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Rifiuti elettronici: il viaggio della vergogna

Rifiuti. Solo la parola incute inquietudine. La associamo infatti a due termini negativi: inquinamento e malattia. Siamo sommersi dalla spazzatura. Non sappiamo più dove gettarla o nasconderla. Le discariche sono stracolme in Italia come nel resto dell’Europa.

Viviamo nell’era del consumismo e dello spreco. Quasi tutto ciò che compriamo ha una vita brevissima. Telefonini che dopo pochi mesi passano di moda e si cambiano come se fossero calzini; elettrodomestici che smettono di funzionare e non vale la pena aggiustare; televisori che vengono venduti a prezzi bassissimi; computer che dopo circa un anno sono considerati già vecchi. La pubblicità ci mette del suo, ricordandoci in modo martellante che è uscito l’ultimo modello e ci fa desiderare oggetti che non ci servono, ma che sono all’ultima moda. Altrimenti, siamo “out”, ovvero degli “sfigati”.

Un malsano consumismo che ha delle ripercussioni gravissime sull’ambiente e sulle persone. Per produrre le tecnologie all’ultimo grido, si fanno guerre per accaparrarsi le materie prime. È il caso della Repubblica Democratica del Congo, dove le multinazionali fomentano i conflitti per appropriarsi del coltan, il minerale indispensabile per la tecnologia di ultima generazione. 

E dove finiscono gli elettrodomestici, i computer, i telefonini che non usiamo più?

Qualcuno penserà nel sud Italia, visto l’ultimo scandalo dei rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi. Risposta errata. Si tratta sempre di meridione, ma del profondo sud:l’Africa nera. Già martoriata dalle guerre, è diventata la discarica dell’Occidente.

In un articolo pubblicato qualche giorno fa sul sito di informazione Cameroonvoice.com, si fa l’esempio della Francia, dove ogni abitante produrrebbe 20 kg di rifiuti elettronici all’anno. Si parla quindi di milioni di telefoni, tablet, computer. Una parte, molto piccola, di questi apparecchi finisce nelle cosiddette “isole ecologiche” o sono raccolti dalla società di smaltimento. Un’altra parte viene riparata. La stragrande maggioranza parte e arriva illegalmente in Africa o in Asia.

In particolare, 65,4 milioni di tonnellate di detriti all’anno partono per le discariche e il 70% finisce nell’Africa occidentale, il Ghana, il Benin, la Liberia,la Nigeria e la Costa d’Avorio.

I rifiuti elettronici ed elettrici sono comunemente chiamati Raee (o waste of electric and electtonic equiment, e-waste). È un fenomeno noto già da diversi anni. Tuttavia, non c’è alcun interesse, in particolare delle multinazionali, di risolverlo, nonostante i “buoni propositi”.

Secondo recenti indagini, nel 2013 sono stati venduti in tutto il mondo circa 900 milioni di smartphone. Più di 300 milioni di computer. E nel 2016 si venderanno oltre 100 milioni di tablet. I colossi del settore, Acer, Apple, Dell, Hp, Samsung, Nokia, possono dirsi soddisfatti. Un po’ meno gli africani.

Stando a uno studio svolto dall’Onu entro il 2017 solo un terzo dei rifiuti elettronici di tutto il mondo verrà riciclato. Significa che saremmo sommersi da apparecchi, altamente inquinanti, di cui non sapremo che fare. Un po’ quello che avviene già oggi, se non ci fosse l’Africa.

«Dopo Natale, arrivano sempre molti di questi rifiuti elettronici. La gente compra nuovi prodotti e butta quelli vecchi», racconta a Cameroonvoice.com Mike Anene, giornalista del Ghana. «Per ora ci affidiamo al mercato nero per smaltirli. I fili elettrici vengono bruciati e i liquidi inquinanti vengono versati per terra. I livelli di piombo, arsenico, cadmio sono molto alti in discarica» conferma Sampson Atiemo, specialista ghanese dei detriti elettronici che lavora ad Accra, nel dipartimento dell’ambiente della Commissione per l’energia atomica, intervistato dal quotidiano francese Le Monde.

