Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Orizzonti dal Kosovo e Metohija / terza parte

“Perla tra la guerra”

Mi aggiravo tra le vie centrali di Mitrovica nord, in compagnia del fixer e del fotografo, quando notai un edificio fatiscente, in totale rovina. Branislav ci disse che si trattava di un’ex scuola elementare, utilizzata dopo la guerra del ’99 come sistemazione provvisoria per i rifugiati; tale provvisorietà durò undici anni, il tempo corrente al governo di Belgrado di procurare a 126 persone – uomini e donne, vecchi e bambini – delle vere case in cui abitare. 

«Oggi, dopo tanto tempo, lì dentro ci vivono ancora alcune persone», aggiunse Branislav. 

Pioveva a dirotto, quel pomeriggio, e l’aspetto del palazzo era a dir poco tetro: vetri rotti e oscurati, intonaco divelto, scritte sui muri e un’unica lucina, proveniente da un punto dell’ala destra, che rimarcava la cupezza circostante. Nonostante lo sgomento suscitatomi dal posto, decisi di entrare per parlare con gli ultimi “reduci”. 

Al piano terra, desolato e silente, sembrava non abitarci nessuno ma, già salendo al piano superiore, si intravedevano congerie di vestiti, bottiglie di plastica, cartoni e stracci: immondizia su immondizia. Un odore nauseabondo investiva l’aria, mentre, mano a mano che ci inoltravamo, la spazzatura diveniva talmente alta e ingombrante da costringerci a schiacciarci contro la parete per riuscire a passare. A un tratto, nel bel mezzo di un corridoio, scorgemmo una sedia con accovacciato sopra un cane brutto, di taglia piccola e spelacchiato, che appena ci vide iniziò a ringhiare, pur senza sollevarsi. Poco dopo, sbucò da una porticina scura e malmessa qualcuno di cui non riuscii a decifrarne il sesso, non tanto per il buio che stava calando come un sipario su tutto, quanto per l’ambiguità di quella figura. Era una donna o, meglio, lo era stata una volta: chi ci stava di fronte in quel momento era una persona alta di statura, ma rachitica di corporatura; le mani troppo gonfie stonavano, quasi non le appartenessero, con la sua eccessiva magrezza – non poteva pesare più di 50 chili – e un incessante tremito le scuoteva il corpo ormai prosciugato,  su cui ballonzolava un abito da uomo, interamente nero. “Sarà  avanti con l’età”, pensai, ancora ignara del fatto che moltissime persone, laggiù, a cinquant’anni ne dimostrano settanta. Aveva gli occhi di un verde cupo, le guance incavate per la bocca quasi vuota – non aveva che tre o quattro denti – dalla quale proveniva una voce roca e maschile. Senza rendermene conto, indietreggiai, mentre Branislav ci presentava e le spiegava il motivo della nostra presenza. Ovviamente le strinsi la mano, ma a fatica. La donna si chiamava Bisenka, nome che in serbo significa “Perla”. 

Durò poco, l’incontro: la testa mi girava talmente forte che mi strinsi al braccio di Branislav per reggermi; sentivo l’urgenza fisica di uscire o, meglio, di scappare da lì. A provocarmi quell’istinto di fuga, non era soltanto lei, Bisenka, ma soprattutto  il posto opprimente; esistono luoghi che danno un’inspiegabile pace e altri che, senza che nulla accada, procurano un inferno: io, quell’inferno, lo sentii fin dai primi istanti formicolarmi sotto la pelle. Uscii all’aria aperta e dopo pochi minuti mi raggiunsero anche i miei due compagni.

Ci infilammo in un bar in stile giamaicano, a soli cinquanta metri da lì. Mi guardai intorno – ragazzi allegri si scolavano kafa (il caffè turco) o birra di fronte a una televisione perennemente accesa – e capitombolai in un pianto muto e amaro. Com’era possibile che a così breve distanza da quell’allegria ci fosse Perla? Com’era possibile che dei serbi di Mitrovica, con il loro grande patriottismo, ingurgitassero noccioline e alcool, ignorando quell’infame esistenza?

Branislav ed Emanuele, avevano appuntamento con Bisenka l’indomani; io avevo deciso di non andare: non riuscivo a sopportare il peso del posto. Nell’inquietudine della notte, però, mi resi conto che avrei potuto tollerare ancora meno una mia diserzione dalla vita ingloriosa di Bisenka; così, al mattino presto, li seguii.

Appena entrati nell’edificio, incontrammo un vecchio, tracagnotto e lercio, con i pantaloni semiabbassati e sopra soltanto una canottiera, in un dicembre già con vari gradi sottozero; abitava in una stanza a piano terra e ci fece entrare, ma solo per pochi minuti: il tempo di intravedere – vi regnava una penombra fitta – anche lì l’immondizia sommergere la camera; il tempo per chiederci dei soldi; il tempo, infine, di accorgermi che sua moglie, una vecchia bassa e taciturna, aveva a un piede una catena di ferro fissata a un anello al muro. 

Non rispose alle nostre domande, quell’uomo; disse solo che viveva lì da dieci anni e che potevamo tornare in un altro momento, possibilmente con del denaro. Aveva fretta. Uscì dalla stanza insieme a noi, chiudendo la porta – dietro la quale restava la donna incatenata – con un pesante lucchetto. Ecco cos’era l’inferno del piano terra.

