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2013: boom della Borsa. E della povertà

La Borsa italiana ha festeggiato il 2013 che ha registrato un aumento del 16,5% dei listini a Piazza Affari. Un risultato che è stato celebrato con particolare enfasi dalle gazzette del regime finanziario, collocate sull'asse Torino-Milano-Trieste, siti dove i nomi sono i soliti di venti anni fa. Le grandi banche, Intesa San Paolo ed Unicredit, e poi la Fiat, la Pirelli e le Generali. Ma al di là del trionfalismo di circostanza l'anomalia che salta subito agli occhi è la situazione non certo florida dei grandi nomi del capitalismo italiano i cui bilanci non hanno sicuramente brillato a causa non tanto degli utili modesti, quanto per la generale situazione debitoria che caratterizza in particolare un gruppo vicino al tracollo come la Telecom, un tempo un punto di forza del nostro sistema industriale. 

Un aumento dei listini che si è avuto a fronte di una riduzione generale del fatturato ma che è stato alimentato dal calo dell'occupazione nelle aziende quotate come nelle altre, in seguito a licenziamenti e prepensionamenti. E questo non deve stupire, anzi. È notorio infatti che gli investitori, e gli speculatori, reagiscono positivamente di fronte ad una sequela di licenziamenti che promettono di aumentare gli utili e i dividendi sia pure sul breve termine quando, al contrario, sul lungo termine essi esprimono, spesso, come nel caso della Fiat, l'intenzione di chiudere l'attività produttiva in Italia. Non vi è più insomma, come dovrebbe succedere in una economia normale e “sana”, un legame fra salute dell'azienda, intesa come differenza in attivo tra uscite ed entrate, utili registrati e dividendi distribuiti e quotazione di Borsa. 

La finanziarizzazione dell'economia ha creato questa separazione tra due aspetti che dovrebbero essere invece strettamente legati. Un segno inquietante, ma ormai è la regola, dei tempi che stiamo vivendo nei quali si è perso ogni senso delle proporzioni tra quello che si può e quello che non si deve fare. Del resto, perché stupirsi? Con una classe politica come quella italiana, legata a filo doppio agli interessi dell'Alta Finanza italiana ed internazionale, non ci potevamo certo aspettare che vi fosse qualche iniziativa mirata a contrastare questa deriva che è una peculiarità di tutte le cosiddette “economie avanzate”. E non soltanto di quelle occidentali nel cui sistema siamo da sempre perfettamente inseriti. 

Il principio del massimo profitto nel breve o brevissimo periodo si è trasformato in una corsa contro il tempo. Tutti si rendono conto che il gioco non può durare all'infinito e che prima o poi la bolla finanziaria globale scoppierà travolgendo l'economia produttiva “reale”. Il classico gioco della sedia o del cerino nel quale l'ultimo arrivato, l'ultimo acquirente di un titolo, cascherà a terra o si scotterà, scontando tutti i guadagni realizzati da quanti lo hanno preceduto. 

I derivati, un titolo scommessa sull'andamento di un altro titolo, in ultima analisi sono lo specchio di questa schizofrenia generale che in un Paese come l'Italia vede coinvolti in prima fila, come protettori, gli esponenti di quel Partito Democratico che dovrebbe, almeno in teoria, caratterizzarsi per una visione di “Sinistra”, quindi più attenta all'economia reale e alla tutela dei cittadini, lavoratori dipendenti e pensionati in particolare. Al contrario, i legami del fondatore del PD, l'ex capo di governo Romano Prodi, con una banca nemica dell'Italia, come la Goldman Sachs che ha speculato al ribasso contro i nostri Btp decennali, sta lì a dimostrare che  i governi nazionali non contano più nulla e che si sono trasformati in agenzie di affari del mondo finanziario ed obbedienti a strutture come la Commissione Europea, nella quale la presenza di esponenti di quel mondo è diffusa ed invadente. 

Appare comunque significativo che lo stesso giorno della celebrazione ufficiale dei risultati di Piazza Affari, l'Istat abbia diffuso i dati sull'aumento della povertà in Italia che certificano (anche se questo l'Istat non lo dice) che nel nostro Paese si è registrato un altro massiccio trasferimento di ricchezza reale a favore del mondo finanziario. Nel 2012, ci dice l'Istat, la percentuale di famiglie povere è salita al 12,7% del totale, rispetto all'11,1% del 2011. Dove nel 6,8% si tratta di povertà assoluta. 

La situazione è aggravata dall'essere l'Italia uno dei Paesi con la popolazione più anziana del mondo. E questo costituisce una seria minaccia per il sistema pensionistico pubblico che appare destinato ad andare alla bancarotta in breve tempo. Gli italiani insomma non fanno più figli o ne fanno pochi, ma senza nuove leve di lavoratori giovani le casse dell'Inps non potranno essere alimentate. Ma come ci si può permettere di fare figli se le retribuzioni sono rimaste sostanzialmente ferme e se fra tasse ed altri balzelli il potere di acquisto ed il livello di vita sono drasticamente crollati? 

Resistete sulla linea del Piave, sembra voler dire Enrico Letta, ci sono segnali di ripresa, il futuro è roseo e luminoso, stringete la cinghia, fate sacrifici e vostro sarà il regno della terra. Per quello dei cieli si vedrà. 

Irene Sabeni

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