Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Yellen come Bernanke, of course

La Federal Reserve al femminile sarà la copia di quella al maschile. Janet Yellen continuerà quindi nella politica monetaria del suo predecessore Ben Shlomo Bernanke. Non ci si deve stupire di questo. La Yellen è stata la numero due di Bernanke ed ha contribuito con lui a definire una politica monetaria allegra, fatta di una immissione massiccia di liquidità nel sistema. Ed è stata allineata a Bernanke nell'impostare nel luglio scorso il cosiddetto “tapering”, il graduale disimpegno nell'acquisto mensile di titoli pubblici, portato in gennaio da 85 a 75 miliardi di dollari. Un taglio giustificato con la considerazione che l'economia sta riprendendosi e che troppa liquidità in circolazione può provocare effetti inflazionistici

Una visione che, nel contenimento dell'aumento dei prezzi, ma soltanto in questo, registra una convergenza operativa con la Banca centrale europea di Mario Draghi che nella lotta all'inflazione vede il compimento del proprio compito istituzionale. 

La differenza sta però nei risultati. La “droga” della Federal Reserve, perché di questo si tratta, ha permesso di sostenere l'economia Usa, condizionata da un enorme debito pubblico e dal crollo delle esportazioni che da anni  comportano un pesante rosso nell'interscambio commerciale. Al contrario, la “droga” della Bce, i mille miliardi di prestiti triennali versati alle banche europee a cavallo del 2011-2012,  non hanno favorito la ripresa dell'economia. Le banche li hanno infatti utilizzati per ricostruire il proprio patrimonio e per comprare titoli di Stato che da un lato garantiscono introiti sicuri e dall'altro hanno calmierato il saliscendi dello spread con i Bund tedeschi, la pietra di paragone obbligata per chi voglia mettere in ordine i conti pubblici. 

Un risultato finanziario che poteva gratificare Draghi nel suo ruolo istituzionale ma che ultimamente, di fronte alla realtà di una economia europea sostanzialmente ferma e frenata, lo ha obbligato a lamentare che le banche dell'Eurozona, in particolare quelle francesi ed italiane, non stanno facendo credito e che la ripresa ne risente. Una scoperta clamorosa, si direbbe.

Da parte sua la Yellen, nella prima audizione pubblica al Congresso Usa, si è presentata ufficialmente all'insegna della continuità nella gestione della politica monetaria. Nulla cambierà. L'inversione di tendenza, il “tapering” appunto, la diminuzione dell'acquisto di titoli pubblici, non potrà che continuare nelle quantità decise da Bernanke. Di più non si può fare perché l'economia Usa ha bisogno di restare “drogata” e di essere sostenuta dall'azione congiunta della Federal Reserve e del Tesoro. 

Il nuovo accordo tra democratici e repubblicani al Congresso per alzare “legalmente” il tetto del debito pubblico, ora al 105%, è perfettamente in linea con le decisioni della Fed , anzi ne é il necessario corollario. Gli Stati Uniti hanno bisogno di sostenere a qualsiasi costo la propria economia. La Yellen ha quindi smentito con le parole e i fatti le speranze di quanti pensavano e speravano che fosse un banchiere più “sociale” e più attenta alla crescita economica che alla stabilità dei prezzi. Una speranza, quella che fosse una “colomba”, che implica che anche i “liberal” condividono l'idea che lo Stato federale e la Banca centrale finanzino in disavanzo l'economia reale per impedire che faccia definitivamente i conti con le proprie debolezze, che sono molte. 

Lo ha ammesso la stessa Yellen che con i congressisti ha parlato di una ripresa dell'economia nel secondo semestre del 2013, augurandosi che essa cresca, sia pure a tassi moderati, nel 2014 e nel 2015. Una ammissione di debolezza da parte del presidente della Fed, che ora teme gli effetti di rimbalzo del “tapering”. Meno dollari sui mercati significa anche meno acquisti di beni made in Usa da parte di altri Paesi. Il classico cane che si morde la coda.

Irene Sabeni 

Orizzonti dal Kosovo e Metohija – quinta parte

Rifiuti elettronici: il viaggio della vergogna