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La natura ama nascondersi

Qual è il soggetto dell’aforisma di Eraclito «La natura ama nascondersi»? All’incirca nell’anno 500 a.C, uno dei più profondi pensatori greci depose il libro in cui aveva raccolto tutto il suo sapere a Efeso, nel tempio di Artemide: la dea dei boschi, della selvaggina, personificazione della "Luna crescente", successivamente identificata con Iside, che con il suo “velo” tutela il segreto della Natura e il mistero dell’Essere.

Chi è il soggetto di cui viene detto che «abitualmente si nasconde»? È la physis, parola che al tempo di Eraclito è polisemica, ma non indica sicuramente la Natura come insieme descrittivo o principio empirico dei fenomeni. Il significato della parola è duplice e complementare allo stesso tempo: indica, da un lato, la natura propria di ogni ente e, dall’altro, il processo di apparizione, manifestazione, genesi, realizzazione e crescita di ogni essere. 

Così come nell’oracolo di Delfi, che «non dice né nasconde, ma indica», il senso dell’apoftegma può essere che la Natura – intesa come forza propria, costituzione dell’ente, vita dell’essere – ama nascondersi, ossia non palesarsi superficialmente. Dirà infatti Empedocle: «Non vi è nascita (physis) di nessuna delle cose mortali, né fine alcuna di morte causata, ma solo c’è mescolanza e separazione di cose mescolate; è questo che gli uomini chiamano physis». Nel sentimento sacrale ancestrale vi è un’idea di fondo, espressa dalla parola Natura, per cui esiste un’insorgenza spontanea delle cose, un’apparizione frutto di questa spontaneità, pronta a dileguarsi appena si cerca di ridurla alla sua concretezza materiale. Questa problematica dominerà tutta la storia dell’idea di Natura e nel Rinascimento verrà espressa con estrema chiarezza da Marsilio Ficino, quando scriverà sull’artificiale e sul naturale: «Che cos’è l’arte umana? Una natura particolare che opera sulla materia dall’esterno. Che cos’è la natura? Un’arte che dà forma alla materia dall’interno». È come dire – con Friedrich Schelling nel Romanticismo – che la natura è spirito visibile, mentre lo spirito è natura invisibile, perché tutto ciò che vive è intelligente. Il grande segreto della Natura è la Natura stessa, vale a dire la forza, la ragione invisibile, di cui il mondo visibile non è che la manifestazione esterna. È questa natura invisibile che «ama nascondersi», sottraendosi pudicamente, metafisicamente, ai nostri sguardi strumentali. La Natura ha così un duplice aspetto: si mostra ai nostri sensi nello spettacolo ricco e variegato che ci offre il mondo vivente cosmico, ma al tempo stesso si ritira dietro l’apparenza, nella sua parte più essenziale, più efficace, più profonda.

Come ci si pone, di fronte al segreto del vivente? 

Un atteggiamento, consono alla cosiddetta “modernità”, è quello che tende a svelare con astuzia e violenza i segreti della Natura – segreti degli Dei – sotto l’egida di Prometeo, il figlio del titano Giapeto che, nella narrazione mitica di Esiodo, rubò alle Divinità il segreto del fuoco per migliorare la vita degli uomini e, secondo Eschilo e Platone, fece dono all’umanità della tecnica e quindi della civilizzazione. All’alba della scienza moderna, Francesco Bacone ha identificato Prometeo come il nume tutelare della scienza sperimentale. L’uomo greve, titanico, rivendica il dominio sulla Natura, rafforzato da quel Dio biblico, che fa dell’uomo il «padrone e possessore della natura».

L’altro atteggiamento possibile è quello che si pone sotto la grazia ineffabile di Orfeo. I poemi cosmogonici, la genealogia degli Dei e del mondo, e quindi la nascita (physis) degli enti, sono nel segno simbolico dell'artista per eccellenza, che dell'arte incarna i valori eterni, ma anche nello sciamano, capace di incantare gli animali e di compiere il viaggio dell'anima lungo gli oscuri sentieri della morte. Non è con la violenza, bensì con la melodia, il ritmo e l’armonia che Orfeo penetra i segreti della Natura. 

