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Squinzi: "meno regole, meno burocrazia"

In Italia ci sono troppe regole opprimenti e grazie a queste vegeta e prospera una burocrazia idiota, incapace, e nei fatti criminale, che fa di tutto per vanificare l'attività di impresa. E lo fa per dimostrare di esistere, per riaffermare il proprio ruolo e per fare passare l'idea di essere in grado di bloccare il Paese. 

Una burocrazia contro la quale i governi di destra e di sinistra hanno dimostrato di essere impotenti. E complici. Questo il senso degli interventi più recenti del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. Un industriale vero e non un finanziere come i vari Agnelli, De Benedetti e Tronchetti Provera. Un industriale che vive sulla propria pelle, e su quella dei dipendenti della Mapei, il dramma di dover avere a che fare con politici ignoranti e cialtroni, il cui unico atto in questa fase è stato quello di partorire una legge elettorale, demenziale come le due che l'hanno preceduta e che, allo stesso modo, promette di assicurare la solita insopportabile instabilità. 

Una conseguenza diretta della asfissiante presenza in Parlamento di avvocati ed ex magistrati che non perdono occasione nel partorire leggi folli ed inapplicabili, piene di norme contraddittorie e che fanno insorgere sani istinti omicidi in chi prova a leggerle e a comprenderle. E soprattutto in quanti sono costretti a subirle. Le imprese in primo luogo. 

C'è poco da dire, Squinzi non avrà potuto esplicitarlo, ma è la cultura giuridica predominante oggi in Italia che ci impedisce di diventare finalmente un Paese normale, con cittadini che siano uomini liberi e non vengano più considerati come sudditi dai politici e dai burocrati. Questa è la grande rivoluzione che si dovrebbe fare in Italia. 

Squinzi ha dato atto agli esponenti del governo di avere svolto una analisi sostanzialmente corretta dei problemi dell'Italia e della gravissima deriva economica che stiamo vivendo. Ma poi ha giustamente alzato il dito per accusare la politica di non essere stata in grado di fare delle scelte adeguate. Soprattutto, di non essere stata in grado di presentare proposte per favorire una ripresa economica che, più il tempo passa, più diventa lontana e inafferrabile. Dateci un Paese normale e vedrete di cosa siamo capaci, ha ammonito Squinzi, parlando a nome delle migliaia di aziende che costituiscono la spina dorsale del sistema industriale italiano. Imprese che, nonostante tutte le enormi difficoltà, hanno continuato ad operare e che in tal modo hanno impedito che la situazione precipitasse ulteriormente. 

Oltre all'aspetto normativo e regolamentare, ed oltre le lungaggini mostruose della giustizia civile italiana, Squinzi ha rinnovato le accuse alle banche che continuano a prestare soldi ai grandi gruppi (Fiat e Telecom) super indebitati e in via di smobilitazione dall'Italia mentre al contrario praticano una feroce stretta creditizia in danno di tutte le altre.  Sono più di cinque anni che le imprese scontano colpe non loro, considerato che la crisi economica è il frutto della crisi finanziaria originata negli Stati Uniti nel 2007-2008. 

La politica si deve rendere conto che l'epoca delle chiacchiere è finita e che ci vogliono i fatti. Se le imprese non sono messe in grado di operare, tutta l'economia italiana si bloccherà. Si devono modernizzare le istituzioni. Cancellare, ad esempio, il bicameralismo perfetto che rappresenta una anomalia tipicamente italiana e che allunga a dismisura l'iter di approvazione delle leggi. Si deve poi rivedere il Titolo V della Costituzione riportando alla potestà legislativa centrale tutte quelle materie che hanno a che fare con l'interesse nazionale: questo, in sintesi, il pensiero di Squinzi. 

Oltre a queste richieste sacrosante, ci sono state le altre scontate ma discutibili, sulle liberalizzazioni e sulla necessità della riduzione del ruolo pubblico dello Stato in economia. Che sembra una cessione non da poco a quanti, all'estero come Italia, continuano a spingere per una definitiva privatizzazione di Eni, Enel e Finmeccanica. 

La questione rilevante resta comunque l'habitat nel quale le imprese si trovano ad operare. Meno regole e meno burocrazia significa infatti meno corruzione pubblica e meno malgoverno. L'intervento di Squinzi si è volto a Torino durante un convegno all'Unione Industriali, all'insegna dello slogan “Amo l'Italia ma non basta”. Un convegno nel quale è riemersa e si è rafforzata la rabbia nei riguardi di una amministrazione pubblica che richiede tantissimo alle imprese e che poi ritarda in maniera vergognosa i pagamenti dovuti, obbligandone tante alla chiusura. Per non parlare poi del ruolo venefico svolto da una macchina fiscale sempre più vorace. O si realizza una svolta vera, ha ammonito Squinzi, o l'Italia industriale verrà cancellata. Renzi è avvertito. E purtroppo, in conseguenza, anche solo ipotizzando il metodo e il merito con il quale il nuovo Presidente del Consiglio si appresta a governare l’Italia, anche tutti noi.

Irene Sabeni


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