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Spezzatino Telecom, in salsa estera

Telecom Italia continua nel suo evitabile declino iniziato ben 15 anni fa. La svendita di Tim Argentina, alla quale, presumibilmente, dovrebbe seguire a breve quella di Tim Brasile, ne è stata l'ultima e più eclatante tappa. Un'azienda un tempo florida e ben posizionata sui mercati internazionali e che ora si sta concentrando sul mercato interno, un mercato che è considerato “saturo”, perché non è più in grado di crescere ancora, e che la ridurrà ad un ruolo marginale, in un ambito locale e regionale quale è appunto quello dell'Italia.

La crisi di Telecom può essere assunta allora come metafora del declino del nostro Paese nel suo complesso. Un Paese che, per l'idiozia criminale e la cialtroneria della sua classe politica, non è stato in grado di superare la fine della contrapposizione dei blocchi, seguita alla caduta del Muro di Berlino e alla fine del comunismo. Una classe politica che non è stata in grado di gestire il passaggio da un’economia che vedeva la presenza massiccia dello Stato ad una di tipo nuovo, imposta dai potentati finanziari internazionali, insomma il “Mercato”, in cui deve essere lasciato libero spazio ai capitali e agli interessi privati in gioco. Una nuova realtà nella quale, vuoi per incapacità politico-culturale, vuoi per la voglia di dimostrarsi liberisti e per fare dimenticare il proprio passato statalista e a volte comunista, i politici della cosiddetta Seconda Repubblica (Prodi, Amato e D'Alema), avviarono la fase delle privatizzazioni gestendola in modo a dir poco ignobile e non impedendo, quando ancora era possibile, che si gettassero le premesse dello sfascio odierno, con gli azionisti di controllo preoccupati soltanto di saccheggiare la società, tra nuovi debiti accesi per assegnarsi i dividendi e l'appropriazione dell'enorme patrimonio immobiliare.

Dalla prima Telecom regalata agli Agnelli nel 1997, a quella della scalata del 1998 con l'Opa (Offerta pubblica di acquisto) basata sui debiti e lanciata dalla Olivetti di Colaninno. Dall'interregno della Pirelli di Tronchetti Provera e di Benetton fino all'attuale gestione di Telco, una holding finanziaria nella quale l'unico operatore industriale è la spagnola Telefonica, affiancato da soggetti finanziari italiani come Mediobanca, Intesa SanPaolo e Generali, il cui unico intento è l'incasso annuale dei dividendi e le plusvalenze che potranno ricavare da una eventuale vendita delle azioni ad un gruppo del settore che, per forza di cose non potrà che essere straniero.

La vendita di Tim Brasile, nella quale Telecom vanta una quota di controllo del 67% è stata finora smentita dal direttivo di Telecom alla cui guida Marco Patuano ha preso il posto di Franco Bernabè che, potenza dei ricorsi, guidava il gruppo già all'epoca dell'Opa dell'Olivetti. Ma è una vendita che appare come inevitabile, al di là delle modalità con cui verrà realizzata e che dovrebbe implicare una sorta di spezzatino a favore degli altri operatori brasiliani di telefonia mobile. Una operazione apparentemente senza senso ma che al contrario, e senza considerare i non indifferenti introiti finanziari che ne deriveranno, è funzionale per permettere a Telefonica di inglobare Telecom, o meglio quello che ne rimarrà, e non avere in Sudamerica conflitti di interesse con due società, una propria ed un'altra di Telecom, operanti nello stesso settore.

La tesi che viene rivenduta è che con i soldi che verranno in tal modo reperiti si potrà da un lato abbassare l'enorme debito, ereditato da Colaninno, e dall'altro realizzare gli investimenti nella nuova rete fissa a fibre ottiche che in Italia sta sostituendo, troppo lentamente peraltro, quella tradizionale in rame e che appare già superata da quella senza fili. Ma la rivoluzione in atto da anni nelle telecomunicazioni è incentrata più sui contenuti che sui contenitori che li raccolgono e li diffondono. E non è un caso che girino voci che una Telecom, privata della telefonia mobile e divenuta una filiale del gruppo iberico, possa stabilire legami strettissimi, forse addirittura una fusione societaria, con Mediaset grazie agli stretti rapporti di amicizia e di affari (in Spagna nella piattaforma tv di Digital plus) stabiliti da Berlusconi con Cesar Alierta, il capo  di Telefonica.

Soltanto in tale ottica si spiegherebbe l'interesse di un enorme fondo di  investimento Usa come Blackrock che ha portato recentemente dal 5 al 10 per cento la quantità di azioni di Telecom in suo possesso. Resta l'amarezza per la fine ingloriosa di una società, un tempo un gioiello del nostro sistema industriale e che appare destinata, invece, a divenire uno strumento di strategie e di interessi esteri.

Irene Sabeni

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