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Tutti noi, i cittadini al guinzaglio

Esiste ancora la visione politica della politica? Oppure siamo oramai così abituati ad essere degli amministrati che ci siamo dimenticati che la politica si fonda sul potere del cittadino, che delega il suo potere a chi lo rappresenta nella città (la Polis)? Oggi il rapporto politico è talmente capovolto che il cittadino è diventato un amministrato e i suoi delegati, anziché pensare a sé stessi come persone incaricate di svolgere una certa funzione, si ritengono l’unico e autentico potere politico. In pratica, degli autocrati.

Quanto sta avvenendo è molto grave, perché il non tener conto del potere politico del cittadino fa sì che chi viene eletto abbia una concezione puramente istituzionale del rapporto con la popolazione. Abbia, cioè, una concezione a senso unico: quella che parte dal Palazzo e cala sulle istanze civiche dei cittadini, senza mai avviare canali di risposta tra cittadini e Palazzo. Ed è una concezione, questa, che non appartiene solo ai politici beceri, o addirittura disonesti, ma anche a quelli che sono bene intenzionati nell’andare incontro alle esigenze del cittadino. Così che, in loro, l’essere corretti nell’amministrazione civica rischia di essere la faccia buona di una cattiva azione. E la cattiva azione è proprio quella di non attivare dei processi di autoformazione politica del cittadino, per il fatto stesso che questa autoformazione non viene contemplata.

Vedi il caso della Bindi che, durante il suo mandato quale ministro della Sanità, pur essendo onesta nel concetto istituzionale del proprio potere, si limitava unicamente a lottare affinché l’istituzione fosse corretta nel suo compito, quindi dotata di un giusto potere nell’andare dall’alto del Palazzo verso le persone. Senza però avvertire che la politica, per essere veramente tale, deve anche andare dalle persone verso il Palazzo. E così quella sua onestà puramente amministrativa, altro non faceva che inculcare nei cittadini solo il diritto ad avere l’assistenza sanitaria, senza avvedersi che vi è nel cittadino anche il dovere di non ammalarsi.

La Bindi è un esempio tra i tanti. Il suo stesso approccio si ritrova in molte altre “brave persone” di qualunque schieramento partitico: magari pure oneste sul piano morale, ma sicuramente ingiuste su quello politico. Perché la sostituzione dell’agire politico con l’agire amministrativo induce sia lo Stato che il Cittadino a restare chiusi nei rispettivi ruoli, facendo scomparire l’essere-e-l’agire-insieme che sono propri di un’azione pienamente politica. Ossia di quello stare insieme, costituito dal circolo virtuoso che s’instaura nella reciprocità, in cui il cittadino fonda lo Stato e lo Stato fonda il Cittadino. Ed è evidente che tale sostituzione, nell’espropriare il cittadino del proprio originario potere politico, lo aliena dal sentirsi e dall’essere compartecipe della res publica facendolo scivolare in una crescente indifferenza, visto che un bene quando è soltanto amministrato più non è proprietà dei cittadini, ma unicamente degli enti locali o dello Stato. Una spoliazione che spinge il cittadino a occuparsi solo del diritto ad avere (il diritto del cliente) e ad essere incurante di ogni responsabilità civica (il dovere politico) da ottemperare.

In sintesi: la sostituzione del sociale al politico priva il cittadino del senso politico della Politica. Reato di corruzione politica, si dovrebbe chiamare. E in effetti la corruzione della mente c’è stata eccome, se si pensa che nella testa della gente le “Istituzioni pubbliche” tendono a coincidere con quelli che le comandano, mentre chi vi lavora è soltanto un dipendente e chi si trova all’esterno è soltanto un consumatore-cliente.

In questo modo di pensare il potere del cittadino non c’è più, l’essenza stessa della Politica non c’è più. La Polis è morta. E soprattutto, in un sistema siffatto, finisce che chi ha ancora una visione politica della politica viene eliminato sistematicamente.

 

Per esempio: in una zona del Veneto, alcuni anziani hanno deciso di “mettersi in proprio” costituendo un gruppo che è una comunità di vita totalmente altra rispetto alla vita ricoverata degli anziani negli istituti. Siamo di fronte, cioè, ad anziani che vogliono essere “cittadini” e non “assistiti”. Analogamente, una giovane donna, madre di un bimbo disabile, con tenacia e coraggio ha aggregato le famiglie del suo paese con lo stesso problema e ha costituito poi una rete con i gruppi di famiglie dei paesi vicini. Stiamo parlando quindi di una madre che per le famiglie con disabili a carico cerca di suscitare non già l’obolo dell’assistenza, ma il diritto politico, in cui la disgrazia non è relegata a “cosa privata” di chi ne è vittima.

Tanto gli anziani quanto quella giovane donna pongono l’esigenza del guardare alla vecchiaia e all’handicap come “realtà civiche” della comunità politica, affinché la menomazione fisica non sia vista e vissuta come minorazione sociale. E non è l’assistenzialismo che può risolvere una tale riduzione, ma la concezione pienamente politica della comunità umana.

Stupendi esempi di impresa civica che, immagineranno gli ingenui, sono stati sostenuti dai Comuni in cui sono sorti. E invece no. Tutto il contrario: da quei Comuni sono stati boicottati. Strano? Assolutamente no, se si pensa a quanto si diceva sopra: l’agire politico si è ridotto ovunque ad agire amministrativo. Lo Stato è un erogatore di servizi e il cittadino un semplice cliente.

Anzi, è ovvio che i Comuni in cui sono nate le imprese civiche di cui sopra si siano prodigati a boicottarle: perché queste azioni di impresa civica intraprese dai cittadini disturbano i sonni e la coscienza di quelle istituzioni che non hanno una visione politica della politica. Disturba coloro che preferiscono distribuire favori alla popolazione piuttosto che dare a tutti ciò di cui tutti hanno bisogno, e che va al di là del mero sostegno materiale – quand’anche vi sia. Disturba, perché è più semplice gestire degli assistiti che delle persone che hanno responsabilità e autonomia. Disturba, perché altri cittadini potrebbero prendere coscienza delle loro potenzialità personali. Disturba, perché mette in evidenza ciò che ormai tutti vedono ogni giorno: che la società in cui viviamo è priva di una visione autenticamente politica della politica.

Niente amore né giustizia. Solo potere.

Tina Benaglio

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