armato, ma il suo impiego dovrà essere certificato dall’Opac, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, e sarà necessaria una ulteriore deliberazione del Consiglio di Sicurezza per addivenire ad un intervento armato ex capitolo 7. In quest’ottica la Russia ci assicura che se Assad cercherà di imbrogliarli saranno ben felici di bombardare anche loro: pure quello sarebbe un modo di assicurarsi il mantenimento del pieno controllo di Tartus, loro base navale mediterranea la cui neutralizzazione era uno degli obiettivi primari e inconfessati del Pentagono.

La differenza sostanziale tra la attendibilità del piano russo e del velleitarismo di quelli Usa risiede nel fatto che Mosca e Damasco agivano di concerto seguendo linee logiche, rischiose ma praticabili, mentre Washington non aveva, né ha, alcun controllo sulle milizie ribelli, anzi quelle ufficiali adesso hanno anche perso il controllo di quelle islamiste, al punto che Assad può anche passare come un attore più credibile di Obama nella “guerra al terrore”.

Insomma la montagna ha partorito quanto previsto, nessuna sorpresa, ma non è un topolino: Assad ha potuto sostenere che lui ha adempiuto di sua volontà a quanto, solo successivamente, la risoluzione gli ha richiesto, e anzi richiede a chiunque usi l’arma chimica in Siria; inoltre l’atto dell’Onu ha addirittura rilanciato il ruolo internazionale dell’Iran, in prospettiva nucleare. Lavrov, sberleffo definitivo agli Usa, ha potuto addirittura rivelare, ma solo ad accordo concluso, che alcuni dei provvedimenti più vincolanti sull’uso dei gas, accettati con entusiasmo dagli Stati Uniti, sono stati suggeriti proprio dall’Iran, ed ha sottolineato che questo è un paese che ben conosce gli effetti deleteri dell’arma chimica, avendoli dovuti subire dall’Iraq di Saddam, quando però il dittatore era equipaggiato ed addestrato dagli occidentali.

La vittoria russa ha permesso di aprire le nuove trattative sul nucleare iraniano dando un netto vantaggio al Presidente  Rohani, dato che non è sfuggito a Netanyhau, che si è lasciato andare a irose e sconnesse dichiarazioni,  al punto che è stato ripreso dal suo di Presidente, Shimon Peres, che gli ha detto «Non mi piace questo tono di disistima. Anche gli altri hanno un cervello, non solo noi». Al contrario: gli altri stanno dimostrando di averne di più, visto che, dopo l’adesione del dittatore Assad alla Convenzione sulle Armi Chimiche, si comincia a parlare di adesione a questa da parte di tutti gli stati della regione – ed Israele non l’ha mai ratificata – e sulla scia l’Iran ha messo sul tavolo la questione della non adesione di Tel Aviv al trattato di non proliferazione nucleare.

Questa, però, sarà un’altra partita a scacchi e se può succedere che uno statunitense possa battere un russo a questo gioco, si tratta però sempre di un evento di rarità tale da divenire mito di cui si parla per generazioni e generazioni.

Ferdinando Menconi

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