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Orizzonti dal Kosovo e Metohija / seconda parte

Sarebbe stato un peccato, visto il tempo a disposizione, fermarsi a Pristina, fra tetri palazzoni e alberghi avveniristici, strade caotiche e gigantografie pubblicitarie. 

Dei 40.000 Serbi che abitavano la città prima della guerra – sarebbe meglio parlare di assalto, la guerra la si fa in due – oggi se ne contano poche decine. Difficile stabilire con sicurezza la cifra e problematico convincerli a rilasciare interviste; più ardua ancora, però, la loro esistenza tra gli invasori: nel gioco delle parti capovolte, oggi sono i Serbi gli “esuli in Patria”.

Dalla stazione degli autobus, insieme al fotografo che era con me, presi uno sconquassato pullman in direzione di Kosovska Mitrovica, zona nevralgica dei Serbi del Kosmet. Le strade, dissestate, fangose e quasi buie per la sera che incedeva, erano all’altezza del nostro mezzo di locomozione.

Era il 28 novembre e, durante il tragitto, vedemmo molte bandiere albanesi, issate alle finestre delle dimore schipetare, sventolare al vento freddo; un panorama desolante, quello delle case con i mattoni a vista, sparpagliate per la campagna piatta: più che sembrare abitate, davano l’impressione di essere state occupate in fretta e furia. Quel giorno ricorreva la “Festa della Bandiera”, celebrazione dell’Indipendenza albanese dagli Ottomani. 

Spettacolo peggiore, però, era la vista dei minuscoli cimiteri – sette, otto tombe ciascuno – abbattuti, abbandonati e distanti soltanto poche centinaia di metri da quelle abitazioni, in cui le luci domestiche, a poco a poco, riempivano le stanze e le vite. Solo la caduta della neve ammansiva la circostante desolazione.

Dopo poco più di un’ora, il pullman ci lasciava nel bel mezzo di una via trafficata, con negozietti, gente a passeggio e molti bar invasi dalla nebbia di mille sigarette, senza alcuna presa d’aria. Tutti, o quasi tutti, in Kosovo e Metohija, fumano; non c’è legge, età, prudenza che tenga: il fumo è fatto personale e costumanza comunitaria. 

Eravamo arrivati a Mitrovica, città divisa a metà, dopo la guerra, dal fiume montenegrino Ibar: a sud abitano 80.000 Schipetari, a nord circa 20.000 Serbi.

Il ponte, che dovrebbe essere simbolo di unione tra le parti, lì serve a separare e a rimarcare due irriducibili etnie, le stesse che prima della guerra convivevano in buon vicinato e in comunità di lingue, tanto che i Serbi parlavano anche l’albanese così come gli Schipetari parlavano pure il serbo; oggi la città è sdoppiata – a partire dal nome: per i primi, è Mitrovicë; per i secondi, Kosovska Mitrovica – e in essa, da nord a sud, la prospettiva muta radicalmente: la struttura dei palazzi; la lingua, scritta in caratteri latini da una parte e cirillici dall’altra; la moneta, l’euro e i dinari; i negozi occidentali e le antidiluviane botteghe; la moschea, situata tra le vie centrali del sud, e la cattedrale ortodossa, confinata su una collinetta nella zona nord. Infine, persino i camposanti, a dimostrazione che i morti non sono mai tutti uguali, differiscono: quello schipetaro,  a nord di Mitrovica, è perfettamente intatto, mentre quello serbo, situato a sud, è interamente distrutto. Alle sue spalle, una piccola chiesa, anch’essa a pezzi.  

È così che questa città, a settentrione del Kosmet, si è fatta due: da una parte l’agio di essere maggioranza schiacciante; dall’altra, dirimpetto, il disagio di essere minoranza schiacciata. A garantire poi l’impari dualità, bastano un presidio della KFOR (Kosovo Force), che campeggia ventiquattr’ore su ventiquattro al “confine schipetaro” del ponte, e sulla sponda di quello serbo, più che una barricata, un cumulo di macerie impossibile da varcare se non a piedi. È strano pensare che a sole poche centinaia di metri c’è un altro ponticello, sul quale le macchine scarrozzano avanti e indietro; con un’accortezza, però: a Mitrovica Nord le auto sono sempre prive di targa, è una forma di distintivo, per i Serbi; solo quando gli “avventurosi” escono dall’esilio, tirano fuori da certi nascondigli le targhe kosovare, forse contraffatte. 

