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Lavoratori partecipi alle imprese: la politica senza cultura e senza memoria

Qualcuno avvisi Angelino Alfano e Matteo Renzi: la partecipazione dei lavoratori all’impresa è un’idea che circola da cent’anni e passa, non l’hanno scoperta loro. Eppure l’hanno gabellata come una rivoluzionaria invenzione. Schermaglie da politichetta senza vasti programmi, si dirà, ed una boutade non si nega a nessuno. 

Gioverebbe ricordare che la trovata in questione idealmente proviene dalla tradizione del sindacalismo socialista, sia pur non marxista bensì mutualista, cooperativistico, d’ascendenza proudhoniana, libertaria, rispettosa della proprietà privata (che per Proudhon, il grande avversario di Marx, era un “furto” soltanto nei termini in cui il lavoro collettivo veniva espropriato del proprio surplus produttivo dal capitalista privato, ma nient’affatto criminale e da eliminare in quanto tale). Venne poi fatta propria, in modi ovviamente diversi, dal corporativismo prima cattolico poi fascista, quest’ultimo specialmente nella versione hard di Ugo Spirito (la “corporazione proprietaria” in cui capitale e lavoro si sarebbero fusi: una prospettiva rigettata dal fascismo maggioritario, che la considerava “bolscevizzante”). L’unico vero esperimento teoricamente su larga scala, ma che non decollò perché tardivo e calato dall’alto mentre infuriava la guerra civile, fu la “socializzazione” tentata dalla Repubblica di Salò. 

In tempi più recenti e democratici, a parte le marginali “comuni anarchiche” statunitensi e i kibbutz israeliani, è stata messa massicciamente in atto in Germania con la cosiddetta “economia sociale di mercato”, nota anche come “modello renano” o “Bitbestimmung”: i sindacati siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende in rappresentanza di quote detenute dai lavoratori. 

In Italia ogni tanto qualcuno, specie nella Cisl e fra gli imprenditori più aperti, la ritira fuori dal cassetto, ma in genere solo per spararla a salve data la contrarietà industriale alla “via tedesca” (a cui guarda Renzi, applaudito dalla Cgil), oppure come contentino per rendere variabile lo stipendio, della serie “diamo qualche azione ai dipendenti legandola alla produttività e distribuendo una parte di utili” (Alfano-Sacconi). Anche Beppe Grillo nell’ultima campagna elettorale aveva parlato di compartecipazione e, più correttamente del furbastro Renzi, del conseguente ridimensionamento del sindacato. 

Una discussione seria sul tema dei lavoratori nel capitale delle imprese, ad ogni modo, non c’è mai stata e tanto meno c’è adesso. In un pubblico dibattito dominato fra chi spinge verso una sempre maggiore flessibilità (leggi: schiavitù) del lavoro e chi si limita al massimo a frenare un po’ ma su quel binario resta contemplando tutt’al più “garanzie crescenti”, anche il solo pensare ad una ricostruzione dell’economia in senso partecipativo va al di là dell’immaginazione consentita. Perché vorrebbe dire incidere nella carne viva del sistema economico: la proprietà e il meccanismo decisionale. Sempre che, si capisce, si intenda un disegno di partecipazione vera, integrale, che intacchi gli equilibri interni dell’azienda. 

A grandi linee si tratterebbe di un’epocale riforma che avvicinerebbe l’impresa alla cooperativa: sempre privata, sempre di mercato, ma non più capitalistica in quanto non orientata esclusivamente sul profitto. A condizione che il potere del lavoratore sia, se non parificato ai diritti del “padrone”, almeno con diritto di veto sulle strategie di fondo. E se possibile senza il filtro sclerotizzante, parassitario e potenzialmente clientelare delle burocrazie sindacali. Il tutto nella cornice di uno Stato sociale fondato sul reddito universale di cittadinanza e sul diritto all’esistenza serena e non al lavoro, alienante in sé. Grillo un’incursione in tale senso l’aveva fatta, ma poi s’è perso e si perde nei voti online sull’immigrazione clandestina. E a noi tocca commentare le finte rivoluzioni di Alfano e Renzi. 

Alessio Mannino

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