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Giornalismo: quando non c'è limite al peggio

Il giornalismo italiano non è mai stato puritanamente ipocrita come quello anglosassone (i fatti distinti dalle opinioni: ok per la cronaca nuda e cruda, il resto è illusione o mistificazione), quanto piuttosto cattolicamente cinico (opinioni mischiate ai fatti senza remora, rivendicando la propria faziosità). Questo non solo per ragioni culturali che affondano addirittura nella Controriforma e nel mecenatismo, ma anche perché l’editoria sotto le Alpi non è mai stata “pura”, fatta di editori che fanno soltanto gli editori e non i palazzinari o i finanzieri, e si è sviluppata molto spesso in testate politicizzate e di parte. Né l’uno né l’altro modello costituiscono l’ideale per un giornalista libero: apertamente schierato o ingabbiato da interessi di retrobottega, per sopravvivere in questo mestieraccio il gazzettiere nostrano deve, di norma, autocensurarsi. Qualche felice eccezione c’è sempre stata e c’è, ma in generale meglio un giornale ed un giornalista onestamente partigiano che un servo mascherato che sciorina frasi fatte sull’imparzialità e amenità simili, spacciando per informazione quella che di fatto è manipolazione. Per dirla chiara: Emilio Fede almeno non si nascondeva. 

Tuttavia, se vuole mantenere un minimo di credito, la categoria dovrebbe difendere un confine invalicabile: va bene essere scopertamente faziosi, ma passare armi e bagagli dall’altra parte della barricata svolgendo contemporaneamente al proprio lavoro quello di spin doctor o addirittura di politico in servizio effettivo, questo no. 

È il caso di Giovanni Toti, direttore del Tg4 e di Studio Aperto, che è entrato a far parte dello staff di Silvio Berlusconi e lì organizza, prepara, dispone, dirige, consiglia e insomma, fa politica. Assuefatti al peggio, non mi pare si sia levata una voce, nell’inutile Ordine e nel pubblico dibattito, contro questa porcheria. Per la verità non si tratta di un fatto del tutto nuovo: pure Giuliano Ferrara da direttore del Foglio e opinionista della galassia berlusconiana è stato ministro e ghostwriter dell’Unto di Arcore. Ma Ferrara, a ben guardare la sua storia di apparatchick e figlio di apparatchick comunista e poi trombettiere craxiano, non è neppure mai stato un giornalista vero e proprio. Adesso questo Toti, che giornalista lo è benché fino a poco tempo fa oscuro ai più, diventa esponente di punta della rinata Forza Italia restando seduto alla sua scrivania dei telegiornali Mediaset. Così, senza colpo ferire, senza nulla da dichiarare a sua giustificante, bello come il sole, e tanti saluti alla deontologia. 

Si badi bene: poco ce ne cala del Toti in questione. Interessa, invece, tutelare quel poco di credibilità che il giornalismo nonostante tutto si merita e che deve a quella minoranza di colleghi che fatica e spesso fa la fame pur di mantenere dignità, decoro, indipendenza. L’obbiettività è una panzana, ma è ugualmente inaccettabile eccedere nel senso opposto, liquidando totalmente la professionalità giornalistica per annegarla in una diretta e spudorata, direbbe Berlusconi, “discesa in campo”. Di questo passo la politicizzazione dei media, tipica dell’Italia di eterni guelfi e ghibellini, avrà saltato il fosso traducendosi in una smaccata e militarizzata partitizzazione: la stampa di parte diventerà di partito, ed ogni residuo di dissenso o sfumatura di diversa sensibilità sarà un ricordo. E così potremmo trovarci fra due venefici fuochi entrambi puzzolenti: da un lato i propagandisti duri e puri, dall’altro i finti tromboni della libertà. Se i Toti si moltiplicheranno, toccherà rimpiangere perfino Feltri e Belpietro, o sull’altro versante Scalfari e Mauro. E’ proprio vero che non c’è limite al peggio. 

Alessio Mannino

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