Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Orizzonti dal Kosovo e Metohija

Reportage: Kosovo/1

Da dove comincia l’attuale Kosovo? Per me è iniziato dall’aeroporto di Zurigo – dove si fa scalo giungendo da Roma – all’imbarco per Pristina; lì presiedeva una moltitudine di facce anomale, quasi “incidentate” per la peculiare fisionomia storta e scomposta. Volti granitici, sgraziati e già vecchi, cui ne seguivano altri, quelli delle donne, che, fisse al seguito degli uomini, trovavano riparo sotto il velo di un preteso Allah: Schipetari, dunque. Di Serbi, a bordo, nemmeno l’ombra; eppure la terra verso cui viaggiavo e che distava poco più di un’ora, la abitano ancora, malgrado tutto e tutti,  i Serbi del Kosovo, anzi è proprio la loro, quella Terra, solo che a essi non è consentito partire e poi tornare come un qualsiasi cittadino della Comunità Europea o un serbo qualsiasi. Ecco perché la mia prima comprensione ha avuto origine in Svizzera, Paese che poco c’entra con le rovine del sacro Kosmet, e non del Kosovo, denominazione usata a sproposito per assuefazione mediatica o, peggio, per occultare politicamente l’altra metà della provincia, la Metohija, il cui nome letteralmente significa “proprietà dei monasteri serbi ortodossi”. 

Ha ragione Dragan Mraovic – giornalista, poeta, dottore in Lingua e letteratura italiana e in Lingua francese, nonché ex console della Repubblica Jugoslava a Bari – a ribadire che parlare di Kosovo equivale a non avere alcuna considerazione della sovranità serba: «Anch’io potrei nominare la Sicilia o la Sardegna, ricordando le loro pretese secessioniste, senza nominare l’Italia»; però, continua il professore, «solo se fossi un Massimo D’Alema. Ma io amo e rispetto l’Italia e una tale idiozia non mi viene neppure in mente».

L’appartenenza del Kosmet alla Serbia è inscritta ancora oggi non solo al catasto, ma nella Storia: fin dal Medioevo sbocciarono chiese e benedizioni, lotte sanguinose e fiere, fierissime sconfitte, tra cui spicca la Battaglia della Piana dei Merli (1389), che vide le truppe ottomane, guidate dal sultano Murad I, sconfiggere quelle cristiane del principe Lazar. Composte da 50.000 unità, le prime, e soltanto dalla metà, le seconde. 

Fu una disfatta tremenda: perirono nobili e cavalieri l’aristocrazia, dunque; nulla a che vedere con gli odierni mercenari – e venne aperta la via alla dominazione turca che, a distanza di cento anni, si sarebbe insediata nell’invitta memoria serba. Dalla rovinosa battaglia fiorirono un’epica e un’eredità irripetibili: non separarsi mai dal destino della propria Terra, che, in tutto e per tutto, coincide con quello individuale e comunitario dei Serbi.   

Ancora, tanta storia celeste è rintracciabile nelle spoglie immortali – il suo corpo che profuma di rose, dopo secoli, non ha mai preso la rigidità destinata a ogni comune mortale – del Santo Stefano Uroš, fondatore di Visoki Dečani, il monastero più importante, più assediato e più bello di tutto il Kosmet, meta di ogni pellegrinaggio del cristianesimo ortodosso, in cui si trova la rarissima, o forse unica, icona del Cristo con la spada: la pace va conquistata, non subita.

La geografia terrena, però, oggi spesso non coincide con quella spirituale ed è così che, attraversando Pristina – capitale per gli “indipendentisti”, semplice capoluogo per i Serbi – sembra di piombare nella modernità più consunta: palazzi in serie, negozi in franchising, macchine lussuose e ingombranti, McDonald’s, night club e divertissement squisitamente made in Occidente. Addentrandosi nella città, ci si trova in boulevard Bill Clinton, in onore dell’ex presidente americano, che ha favorito la cacciata del popolo serbo e che sullo stesso viale gode persino di una statua, lì eretta nel 2009 per non dimenticare tanto favorevole “accordo” degli onnipresenti Stati Uniti.