L’atteggiamento prometeico è ispirato dalla curiosità, dalla voluttà dell’illimitato, dalla volontà di potenza sulle cose, invece che su se stessi, dalla ricerca quindi dell’utile e dall’avidità sensistica.

L’atteggiamento orfico è ispirato invece dal rispetto per l’essere delle cose, per il mistero della loro esistenza, e dal disinteresse, quindi dal dono del Sé. Questa propensione rispetta il “pudore” della Natura – per dirla con Friedrich Nietzsche – il senso del compiuto, del proporzionato, del limite. Prometeo, al contrario, è vittima della sua presunzione e della sua superficiale curiosità, e viene condannato alla tortura nelle viscere per opera dell’ignea aquila divina.

L’atteggiamento prometeico, che ricorre nell’onnipervasivo dominio tecnoscientifico, si fa effige del motto baconiano «Sapere è potere», ma anche dell’industriale «Potere è fabbricare grazie alla sperimentazione, e cioè sapere». Il meccanicismo razionalista cartesiano disincanta il mondo, ma è con l’avvio dell’industrializzazione ottocentesca dei processi di produzione che il rapporto tra l’uomo e la natura si spezza. Il fare viene soggiogato al pragmatismo dell’utile e tradisce la poiesis, la poesia artigiana e artistica del bello in sé. 

Il prometeismo segue i metodi della scienza e della tecnica. In controtendenza, la sensibilità orfica segue invece la via della percezione estetica, nella misura in cui l’arte può essere intesa come forma di conoscenza della natura. «Contemplare l’universo con occhi d’artista», diceva Henry Bergson; questo significa non percepire più le cose da un punto di vista utilitario, selezionando unicamente ciò che attiene alla nostra azione sulle cose e divenendo così incapaci di vedere gli enti per come appaiono in sé, nella loro realtà e unità. Privilegiando questa percezione sensibile, il filosofo francese si riallacciava più o meno inconsapevolmente alla philosophia perennis e alla sapienzialità. Vedere le cose per la prima volta significa liberare lo sguardo da tutto ciò che gli nasconde la nudità della natura, significa cioè percepirla con l’innocenza primigenia, disinteressata: cosa non facile, perché è possibile solo abbandonando le abitudini e l’egoismo della soggettività. Seneca sottolineava, a buona ragione, che noi ci stupiamo soltanto di fronte a ciò che appare raramente, finendo così per ignorare il sublime che contempliamo ogni giorno. Cogliere nel nostro animo, frammento del tutto, miti e simboli significa semplicemente ripetere il gesto fondamentale della Natura, che genera le forme. Capire la forma significa intellettivamente riprodurre l’atto stesso col quale la natura crea quel modello (eidos); analogamente, l’artista aderisce – per così dire – al processo di genesi delle forme e opera nello stesso modo. Johann Wolfgang von Goethe diceva: «Presumo che gli artisti greci procedessero secondo le leggi della natura stessa, leggi sulle cui tracce mi sono messo anch’io»; così come successivamente Paul Klee parlerà della «natura naturante» come «fondo primordiale della creazione in cui giace seppellita la chiave di ogni cosa».

Goethe, nel descrivere gli archetipi della Natura – che chiama Urphänomene, fenomeni originari – rimanda alle leggi fondamentali che presiedono in maniera generale ai movimenti naturali. Vi sono la polarità e l’ascensione, che ben si palesano nella crescita di una pianta; infatti il doppio movimento della spiralità e della verticalità, che la caratterizza, risponde al ritmo fondamentale della natura tra differenziazione e nobilitazione. Tramite lo sdoppiamento e la complementarietà degli opposti, la Natura giunge a manifestare una forma superiore di esistenza, che li riconcilia e trascende: la pianta archetipo di ogni vivente che – grazie all’avvicendarsi metamorfico della spirale e del verticale, del femminile e del maschile – fa apparire l’inatteso del fiore, e quindi dei frutti, ricomponendo in una forma trascendente l’ancestrale androgino, che governa cosmicamente ogni processo naturale e umano.

