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I «dettagli» dei media. E quelli di Grillo

Prima i singoli giornalisti, ora delle intere testate. Beppe Grillo sembra aver lanciato un’offensiva sistematica contro la “grande” stampa italiana, passando dalle requisitorie di carattere generale alle condanne specifiche. Caso per caso, nome per nome, struttura per struttura.

Un’escalation che in effetti era nelle premesse e che, quindi, non ha nulla di sorprendente: non è che i vari redattori pubblichino i loro articoli di propria iniziativa, all’insaputa di chi li dirige e di chi, sia pure con una modalità di controllo meno assidua, li retribuisce. Ciò che essi fanno rientra in strategie ben precise e il motivo per cui sono pagati è che i loro scritti – quando più e quando meno, quando in maniera pienamente deliberata e quando sull’onda di una affinità spontanea – assecondano quei disegni. E continuano a farlo anche quando, con un paradosso solo apparente, mostrano di andare in direzioni diverse da quelle dominanti, alimentando così il mito della libertà di parola e di critica. Vedete? Benissimo. Chiunque può dire la sua. Non vedete? Ancora meglio. Ciò che viene detto cade nel nulla, se va contro il sistema.      

In parte, tornando agli attacchi di Grillo, ci siamo già occupati della questione il dieci dicembre scorso, con un editoriale di Alessio Mannino. La chiave di volta era precisata benissimo già nel paragrafo d’apertura: «La larga maggioranza di chi fa il mestiere si merita gli insulti e, volendo dire le cose come stanno, non stiamo parlando neppure di giornalisti, ma di addetti stampa di questo o quel partito, di questo o quell’interesse economico e clientelare».

Ergo, il leader del MoVimento 5 Stelle punta il dito su un mondo che merita senz’altro di essere messo sul banco degli imputati. E che, tanto per cominciare, andrebbe costretto per legge a collocarsi nell’ambito dell’editoria pura, da riservare a soggetti che non abbiano alcun legame societario con imprese di altra natura. Tra i chiarimenti preliminari, infatti, c’è quello di prendere atto che il conflitto di interessi addebitato a Berlusconi, in forza delle concessioni pubbliche relative alle frequenze televisive, si pone oggettivamente anche in ambito privato. E questo perché, a ben vedere, in un’autentica democrazia la funzione informativa riveste di per sé un carattere pubblico, avendo come ragion d’essere quella di far sapere ai cittadini quel che avviene e di comprenderne i perché: il privato ha la facoltà di svolgere quella funzione con la massima autonomia, ma a condizione che lo faccia anche con la massima buona fede. Ossia per esprimere «il proprio pensiero», come indicato dall’articolo 21 della Costituzione italiana, e non «il pensiero dei suoi proprietari», come sottinteso nell’articolo 1, o 1 bis, della Bibbia Liberista Planetaria.

Se vuole avere una minima possibilità di essere libero, perciò, il giornalismo deve essere innanzitutto svincolato dal controllo diretto dei potentati economici. Non che in tal modo si ottenga la garanzia assoluta e definitiva di una piena autonomia (purtroppo le vie della corruzione e dell’asservimento sono infinite) ma se non altro sarebbe un passo sulla strada giusta.

 

Quest’ultimo post di Grillo si intitola “I serial killer della disinformazione contro il M5S” e si apre con una annotazione ineccepibile: «Il diavolo è nei dettagli, la disinformazione pure».

Al di là della vicenda particolare, che riguarda un articoletto, non proprio limpidissimo, sul finanziamento pubblico ai partiti, la frase coglie un aspetto decisivo della manipolazione mediatica. L’inganno si dipana a molteplici livelli, nella consapevolezza che la stragrande maggioranza dei destinatari non sarà in grado di coglierne le insidie, vuoi perché ignora l’esistenza stessa di queste tecniche di comunicazione, vuoi perché magari le conosce più o meno in astratto ma poi non è abbastanza attento da individuarle/neutralizzarle in termini pratici.

L’approccio è il medesimo della pubblicità commerciale, coi contenuti espliciti che sono solo una parte dei messaggi complessivi che si vogliono diffondere. Accanto alle menzogne vere e proprie, in cui rientrano le interpretazioni dei “dati di fatto” a cura dei commentatori di turno e, tanto più, degli editorialisti di fama, un ruolo fondamentale lo gioca la miriade di piccole forzature, o di grandi suggestioni, disseminate per ogni dove. Citiamone una per tutte, a mo’ di esempio: la definizione di Monti & C. quali “tecnici”, al fine di accreditarli a priori, e in via permanente, come persone qualificate e adatte alla bisogna.

Tuttavia, pur avendo ragione nello scagliarsi contro la generalità dei media (quelli che qui sul Ribelle definiamo solitamente “mainstream”), Grillo farebbe bene a riconoscere che, sia pure tra mille differenze, un difetto analogo incombe anche su di lui e sul suo MoVimento. Quando nonostante il passare degli anni si persiste nel non chiarire appieno la propria identità politica, partendo dai valori ai quali ancorarsi e arrivando agli obiettivi concreti che si vogliono raggiungere, significa aver adottato un modello di comunicazione che ha in sé delle ambiguità insormontabili. Il suddetto monito va parafrasato. Va espanso. Va affrontato in tutte le sue implicazioni. «Il diavolo è nei dettagli» comporta che «il diavolo si nasconde tra i dettagli, e li usa per impedire che si colgano le sue vere intenzioni».

Prese una per una parecchie delle posizioni di Grillo & C. appaiono condivisibili. Ma nel loro insieme, e a fronte di alcuni clamorosi svarioni e della frammentarietà di cui si è detto, rimangono avvolte tra le nebbie delle incognite. Molti dei dettagli sono promettenti, ma il quadro complessivo resta sconosciuto.

Sarebbe doveroso che si spiegasse il perché.

Federico Zamboni

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