In Ghana, in un sobborgo di Accra, c’è infatti una delle più grandi discariche “di lavoro” al mondo, quella di Agbogboshie, dove lavorano «oltre 10.000 persone». Come precisa Anane, migliaia di persone, tra cui bambini, inalono gas cancerogeni, smantellano, bruciano i cavi e recuperano le materie prime contenute negli elettrodomestici per rivenderle in seguito al mercato locale. Si parla di sostanze altamente tossiche, come il piombo presente nelle batterie e nei tubi catodici dei pc; il cadmio, contenuto nei semiconduttori e nei tubi elettronici di vecchio tipo; il mercurio degli interruttori; l’antimonio, che viene usato come agente antifiamma e per produrre un’ampia gamma di leghe metalliche; e tanti altri. Metalli che vengono bruciati e che generano ingenti quantità di diossine, furani, policlorobifenili, cioè sostanze altamente cancerogene.

Il giornalista ghanese Atiemo ha lavorato per quasi dieci anni sull’esportazione illegale di apparecchiature elettroniche: «Il fenomeno è esploso negli ultimi otto anni. Oggi si calcola che ogni mese arrivino nel porto ghanese di Tema circa 500 container di Raee (o e-waste). Nelle discariche a cielo aperto, l’attrezzatura viene smontata, una parte recuperata, il resto bruciato senza una protezione adeguata per i lavoratori». Secondo le stime della ong svizzera Greencross e dell’istituto statunitense Blacksmith, il sito di Agbogbloshie è classificato tra i dieci luoghi più inquinati del mondo. 

A Le Monde, Atiemo racconta che «delle fumate scure escono dai prodotti bruciati e le persone vengono al mercato per fare la spesa».

 

I dati sono allarmanti e le conseguenze disastrose. Sul traffico illegale dei rifiuti Raee, qualche anno fa, nel 2010, è uscita un’inchiesta congiunta del quotidiano britannico The Independent, l’emittente televisiva Sky News e l’associazione ambientalista Greenpeace Uk, che nascondendo in un televisore danneggiato un trasmettitore satellitare Gps, hanno denunciato il “viaggio della vergogna”.

Grazie al sistema Gps, hanno potuto seguire, dall’inizio alla fine, l’intero itinerario del televisore, che ha dell’incredibile: l’apparecchio televisivo, acquistato da un rivenditore di elettrodomestici usati di Londra, è stato raccolto dal servizio di riciclaggio dell’azienda BJ Electronics, gestito dal consiglio provinciale dell’Hampshire, messo in un container, portato al porto di Tilbury, caricato su una nave diretta a Lagos (Nigeria) – dove ogni giorno arrivano circa 15 container zeppi di apparecchiature elettroniche usate provenienti dall’Europa e dall’Asia – e rimesso in vendita nel mercato di elettronici di Alaba, centro nevralgico dell’industria dell’usato nigeriana.

La verità è dunque venuta a galla ma è servita a ben poco.

Come la Francia e la Gran Bretagna, sono tanti i Paesi europei, tra cui anche l’Italia, che spediscono i rifiuti via mare in Africa. Secondo diverse ricerche, la Germania, che della tutela dell’ambiente ha fatto uno slogan nazionale, invia container cosiddetti “misti”, che contengono sia oggetti funzionanti, sia altri da riparare e più del 30% da buttare.

Vi è infatti una convenienza economica nel farlo. Secondo le direttive europee, decontaminare e smaltire i residui tossici costa oltre mille dollari alla tonnellata. Un prezzo considerato troppo elevato per i Paesi occidentali che hanno trovato nell’Africa, già martoriata dalla fame, dalla povertà, dall’inquinamento e dalle guerre, la discarica perfetta per gettare via la loro scomoda spazzatura.