Salimmo la rampa di scale, dove Bisenka ci aspettava, con il suo sorriso sdentato. La seguimmo all’interno del “buco” in cui viveva, uno stanzone talmente gremito di roba da risultare minuscolo; ad affollare la camera, c’erano una grande poltrona che fungeva da tavolo e da letto, una stufetta rotta, dei tappeti lerci per gli escrementi dei suoi due gatti, visibilmente malati, e ancora bambole, stracci, un grande poster raffigurante Tomislav Nikolić (Presidente della Repubblica di Serbia), vecchi giornali, bottiglie di plastica disseminate ovunque, chincaglierie di ogni sorta raccolte dalla strada e accumulate negli anni. Oltre all’aria – appestata a causa della serranda interamente abbassata ormai chissà da quanto tempo – mancava lo spazio per muoversi, dentro quel buio.

Bisenka fece accomodare me in poltrona e lì, sotto la luce di un lumino fioco fioco, iniziò a raccontare una storia comune e terribile.

Cadeva l’inverno del 1999 e infuriava la guerra, quando un mattino, dalla finestra, Bisenka vide i paramilitari albanesi assalire la chiesa, dirimpetto alla sua abitazione. Non ci fu abbastanza tempo, né per lo sgomento, né per la fuga: pochi istanti dopo, alcuni di loro, buttando giù la porta a calci e a spallate, irrompevano nella sua vita. Il marito di Bisenka era fuori – in seguito, apprese che, nello stesso momento, a lui venivano inflitte torture fisiche  – e, oltre a lei, in casa c’erano una figlia di quattro anni e un figlio di pochi giorni soltanto.

I paramilitari li trascinavano in chiesa – dove giacevano già i corpi straziati di alcuni uomini, tutti civili – e uno di questi, senza proferire parola, puntava la canna della pistola  al collo del figlio appena nato, mentre un altro le strappava dalla mano la figlia per mostrarle l’inesorabile spettacolo della fine che sarebbe toccata ai preti lì presenti. E fu proprio sotto lo sguardo di quella bambina che l’assalto dei fucili offese e ferì i corpi dei preti, ma senza finirli: il massacro non doveva durare poco, per nessuna delle vittime di quel gioco alla morte; gioco infame che, oltre a violarle l’infanzia negli occhi, avrebbe gettato in lei il seme della follia.

Dal tremendo agguato riuscirono a salvarsi tutti e tre, ma io, di fronte al pianto rotto di Bisenka, non osai rivolgerle domande superflue su come fossero riusciti a scampare; non importava e, dentro di me, non credevo affatto che fosse stata vera salvezza: quel fatidico giorno, a distanza di quattordici anni, dura ancora oggi, senza scampo alcuno, nel suo petto. 

Bisenka ritrovò il marito, cui avevano mutilato tre dita, però non possedevano quasi più nulla: persa la casa, perso il lavoro, persi i parenti e gli amici, cosa restava e come sfamare due bambini, come continuare a crescerli? Erano disposti a tutto, tutto, purché i loro figli fossero al riparo, non solo dai crampi della fame, ma da ogni miseria umana. Venne allora la decisione più difficile: darli in affidamento, in Serbia. Così Bisenka, un mattino, consegnò i suoi figli a terze persone e perse tutto, a eccezione della memoria.

Oggi vive ancora nel luogo in cui si insediò, insieme al marito, nel 2004. Agli altri rifugiati il governo serbo ha dato un appartamento; anche per lei ne era stato trovato uno, peccato però che sia stato venduto ad altri prima che potesse entrarci. 

Quello che Belgrado concede a lei e al marito equivale complessivamente a meno di 100 euro al mese. Il cibo se lo procurano una volta al giorno, in tarda mattinata, alla mensa dei poveri, insieme ad altri rifugiati. Il resto è miseria nera.

Come la figlia, anche Perla quel fatidico giorno si ammalò di un dolore al petto, che nella trascuratezza è divenuto malattia. Dovrebbe essere operata d’urgenza, ma il medico si rifiuta: le abiette condizioni in cui vive non le permetterebbero di superare i lunghi postumi dell’intervento. 

È da quattordici anni che lei si appella al partito serbo, al quale è a tutt’oggi iscritta, per riavere una casa, una vita e i suoi amatissimi figli che non può nemmeno rivedere, non avendo i soldi per andare a trovarli.

«Le ha mai risposto il suo partito?», le chiedo.

«Non ancora», mi risponde senza alcuna malizia, facendo della fede nel domani la sua più grande benedizione dell’oggi.

Lo dicevo all’inizio: questa è una storia piuttosto comune, tra i serbi del Kosmet, ma a essere davvero terribile, oltre al fato, è la calma che promana Bisenka – dal sorriso sdentato, sempre presente e paziente – a lungo esercitata nella sconfitta di un eterno presente. 

Così non sono riusciti a spezzare Bisenka, ma tanta è la vastità del suo cuore che ci tentano ancora.

Fiorenza Licitra

Aumentano i poveri. E i ricchi sono più ricchi

La Cina rallenta, la Fed ci ripensa