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Pane e povertà

In conseguenza della crisi e della povertà crescente che riguarda ormai milioni di persone, nel nostro Paese si stanno riscoprendo i valori del passato, primo di tutti la regola che non bisogna, o non bisognerebbe, mai buttare via niente, ad incominciare dal cibo ed in particolare dal pane. In un passato nemmeno troppo remoto, offrire il pane agli ospiti che venivano in visita a casa era considerato il più grande gesto di amicizia. Soprattutto perché il grano era e resta il prodotto per eccellenza della terra. Nei bei tempi andati, che molto spesso belli non erano, perché erano caratterizzati da una situazione di grandissima povertà diffusa tra le classi popolari, vigeva una percezione precisa di quali fossero le priorità. Poi, con lo sviluppo economico, con l'aumento del benessere e con l'esplodere del consumismo, certi valori si sono persi per strada. 

Nessuno certo vuole fare l'apologia di un'epoca nella quale nella società italiana c'erano grandi sacche di povertà e situazioni di miseria vera, e nessuno vuole fare la retorica sui benefici che l'attuale crisi economica sta comportando nella psicologia degli italiani, obbligati a non spendere e non spandere più e a tenere conto delle proprie disponibilità economiche. Ma è indubbio il significato simbolico nella scelta (obbligata) di mangiare il pane avanzato. Una scelta che, secondo uno studio della Coldiretti, riguarda ormai quattro italiani su dieci. 

Al tempo stesso, si tratta di un segnale significativo dello sfascio economico del nostro Paese con un 42% di italiani costretti a tagliare non tanto le spese superflue ma quelle alimentari. Lo studio della Coldiretti sottolinea che nel 2013 è stato un anno record nei tagli agli sprechi alimentari e che soltanto un 2% del totale butta via il pane avanzato dal giorno prima. Si moltiplicano, osserva lo studio, le tecniche per “evitare quello che una volta veniva considerato un vero e proprio sacrilegio”. Appunto. Ad esempio, un 44% del campione intervistato sostiene di surgelare il pane, il 43% lo grattugia, il 22% lo dà da mangiare agli animali mentre c'è un 5% delle famiglie nelle quali il pane non avanza mai e viene sempre e comunque consumato. Per non parlare di quanti utilizzano il pane raffermo per realizzare le più classiche ricette della cucina povera contadina di una volta. In linea più generale, almeno 7 italiani su dieci (un 73%) hanno dichiarato di avere tagliato i propri consumi a tavola. Resta sempre la stima dei  76 chili di prodotti alimentari a testa avanzati che ogni italiano nel corso dell'anno butterebbe nel bidone della spazzatura. 

Unitamente alla riscoperta del valore simbolico ed economico del pane, in Italia è tutto un fiorire del ritorno a cibi più freschi e sani che vengono comprati direttamente presso il produttore. Ma vi è anche il ritorno delle ricette di una volta, grazie alle quali veniva riutilizzato in cucina quello che era avanzato dal pranzo del giorno prima. Una peculiarità che aveva accompagnato la vita quotidiana della stragrande maggioranza degli italiani nella prima metà del secolo scorso. Con il boom economico e con il benessere diffuso venne offerta, negli anni cinquanta e sessanta, ai molti che ne erano esclusi, a causa dei prezzi inaccessibili, la possibilità di consumare abitualmente cibi come la carne. Ora la crisi economica ha provocato un deciso arretramento nella capacità di spesa alimentare di milioni di italiani. Una svolta che sta provocando un aumento della frustrazione di milioni di persone per le quali, se lo Smartphone non è e non sarà mai importante, il pane e la fettina restano al contrario fondamentali. 

Ma non disperiamo. Come ci insegna la storia, con la minuscola, quando un popolo ha fame, quando gli manca il pane, la rivolta è dietro l'angolo.

Irene Sabeni 

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