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Tutti estimatori di Bersani. Ma noi no

Non bastavano le glorificazioni post mortem, ad accrescere il tasso, già altissimo, di ipocrisia e mistificazione: adesso, vedi ciò che sta avvenendo intorno a Pierluigi Bersani, ci sono pure quelle “post infortunium”. La malattia, o l’incidente, che diventano dei salvacondotti onnicomprensivi. La realtà personale che, nella peggiore tradizione dell’elogio funebre, cede il passo all’agiografia di circostanza, enfatizzando i meriti – o inventandoli di sana pianta – e sorvolando sui difetti.

Anzi, già che ci si trova si va oltre. Paghi uno e prendi due. O tre. O quattro. O quel che è, nella corsa al bottino pieno. L’inganno è elementare, ma i più sembrano incapaci di rendersene conto. Il ritratto celebrativo individuale viene trasformato in una foto di gruppo, che apparentemente è incentrata sulla povera vittima di turno ma che, in effetti, serve a mettere in bella mostra la categoria di appartenenza. Nel caso specifico il Pd, innanzitutto, ma in qualche modo (come dire, sullo slancio) anche la politica nel suo insieme. Facendo sfoggio di fair play, se non proprio di autentica compassione, si prova a recuperare in un sol colpo un’immagine diversa da quella, ultra cinica e al limite del disumano, che è stata data innumerevoli volte, fino a innescare l’attuale insofferenza per i partiti. E a perdere gran parte dell’originaria legittimazione che essi avevano in quanto forze democratiche deputate a rappresentare il popolo.

Così, in questa parata dei buoni sentimenti, sfilano non solo i parenti/serpenti del Pd ma pure gli avversari più ostili e di tutt’altra estrazione. Renzi parla familiarmente di «Pierluigi», asserendo di aspettarlo «per tornare a discutere e anche a litigare», mentre Fassina arriva a dire che «l’Italia ha ancora bisogno di lui». Berlusconi, a sua volta, rivolge a Bersani «un abbraccio affettuoso ad un avversario leale» e persino Beppe Grillo si spinge a rendergli omaggio scrivendo che l’ex segretario del Pd «ha avuto un pregio, quello di apparire umano, un grande pregio in un mondo di politici artefatti e costruiti a tavolino come dei pupazzi in vendita ai grandi magazzini della politica. In fin dei conti, la sua volontà di smacchiare il giaguaro si è avverata. Credo che abbia sempre saputo che i suoi veri nemici non erano i Cinque Stelle, ma alcuni dei suoi compagni di partito e personaggi delle istituzioni».

Ciascuna alla sua maniera sono tutte e quattro delle dichiarazioni da rigettare in blocco. Se però le prime tre rientrano quasi nell’ovvio, giungendo dai professionisti del settore, la più sorprendente e inopportuna è quella del leader del MoVimento 5 Stelle: non tanto perché rivaluta un classico esempio di funzionario di lunghissimo corso, che per restare agli ultimi anni è stato prima ministro nel governo Prodi e ha poi sostenuto gli esecutivi guidati da Mario Monti e da Enrico Letta, ma soprattutto perché riconosce la possibilità che si approdi ai vertici della politica nazionale pur essendo persone in buona fede. Impegnate, al di là degli esiti concreti, ad agire per il meglio, ossia nell’interesse della generalità dei cittadini.

È vero il contrario: proprio quell’ascesa implica una sostanziale acquiescenza alle scelte adottate via via dai potentati coi quali si collabora, riducendo le differenze individuali a dettagli di scarso o nessun rilievo. Bersani, e i tanti che praticano all’incirca il suo stesso mestiere, vanno giudicati su un piano prettamente politico. Per ciò che hanno o non hanno fatto. Per ciò che hanno lasciato fare senza mai prenderne le distanze in termini definitivi.

La salute o la malattia non c’entrano un accidente, con questo tipo di valutazioni. E il massimo che si può concedere, di fronte a una patologia obiettivamente grave, è un momentaneo silenzio. Ribadito: momentaneo. E sempre che altri, con le loro ruffianerie, o con le loro chiacchiere a vanvera, non costringano a interromperlo prima del dovuto.

Federico Zamboni

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