Scrive Goethe – in merito all’inclinazione morfologica alla spirale della vegetazione – che vi è proporzione e senso del compiuto come legge generale di natura, evocando l’entelelechia aristotelica, una realtà che ha iscritta in se stessa la meta finale verso cui tende ad evolversi: è infatti composta dai vocaboli en e telos, che in greco significano dentro e scopo, a significare una sorta di "finalità interiore": «Il vivente, quando ha raggiunto la sua forma compiuta, ama curvarsi, come vediamo abitualmente nelle corna, negli artigli, nei denti; se si curva e si rigira allo stesso tempo in una serpentina, ne risultano grazia e bellezza». Il ritmo cardiaco, come movimento specifico del cuore – diastole e sistole – è un’elevazione e un abbassamento, un’ondulazione. Questa linea gentile nella sua continuità è la caratterizzazione della grazia, perché è l’espressione dell’abbandono, dell’appropriatezza, dello stile, di una vibrazione partecipe del Cosmo.

Iside è ora senza velo. Il drappo dunque non nasconde, ma rivela una luce trascendente. Se Iside è senza veli, è perché metafisicamente è tutta forma, tutta velo; è cioè inseparabile dai suoi veli e dalle sue forme. La Natura appare chiaramente alla percezione, ai sensi schiariti dall’intuizione estetica; però lo stesso mondo fenomenico si coglie nel limite, che non può essere varcato per una spiegazione empirica e, di conseguenza, una sottomissione pratica.

L'“andare oltre” di oggi è l'emblema del dominio, perché si annida in un modello di sviluppo planetario, che rispetta una sola regola: ignorare ogni confine naturale, etico, antropologico e simbolico, come fosse una remora passatista, di cui liberarsi per mercificare l’esistente. Ciò che compriamo sono le merci, ma ciò che ci serve sono i beni. In questa società che mercifica tutto siamo abituati a comprare tutto e le persone sono ridotte a strumenti dell’egoismo universale. Il mondo greco presentava, come tratto saliente, la produzione finalizzata al consumo e, più in generale, al soddisfacimento dei bisogni umani, per loro natura finiti e limitati. Il principio dell’illimitatezza era demonizzato in ogni sua possibile manifestazione, in quanto in esso venivano ravvisate le tracce della possibile dissoluzione della comunità. Il peccato di dismisura, sanzionato con severità dagli antichi, si è mutato all’oggi in precetto; il furore prometeico ha sopravanzato lo spirito di sovversione. La tragedia greca - dice Aristotele nella Poetica – racconta in forma mitica quello che accade per hýbris a violare il metron, la misura. Si produce cioè quella “colpa” di “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “prevaricazione” dovuta a un’azione che vìola leggi divine immutabili. Tantalo, Sisifo, ma pensiamo a Edipo. La “forma capitale” è simbolicamente edipica, oltraggia il limite in tre modi: uccidendo il padre Laio, cioè il principio di autorità politica del nomos, la legge; nella volontà di potenza della conoscenza, precipitando la Sfinge con i suoi enigmi sapienziali; nella cupidigia sensistica, dato l’incesto con la madre Giocasta. In contro tendenza, la scelta della sobrietà è fondata sul valore ontologico del limite e l’intima sensibilità al pudore. Gli uomini possono diventare comunità solo nella prossimità, cura e simbiosi cosmica, percependo la loro differenza in termini qualitativi, di significato e consapevolezza. 

Eduardo Zarelli

“Ti faccio le scarpe”

Orizzonti dal Kosovo e Metohija – quinta parte