Nella zona meridionale di Pristina, infine, ci si sente geograficamente smarriti, ritrovandosi al cospetto di una riproduzione della Statua della Libertà, alta dieci metri, che campeggia sull’Hotel Victory. Nemmeno le moschee, luoghi normalmente sacri, lasciano ben pensare: finanziate da Stati davvero canaglia come l’Arabia Saudita e il Qatar, in cui vige l’eterodossia wahhabita, e disseminate lungo tutto il Kosmet, sono rivolte, più che a La Mecca, al colonialismo occidentale nel mondo islamico.

È così che, dopo essersi autoproclamato indipendente il 17 febbraio del 2008, il Kosovo degli Schipetari – con il sostegno dell’UCK, della NATO e dell’EULEX (Missione dell’Unione Europea sullo Stato di diritto in Kosovo) – si è apprestato a divenire un fedele duplicato del peggiore Occidente. A sventolare su tanta sciagura, tre bandiere fianco a fianco: quella albanese, quella americana e quella dell’Unione Europea. Una triade tanto vergognosa quanto inquietante. 

I motivi per cui Washington, in compagnia di Bruxelles e di Berlino, ha democraticamente sostenuto e garantito tale tirannia restano ancora una volta invariati: interessi economici – il Kosmet è terra prolifica di giacimenti minerari – e geopolitici; presso Uroševac, infatti, si trova Camp Bondsteel (soprannominata anche “la piccola Guantanamo”, per il trattamento riservato ai prigionieri), la più grande base militare americana di tutta la provincia, dotata dei più sofisticati sistemi elettronici di spionaggio. Un avamposto perfetto, quindi, per controllare Russia ed Europa. A questo proposito, è bene dire che durante la guerra il campo base, rispetto alle altre 122 postazioni, militari e non di tutto il Kosmet, è stato l’unico territorio a non essere colpito dai proiettili all’uranio impoverito sganciati dall’esercito USA. Poco importa, se altre centinaia di soldati – inclusi i carabinieri italiani, che laggiù restano gli unici militari a godere di una stima tutta particolare – e di civili sono morti di cancro: gli Americani sono sani e salvi!

Ovviamente, il gioco sporco non finisce qui: la baronessa Ashton di Upholland, Catherine Margaret Ashton, alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, ha apertamente sostenuto Haschim Thaçi – detto “il serpente” – capo dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo). Questo personaggio, negli anni ’90, ha finanziato le sue attività mafiose e terroristiche mantenendo un serrato controllo sul contrabbando di eroina e cocaina, nonché sul giro di prostituzione; ancora, infinitamente peggio, egli è stato promotore di un feroce traffico d’organi: reni, cuori, fegati strappati dai corpi dei serbi ancora vivi. Sono gli USA, insieme al rapporto stilato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, ad affermarlo, non soltanto i patriottici serbi. Thaçi,  giudicato e condannato nel 1997, dal 2007 è  il Primo Ministro del Governo di Pristina. Perché? Facile, per via delle solite bieche e luride manovre filoatlantiche: mettere al comando di un governo fantoccio esclusivamente uomini ricattabili – insieme a Thaçi, l’altro benemerito signore è Ramush Haradinaj, la cui storia criminosa meriterebbe un capitolo a parte – da muovere a proprio piacere come pedine per gli interessi occidentali.

È una storia disperata, questa, se si pensa che le rappresentanze non albanesi rimaste presenti sul territorio costituiscono all’incirca il 20% della popolazione; sono 24.000 le persone di varie nazionalità: serbe, montenegrine, rom, ebree, turche, gorane, croate, egiziane, nonché una buona rappresentanza di albanesi, messa al bando perché considerata dalle autorità kosovare traditrice, in quanto “collaborazionista” del governo di Belgrado, a sua volta infedele all’Unità serba.

Sono minoranze sparpagliate, dicevo, quasi tutte confinate nelle enclavi, circondate da Schipetari e dalla più impunita sopraffazione. È da qui che, per la seconda volta, ha avuto inizio il mio viaggio: nei territori serbi o, meglio, nelle riserve a cielo aperto, in cui, loro malgrado, sono costretti alla sopravvivenza i Serbi del Kosmet. 

Fiorenza Licitra

 

(1 - continua)

Terzi, i fucilieri di marina e le lobby

La battaglia della vita contro la Monsanto