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Orizzonti dal Kosovo e Metohija – quinta parte

Peggio ancora delle terre occupate, dei civili massacrati e delle vite esiliate è forse “l’uccisione dei morti”, il delitto più efferato. L’odio degli Schipetari, cui non è bastata la vittoria per saziarsi, si rovescia persino su chiese e monasteri, dove l’uomo è a tu per tu con Dio e i santi convivono con le preghiere.

Sono troppi, i luoghi di culto ortodossi, risalenti al XIII e al XIV secolo, distrutti dal 1999 a oggi – cioè da quando la NATO, garante della pace, presidia il Kosovo e Metohija – e sono centinaia, i camposanti resi irriconoscibili dall’assedio dei picconi e dal furore delle pale, che scavano persino nell’inviolabilità del riposo eterno. 

Il grande cimitero di  Peć, dopo essere stato raso al suolo, viene usato come immondezzaio dagli Schipetari, mentre nel sepolcreto di Priluzje è stato utilizzato dell’esplosivo per far saltare in aria resti e ricordi. È lungo, l’elenco dello sfacelo: Istok, con le sue cento lapidi schiantate; Prizren, in cui solo negli ultimi mesi sono state profanate altre cinquanta tombe; Vučitrn, in cui si è costretti a camminare calpestando le macerie delle lapidi sparpagliate lungo il campo, e ancora Kosovo Polje, Milosevo, Plemetina, Klokot… Quanti, quanti “morti ammazzati” più e più volte. 

Alla distruzione delle pietre, spesso si aggiunge il trafugamento di quei corpi senza pace – persino delle sole ossa – affinché ai vivi non resti nulla del passato, oltre che del presente, e le famiglie dei defunti non possano più raccogliersi intorno alla tomba del proprio caro, portandogli in dono, per consuetudine antica, cibo e rakija, fiori e sigarette.

Recarsi al cimitero per un serbo del Kosmet, a volte è impossibile, tanto è il rischio di rimetterci la pelle: è questo il caso, per esempio, di quello ortodosso, situato nella zona sud di Mitrovica, occupata dagli Schipetari; altre volte, invece, lo si può fare, ma solo scortati dalle Forze dell’Ordine. È facile, allora, immaginare quanto sia penoso dovere essere “accompagnati” da una guardia kosovara, vale a dire dall’invasore, che immobile guarda i parenti togliere dalle tombe le erbacce ormai alte e gli escrementi dei maiali (portati a sfregio dagli schipetari), mentre tutt’intorno i passanti ingiuriano e sbeffeggiano quei serbi così profondamente soli.

Non sono pochi coloro che hanno deciso di portare i propri defunti in Serbia; è comprensibile la stanchezza, dopo quindici anni di vessazioni impunite, ma diventa una resa di fronte a quegli stessi morti che si vorrebbero proteggere.

Porto con me la lezione di un prete, padre Žika – rifugiatosi a Štrpce in seguito agli attacchi del 1999 – il quale, nel bel mezzo del secondo feroce attacco del marzo 2004, decise di schierarsi dalla parte della chiesa e del camposanto di Uroševac. Egli voleva salvare non la propria vita, ma un modo di vivere, così ritornò a casa, insieme alla moglie e ad altre due famiglie, unici reduci in una città che prima della guerra contava 40.000 serbi.

La dimora di padre Žika è la chiesa di sant’Uroš: esattamente di fronte, a bella posta, è stata costruita una moschea bianca, da cui svetta il canto del muezzin a fare incetta di recenti adepti. È bene ricordare ancora una volta che, con l’avvento della guerra, tra gli Schipetari si è insediato un sedicente islam, il peggiore, quello estremista wahabita importato dall’Arabia Saudita. 

