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Rehn, Renzi e i compiti a casa

Tagliare il debito pubblico. Per l'Italia la strada da percorrere resta sempre quella. Lo ha confermato il commissario europei all'Economia, Olli Rehn. Il tecnocrate finlandese, che già aveva manifestato apprezzamento per gli sforzi o le intenzioni di Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni, ora aspetta alla prova dei fatti i loro successori Matteo Renzi e Giancarlo Padoan. 

I primi come i secondi sono apprezzati per la loro impostazione liberista ma per Bruxelles questo non è ancora sufficiente. Il debito pubblico italiano resta infatti motivo di grande preoccupazione per la Commissione europea a causa della sua entità e rappresenta un pericolo per la tenuta del sistema della moneta unica. 

Secondo le stime di Rehn e dei suoi tecnici il rapporto tra debito e Prodotto interno lordo toccherà il 133,7% a fine dicembre e il 132,4% nel 2015. Se si pensa che a fine 2013 era al 132,7% non si può dire, rimanendo nell'ottica di Bruxelles, che il potenziale miglioramento sia soddisfacente. 

I Paesi membri dell'euro, in osservanza del Patto di stabilità e crescita, si erano impegnati a ridurre il debito al 60% in un periodo di 20 anni, ad un ritmo di tagli del 5% annuo. Il tutto unito all'azzeramento del disavanzo rispetto al tetto attualmente consentito del 3%. Tutti vincoli ben conosciuti ed accompagnati da sanzioni, sulla cui effettiva applicazione hanno pesato le conseguenze di una recessione senza precedenti che ha inciso sulla salute delle finanze pubbliche condizionate da un tracollo delle entrate fiscali e contributive. 

L'Italia, a giudizio di Rehn, «deve compiere sforzi maggiori per ridurre il debito e per varare quelle riforme “strutturali», mercato del lavoro in primo luogo, reso più precario e più flessibile, in grado di permettere alle imprese di ridurre a piacere i costi fissi e di favorire una crescita economica. Rehn ha parlato nuovamente di “maggiori misure strutturali di riduzione del debito”. Affermazione che significa un taglio drastico della spesa pubblica con l'eliminazione di tutte quelle voci di spesa che sfuggono al controllo delle autorità centrali che sono obbligate soltanto a scucire quattrini per coprire i buchi di bilancio. Una linea di politica economica che era già stata dettata a Berlusconi, Monti e Letta e che ora viene ripresentata a Renzi. 

L'ex sindaco, nel prendere possesso di Palazzo Chigi, aveva assicurato che l'Italia non si farà dettare la linea dalla Unione europea. Una battuta spassosissima se non fosse tragica perché è da più di un decennio che abbiamo accettato di consegnare la nostra sovranità economica nelle mani della Commissione di Bruxelles e la sovranità monetaria in quelle della Banca centrale europea. Ma evidentemente Renzi crede di poter giocare ancora con le parole per nascondere una realtà che di per sé è evidente. Rehn ha riconosciuto al governo Letta di aver contribuito a far chiudere per l'Italia la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo che si era attestato al 3,1%, e poi era stato ricondotto sotto il 3%, e che a dicembre dovrebbe calare al 2,6%. Ora a Bruxelles si è fiduciosi che Padoan, che è stato capo economista dell'Ocse, riuscirà a  tagliare la spesa pubblica improduttiva e a varare le riforme “strutturali”. 

La prossima settimana la Commissione presenterà il suo rapporto con le conclusioni sugli squilibri economici dei 16 Paesi dell'euro e una attenzione particolare verrà rivolta a Germania, Francia e Italia. Di conseguenza, con buona pace di Renzi, Bruxelles indicherà le linee generali di politica economica che sarebbe opportuno seguire. Nessuna dettatura quindi, ma come sempre è stato, un semplice documento con i compiti da fare a casa. 

In ogni caso, per Rehn restano fondamentali il rilancio della domanda interna e nuovi investimenti pubblici e privati. Sui primi, quelli in opere infrastrutturali, Roma aspetta sempre una risposta chiara e definitiva sulla richiesta fatta di non tenerne conto nel calcolo dell'entità del disavanzo. 

Le prospettive dell'economia italiana sono date comunque in peggioramento. Secondo le previsioni di Bruxelles, il Pil crescerà quest'anno dello 0,6% contro lo 0,7% calcolato a novembre e la disoccupazione arriverà al 12,6%. Chi attende con trepidazione cosa farà il soldatino Renzi è quindi la Confindustria. Il presidente Giorgio Squinzi ha affermato che il taglio annunciato del cuneo fiscale per 10 miliardi va bene ma si deve fare presto perché stiamo strisciando sul fondo e l'economia interna rischia di collassare. Oltretutto, con il semestre di presidenza italiana dell'Unione europea che inizia in luglio, dovremo dare il buon esempio agli altri Paesi membri. Renzi, ha concesso Squinzi, capisce i problemi, ma, si è domandato, avrà la forza per risolverli? 

Le imprese aspettano i fatti e i dati ufficiali. Non siamo stati noi a fare cadere Letta, ha poi assicurato Squinzi, ma il suo governo ha fallito. Aveva promesso maggiori semplificazioni con la lotta alla burocrazia e il taglio del cuneo fiscale. Non ha mantenuto le promesse, quindi avanti un altro. Poi si vedrà. 

Da parte sua Padoan, pur avendo negato l'introduzione di una patrimoniale, si sta muovendo proprio in tale direzione. Il ministro ha infatti parlato di “una nuova revisione del Catasto”. Il che significa un aumento delle rendite catastali e una nuova mazzata di tasse per i proprietari di case. Così si impareranno ad investire nel mattone e a non comprare i titoli di aziende disastrate come la Fiat che però sono legatissime agli ambienti bancari e finanziari. 

Quelli che hanno messo Renzi al governo.


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