C’è una legge che lo vieta. C’è il diritto internazionale che lo proibisce. Si tratta della Convenzione di Basilea, un trattato internazionale del 1989, che vieta ai Paesi firmatari di scaricare i rifiuti elettronici nei Paesi poveri, quello che fino a qualche anno fa veniva chiamato Terzo Mondo, senza autorizzazione. La Convenzione è stata approvata da ben 172 Stati, ma Afghanistan, Haiti e Stati Uniti non l’hanno mai ratificato, mentre Canada e Nuova Zelanda hanno rifiutato di firmare l’accordo, secondo cui si possono esportare gli apparecchi elettronici funzionanti ma non i rifiuti.

Su questa piaga, l’Unione Europea ha approvato ben due direttive: la 2002/95/EC nota come Restriction of hazardous substances (Rohs) e la 2002/96/EC, conosciuta come Waste electrical and electronics equipment (Weee o Raee).

La prima direttiva impone restrizioni sull’uso di sostanze pericolose nella costruzione dei vari dispositivi elettrici ed elettronici, mentre la seconda regolamenta la raccolta, il riciclaggio ed il recupero di tali dispositivi, proibendo ai Paesi membri di esportare i loro rifiuti elettronici, pericolosi o meno, per essere smaltiti in un Paese straniero.

Le leggi dunque ci sono. E sono alquanto severe. Eppure il fenomeno non si arresta. Perché? La risposta è semplice, come spiega Mile Anane: « Gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione di Basilea. E i Paesi europei fanno passare l’esportazione di rifiuti elettronici come donazioni di apparecchiature »

In pratica, la spazzatura dell’occidente si tramuta in “carità” ed “elemosina”. Com’è possibile? Gli oggetti vengono segnalati dai trasportatori come beni di seconda mano, ottenendo quindi l’autorizzazione per esportarli. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2008 la Germania ha esportato nei Paesi non europei un quantitativo che va da 93.000 a 216.000 tonnellate di  apparecchiature. Per capire la portata del fenomeno, basta pensare che l’equivalente in peso corrisponde ad una trentina di Tour Eiffel.

 

L’Europa rischia grosso. Come sottolinea Laura Caniot, responsabile francese del Centro nazionale di informazione indipendente sui rifiuti (CNIID), «negli ultimi anni c’è stata un’esplosione di acquisti di piccoli dispositivi high-tech. Il settore dello smaltimento non si è ancora adattato a questo fenomeno».

In Francia solo un terzo di questi nuovi apparecchi viene raccolto dagli organi competenti. Il restante 60-70%? Arriva come “doni” in Africa. «I nuovi tablet e nuovi smartphone saranno ancora più velocemente scartati a causa dell’ obsolescenza del software», spiega Camille Lecomte, capo della ong Amici della Terra. Senza considerare che «questi prodotti ancora in buone condizioni non si sa come riciclarli. In uno smartphone, ci sono una quarantina di metalli diversi. In Francia, nessuno sa riciclarlo».

La soluzione? Tra le tante, c’è la riparazione di questi oggetti che potrebbero avere una seconda vita. «Vorremmo che il 5 % di D3E raccolto sia riparato», spiega Michal Len, direttore della rete europea Rreuse, che comprende le imprese sociali di riciclaggio Raee: «La riparazione creerebbe più posti di lavoro rispetto il semplice recupero dei componenti».

In Francia, le reti Envie e Emmaus (entrambi membri del Rreuse) hanno collaborato con Eco-sistemi, che raccoglie tre quarti dei rifiuti elettronici. Questo ha permesso la riparazione di 478.000 unità nel 2012. Potrebbe sembrare un ottimo risultato. Ma non lo è. Rappresenta infatti solo 1,3% degli oltre 37 milioni di unità raccolte dall’organizzazione ambientale nello stesso anno.

Tuttavia, l’uso di questi dispositivi è in piena esplosione. E l’acquisto aumenterà di un terzo nei prossimi cinque anni, secondo una stima dell’iniziativa “Risolvere il problema e-waste”, che riunisce le Nazioni Unite, l’industria, gli istituti di ricerca e le ong. Di chi è la colpa? In gran parte dei produttori che stanno implementando strategie per incitare ad acquistare più spesso nuovi dispositivi: batterie che non durano oltre 18 mesi, i pezzi di ricambio che cambiano ogni anno, sistemi operativi impossibili da aggiornare sui modelli precedenti. Il tutto per spingere i consumatori a comprare nuovi prodotti. «I produttori e i distributori scrivono le regole del gioco alle quali devono sottomettersi. Non è nel loro interesse dire che bisogna comprare meno prodotti, o che siano maggiormente identificabili o che abbiano una durata più lunga», denuncia Laura Caniot.