La piccola e buia chiesa di sant’Uroš nel corso degli anni è stata ferita, incendiata e vilipesa. Sempre e soltanto dalla mancanza di pietas. Vae victis. Oggi, crudele ironia della sorte, a farle da guardiano è proprio un poliziotto schipetaro, che però non ha il compito di riparare il prete quando va in giro per la città e i ragazzi gli sputano addosso e gli scagliano pietre, o quando va a trovare il suo cimitero, all’ombra di un enorme centro commerciale, costruito a sfregio proprio lì. Non c’è nessuno, accanto a questo padre, mentre nel freddo cura il camposanto – in cui hanno trafugato tre corpi e abbattuto molte lapidi – come fosse un meraviglioso giardino di rose. Lui, però, ha fatto la sua scelta e non ha più timore: «Dobbiamo la vita ai nostri avi, è che abita l’Eterno ed è che il nostro cuore non muta». 

Porterò sempre con me quel mattino di dicembre e di nebbia che avvolgeva padre Žika, così solo, così forte e così pieno di grazia.

È chiaro che la distruzione di chiese, santuari e camposanti è non soltanto un modo per offendere e cancellare l’atavica presenza dei Serbi in Kosmet, ma è anche e soprattutto un’arma per colpire il petto di ogni serbo, mirando esattamente al centro, al cuore. 

Nella bandiera della Serbia, sull’aquila bicefala è raffigurata una croce con quattro “C” in caratteri cirillici; questo stemma significa “Samo Sloga Sbrina Spasava” (Solo l’Unità Salva i Serbi) e solo viaggiando in lungo e in largo per il Kosovo e Metohija si può capire fino in fondo come la giuntura e la vera unità di questo popolo sia Dio. 

Il Kosmet non è affatto una terra qualsiasi; basterebbe citare la storica “battaglia della Piana dei Merli” per rintracciare l’antica fierezza negli occhi dei più giovani. 

Basta però anche il presente nella sua quotidianità: non c’è casa, container o stanza, per quanto poveri e malandati, in cui non campeggino delle icone, né ragazzi o vecchi, per quanto affranti e sperduti, che non si segnino tradizionalmente nel combaciare di tre dita di fronte a Cristo.

Bastano i monasteri e i monaci – gli stessi che in tempi di eccidi hanno dato rifugio a tanti albanesi e che oggi, pur assediati e costretti alla scorta, restano comunque aperti all’ospitalità senza nulla concedere all’ira, in virtù di quella pietas che all’invasore manca – a segnare la geografia del luogo. Monaci-guerrieri, dalle spalle larghe e dalle barbe incolte, in perenne cammino verso le enclavi per portare, più che parole di conforto, fatti: cibo e vesti, innanzitutto, ma anche improvvisati parchi giochi per la gioia dei bimbi o tralci di vite per ricreare lavoro e speranza nell’uva che verrà alla luce e si farà vino; un buon vino. Monaci coltissimi, che vivono come illetterati e poveri di spirito in semplicità di vita. 

Chissà perché il Papa, prodigo di esterofilia e di parole di conforto – lui sì – non dice nulla sulla situazione disperata in cui versano i Serbi del Kosovo e Metohija. Perché non si scaglia contro la Comunità Europea che, dopo avere legittimato il potere temporale di criminali e assassini, manda i propri attendenti dai rifugiati serbi per assegnare loro un’aspirapolvere o, beffa delle beffe, una “mucca di conforto”, anche se non hanno la terra per allevarla o se gliela sgozzeranno il giorno dopo? Perché, a pochi passi dall’Italia, nessuno solleva un polverone per le feroci discriminazioni civili che flagellano un popolo? Non sarà che l’Europa, insieme al suo Pontefice, ha perso l’autorità spirituale per sostenere la verità?

Il Kosmet, intriso del sangue dei martiri e delle loro benedizioni a fior di labbra, è la Gerusalemme cui si rivolgono tutti gli ortodossi. Prima ancora del patriottismo, prima ancora dei giacimenti minerari, prima ancora degli interessi euro-atlantici, questa è una terra sacra e solo mantenendone “alta” la visione può esserci la rivincita dei Serbi; viceversa, è destinata a diventare un fardello diplomatico e sociale. Ecco perché è da scongiurare ogni forma di laicizzazione da parte dei politici di Belgrado, che non devono compiere il peccato capitale di smarrire l’origine, vale a dire la meta. 

Solo presso l’anteriorità, può darsi la posterità. «Solo il cuore non muta». 

Fiorenza Licitra

 

La natura ama nascondersi

Yellen come Bernanke, of course