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Renzi, il "sottovuoto" che serve al potere

Matteo Renzi è molto più pericoloso di Berlusconi, Letta e Monti messi  assieme. 

Di Berlusconi non ha le rughe ottuagenarie, la fedina penale sporca e il problema della successione, e non sconta l’antiberlusconismo paranoico (tutti i mali iniziano e finiscono con Silvio) che per vent’anni ne hanno alimentato il vincente vittimismo e il mito da outsider. Di Letta non ha il passo lento, l’inettitudine comunicativa e la delusione provocata nei centri di potere finanziario ed editoriale (dagli speculatori internazionali, che hanno premiato la sua designazione a Palazzo Chigi con uno spread stabile, fino al socio forte neanche troppo occulto del Pd, De Benedetti). Di Monti non ha l’assoluta mancanza di mordente e ascendente popolare, la robotica freddezza da economista, l’incapacità di giocare alla politica con spregiudicatezza e fantasia. 

Renzi non ha nulla, ma proprio nulla di nuovo: ha soltanto la faccia come il culo, molto più degli altri. Ma sembra nuovo, nuovissimo, appena sfornato. Perché rifugge dal politichese, sa parlare con i luoghi comuni aggiornati ai tempi dei social network, dà in testa al suo stesso partito, sa essere sgarbato il giusto, ha quell’aspetto da everyman che tanto rassicura nonne e nipoti, e soprattutto non dice mai una cosa, una sola, che possa alienargli la potenziale simpatia di gran parte della “gente”. 

Va sul sicuro e gli piace vincere facile: spara un mucchio di banalità, ma con l’apparenza di dire chissacché. In questo senso è un berluschino in do minore: la sua è la politica come continuazione del marketing con altri mezzi. Era perfetto per sostituire il grigio e bigio Letta. 

A lui bastano “energia” ed “entusiasmo”, l’ottimismo della volontà contro il pessimismo burocratico della ragione. Incarna il prototipo ideale dell’uomo politico ultimo modello: il vuoto assoluto camuffato da vitalismo dell’azione. E se il vuoto è la facciata che copre il consueto traffico di interessi sovranazionali che gestiscono le reali leve di comando, allora che il vuoto più spinto e truccato vada al governo, e tanti saluti al simulacro delle elezioni. 

Che importa se fra i veri motivi della “staffetta” c’è la partita delle nomine nelle aziende pubbliche (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste ecc)? Che importa se l’accoltellamento alle spalle di Letta è stata una mossa tattica, di spartizione di potere e che guarda al massimo a tre mesi da oggi? Che importa tener fede ad un briciolo di coerenza dopo anni di scroti martellati a furia di primarie qui e primarie là, democrazia dal basso e popolo sovrano? Davvero: non importa. Sono domande retoriche. La democrazia parlamentare, rappresentativa, delegata, che non è democrazia, è il sistema che permette e legittima tutto questo, inutile strillare e far le vergini violate. Non è cambiato niente. E niente cambierà finché ci terremo questa democrazia di maschere, i parlamenti partitocratici, e di mascheroni, ovvero dei Renzi di oggi e, mi sa tanto, di domani. 

È il Renzi della porta accanto, l’italiano medio e mediocre che si beve tutto e che prima votava Berlusconi o Veltroni ipnotizzato dalle “riforme” e dal “cambiamento”, è lui la chiave del successo del nemico pubblico numero uno diventato Presidente del Consiglio dei Ministri con un intrigo di palazzo. 

Il Fiorentino è il più temibile perché ha un’abilità di persuasione più subdola, la sua è una manipolazione più strisciante. Il suo volto ha meno ombre, ma come tutti coloro che apparentemente ne sono privi, in realtà cela dietro di sé un’Ombra gigantesca: la “smisurata ambizione”, il potere per il potere. 

E i grillini, intanto, si baloccano con le votazioni online… 

Alessio Mannino

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