Così milioni di tonnellate di metalli preziosi che potrebbero essere recuperati verranno riversati nell’indifferenza generale nelle discariche. Quello che in gergo si chiama “e-waste“, il tecno-spreco.

Per quanto riguarda l’Italia, attualmente si raccolgono in modo differenziato meno di 2 chilogrammi di Raee pro-capite all’anno, contro i 5 chilogrammi della media europea ed una produzione di rifiuti elettronici di circa 14 chilogrammi per abitante. Nel bel Paese, non si sa bene dove i rifiuti finiscano, seguono infatti flussi nascosti. C’è una predilezione per le campagne del Mezzogiorno o per la Pianura Padana. Anche se la meta più ambita rimane la Somalia, l‘ex colonia italiana. Qui non arrivano solo gli apparecchi elettronici ed elettrici. Ma tutti i rifiuti tossici dell’Italia e dell’Europa.  

A seguito dello tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano, vennero fuori container pieni di rifiuti tossici. Non è l’unico caso. Quello più eclatante riguarda la Probo Koala, la nave dell’azienda petrolifera britannica Trafigura, che scaricò nel 2006 illegalmente in Costa D’avorio, precisamente nel porto di Abidjan, 528 tonnellate di scorie. I danni ambientali sono facilmente immaginabili, come quelli sulla salute. C’è una foto, che all’epoca finì sulle prime pagine dei giornali, di un bambino dagli occhi scuri e grandi, ricoperto di escoriazioni e croste sul viso e in altre parti del corpo che rende perfettamente l’idea.

È stato definito “il più grande scandalo di smaltimento illegale di rifiuti tossici del XXI secolo”. La Trafigura – la multinazionale britannica che oltre al petrolio, commercia e raffina anche altri prodotti chimici e metallici, fornendo le navi e tutto ciò che possa servire al loro trasporto – era perfettamente a conoscenza del contenuto altamente tossico riversato nei dintorni di Abidjan, come dimostrano le e-mail interne all’azienda che sono state pubblicate dal quotidiano inglese The Guardian e della Bbc.

La storia risale al 2006, quando la Probo Koala arrivò nel porto di Amsterdam e contattò i servizi portuali per smaltire i residui di serbatoio. Durante il trasferimento del contenuto, le autorità, allarmate dalla puzza tremenda, ne chiesero le analisi. Si scoprì che i residui contenevano più acido del previsto e che l’azienda doveva pagare una tariffa maggiore di quanto stabilito nel preventivo. E allora, come si legge in una e-mail, il presidente della multinazionale britannica, Claude Dauphin, chiese ai suoi collaboratori «di essere creativi» per trovare una soluzione alla “questione Probo Koala”.

Detto, fatto: la Probo Koala si riprese il carico e fece rotta verso la Costa d’Avorio. Qui, nella notte del 19 agosto 2006, il carico tossico venne riversato in undici discariche, o meglio in depositi spontanei di rifiuti utilizzati dalla popolazione delle baraccopoli nella laguna di Abidjan.

Come la Trafigura ci sono tante altre società clandestine che partono dall’Europa e arrivano in Africa per scaricare container pieni di scarti tossici, utilizzando vecchie navi, appartenenti a compagnie “sospette” che usano bandiere di comodo e che spesso cambiano durante il tragitto, nonostante sia vietato dal diritto internazionale. Ma molti Stati, come la Sierra Leone e addirittura l’Uzbekistan (che non ha alcuno sbocco sul mare), permettono alle imbarcazioni di usare la loro bandiera in cambio di poche centinaia o migliaia di dollari.

Francesca Dessì

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