Inizia qui un vero calvario burocratico; i Serbi provvisti di una targa serba, ad esempio di Belgrado, non possono guidare nel sud del Kosmet: i documenti, infatti, non sono riconosciuti dal governo di Pristina e questo permette alla polizia kosovara di sequestrare la macchina. Persino a chi è in possesso di documenti kosovari, ma viaggia su un veicolo con targa serba, non è consentito guidare nel sud della provincia; la fine è sempre la stessa: puntuale requisizione del mezzo. L’unica probabilità di riuscita è quella di pagare un’assicurazione di venti euro a settimana o di sessanta euro al mese; un’esagerazione, considerando i bassissimi stipendi serbi – trecento dinari mensili equivalenti a meno di trecento euro – e l’enorme tasso di disoccupazione. Attenzione, però: se si viene fermati a uno dei tanti, tantissimi posti di blocco posti lungo gli snodi obbligatori e non si è fatta l’assicurazione, il conducente verrà spedito di fronte a un giudice, che, a sua discrezione, potrà condannare il malcapitato a pagare un salasso di 500 euro. 

D’altro canto, va anche detto che chi è  provvisto di documenti kosovari, ha sì l’opportunità di immatricolare l’auto con una targa kosovara, ma non potrà poi guidare nei territori in cui l’indipendenza del Kosovo non è riconosciuta.  

Al di là della folle burocrazia per cui un serbo del Kosmet è destinato a essere un recluso – sia da una parte che dall’altra – il rischio maggiore per lui è ancora rappresentato dai civili schipetari, che si rivelano molto più  vendicativi, e in maniera meno raffinata, delle Forze dell’ordine. Per tale ragione Branislav, il nostro fixer, poteva utilizzare la sua vettura unicamente a Mitrovica nord e nei Comuni “di proprietà serba”: Zvečan, Leposavić e Zubin Potok. Stop.

Se è vero che, a poco più di un’ora di volo, esistono anche treni e autobus per spostarsi da un luogo all’altro, ciò non vale più per il Kosmet: dopo il feroce attacco del 17 marzo 2004, le stazioni ferroviarie sono divenute stazioni-fantasma, davanti alle quali i treni passano senza fermarsi per andare dritti in Serbia; mentre, per quanto riguarda i pullman, questi o fanno rare corse e a ore improbabili – di solito alle cinque del mattino – o non ci sono affatto. In tal modo, oltre alle levatacce, ho avuto modo di sperimentare l’autostop, nonché di passeggiare per chilometri e chilometri per ritrovare, alla fine, un malandato taxi che mi riportasse indietro, a Mitrovica Nord. 

I taxi vengono molto usati, ma sono tremendamente costosi. «È il prezzo che noi paghiamo, rischiando la polizia kosovara… e gli “assassini”», affermano tanti tassisti. 

Se per me, però, le passeggiate a passo lungo e ben disteso nella campagna innevata dei pomeriggi dicembrini restano uno dei ricordi più belli, così non è per i Serbi: loro, laggiù, non sono di passaggio.

A distanza di dieci anni dall’ultimo sanguinoso assalto, il conflitto continua, con l’unica accezione che a essere mutati sono i metodi di aggressione, non i fini a tutt’oggi invariati: spazzare via dal Kosovo e Metohija ogni traccia serba.

Solo stando a stretto contatto con le quotidiane e non ordinarie difficoltà dei Serbi, si può comprendere cosa significhi “vivere in riserva”, anche in una città come Mitrovica, che riserva non è. 

Prima di partire per le enclavi – villaggi schietti e poverissimi – c’è però una storia al centro di Mitrovica nord, che merita di essere raccontata: è quella di Bisenka, il cui nome significa “Perla”. “Perla tra la guerra”, come l’ho ribattezzata io.

Fiorenza Licitra

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