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Consumi ancora in calo: altro che "ripresa"

“La situazione economica sta migliorando, il peggio è alle spalle, la pressione fiscale è in calo. Quindi gli italiani non possono che tirare un sospiro di sollievo.” Questa la tesi propagandata a piene mani dal governo di Enrico Aspen Letta e dell'ex Bankitalia, Fabrizio Saccomanni e che viene amplificata dalle gazzette di regime che, essendo legate mani e piedi al mondo bancario, non possono fare altro che rivenderla. Ma sono i dati reali dell'economia a smentirli. 

I consumi in un anno sono diminuiti del 2% ed il potere di acquisto delle famiglie è calato dell'1,5%, tanto da obbligarne 2 su 3 a tagliare drasticamente le spese che un tempo erano considerate fisiologiche ed ora sono state declassate a superflue

Sono i consumi, infatti, a indicare molto più di qualsiasi altro dato la reale situazione.

L’aumento della disoccupazione, unito al blocco di fatto delle retribuzioni e delle pensioni, ha infatti portato a questo stato di cose. E in una fase di crescente difficoltà di sopravvivenza per le famiglie, il governo non trova di meglio che andare a mettere altre tasse sulla casa che rappresenta per la maggioranza degli italiani l'unico, vero, autentico bene rifugio. Un altro salasso deciso per venire incontro alle pressanti richieste dei comuni che, senza le entrate dell'Imu sulla prima casa, protestavano di non essere più in grado di fare fronte ai propri enormi impegni finanziari. Un altro salasso per milioni di famiglie i cui risparmi si sono ridotti ai minimi termini. Eppure sembra una realtà che interessa poco o niente ai politici di lotta e di governo e alla tecnocrazia che li affianca a Palazzo Chigi, preoccupata di tenere il disavanzo al 3%, peraltro con poco successo, come prevede il Patto europeo di stabilità. 

I consumi, specie quelli delle feste natalizie quando tradizionalmente si spende e si spande, sono in tal senso una ottima pietra di paragone. Se non si spende a Natale, in regali per i bambini e per cibarie varie, vuol dire che i soldi non ci sono davvero più e quei pochi che c'erano sono stati utilizzati per coprire le scadenze fiscali di fine anno. Niente soldi, niente consumi quindi. 

Lo studio della Confcommercio, che ha il polso reale della situazione, sottolinea che i segnali che potrebbero lasciare intravedere un possibile miglioramento nel 2014, sono ancora molto deboli e in ogni caso sono insufficienti a produrre effetti positivi sull'occupazione e sul reddito. Il motivo è presto detto. Vi è ancora troppa incertezza sul futuro dell'economia e la pressione fiscale resta troppo alta. La mancanza di fiducia riguarda più le famiglie che le imprese. Se le seconde, soprattutto quelle che guardano all'estero ed esportano, hanno potuto avere un po' di respiro grazie alla domanda venuta dai mercati esteri, le famiglie sono state costrette a tirare la cinghia e a ridurre le spese a quelle indispensabili. 

Le imprese che ancora riescono ad esportare sono quelle che sono state in grado di puntare su una adeguata politica di prodotto, forte della considerazione che il made in Italy riscuote sui mercati internazionali. Non solo per prodotti per i quali l'Italia è famosa, come la moda, ma anche per prodotti di settori come la meccanica di precisione nei quali la nostra industria gode di un'alta considerazione. Ma per le famiglie, che devono far quadrare mensilmente entrate ed uscite, è un altro paio di maniche. Anche perché la stretta creditizia da parte delle banche si è accentuata andando di pari passo con l'aumento delle sofferenze e i crediti inesigibili, maturati a fronte di fidi e scoperti concessi ad imprese che, a causa della crisi, sono state costrette a chiudere. Le famiglie del ceto medio e piccolo si ritrovano così a dover pagare per tutti, senza poter contare su una politica economica in grado di tutelarle. Oltretutto, senza una inversione di tendenza, tra disoccupazione e diminuzione dei risparmi, tra calo dei consumi e aumento della povertà, si sta creando, lentamente ed inesorabilmente, un armata di milioni di persone che sono spinte ben sotto il livello di una esistenza appena meno che dignitosa e che potrebbero scegliere altri strumenti, oltre a quelli elettorali, per fare sentire il proprio malcontento e la propria rabbia. Del che, a questo punto, per l’Italia intera non resta che augurarselo.

Irene Sabeni

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