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Costituzione di fatto, e Costituzione di diritto

Per lunghi decenni si sono falsificate firme per la presentazione delle liste elettorali. Lo facevano più o meno tutti e per tacito accordo nessuno pretendeva per questo di invalidare delle elezioni.

Ora i taciti accordi sono saltati ed è capitato che per un vizio di forma nella presentazione di una lista elettorale sono state invalidate, dopo ben 4 anni, le elezioni per il Consiglio regionale del Piemonte.

La nuova legge elettorale, l’Italicum firmato Renzi-Berlusconi, col suo abnorme premio di maggioranza e con i suoi listini bloccati che non consentono vere preferenze, si esporrà a continui ricorsi alla Corte Costituzionale da parte degli scontenti di turno dell’esito delle elezioni. Non nascondiamoci che la Corte potrebbe fare blocco attorno agli interessi della parte politica volta a volta più rappresentata in quel supremo organo della magistratura (qualcuno crede ancora alla neutralità dei giudici?), ma il precedente dell’invalidazione del porcellum e delle motivazioni che la giustificano, non potrà essere ignorato.

Insomma, caduta la convenzione tacita per la quale le istituzioni non si toccano, tutto sarà continuamente e sistematicamente messo in discussione, in un contenzioso infinito.

Da almeno venti anni la personalizzazione della vita politica, il ricorso continuo ai decreti legge, le intromissioni dei Presidenti della Repubblica, in particolare dell’ultimo, in àmbiti che non dovrebbero essere di loro competenza, delineano una Repubblica presidenziale che confligge apertamente con la Costituzione.

Abbiamo una Costituzione di fatto che è in contrasto netto con la Costituzione di diritto.

Da tempo è in atto uno svuotamento di funzioni del legislativo a vantaggio dell’esecutivo, un esecutivo la cui formazione e il cui indirizzo politico sono sempre più chiaramente determinati dal Presidente della Repubblica. La Costituzione delineava una Repubblica parlamentare; la forza delle cose, vale a dire  la prassi delle dinamiche storiche, sempre vincenti sulla staticità delle leggi, ha creato un’altra realtà, quella di un esecutivo forte di fronte a un Parlamento debole, in un quadro sostanzialmente da Repubblica presidenziale.

La nuova legge elettorale non fa che rafforzare questa linea di tendenza. La famosa governabilità che assicurerebbe non è altro che un rafforzamento dell’esecutivo nei confronti del Parlamento e dei partiti.

Non è detto che sia un male. Questo approdo è difendibile con buoni argomenti. Non è questo il punto da discutere.

Ciò che non è a lungo sopportabile è la divaricazione fra la Costituzione di fatto e la Costituzione di diritto. Se appare imprescindibile un sistema elettorale e politico che dia più potere al capo del governo, che riduca il controllo parlamentare sull’esecutivo ed elimini uno dei due rami del Parlamento, la conclusione ovvia sarebbe che la Costituzione del ’48, la famosa “Costituzione più bella del mondo” secondo la retorica benignian-progressista, va riscritta.

Ma le Costituzioni durano nei loro saldi fondamenti quando esprimono la coesione di una società che, pur nel dibattito partitico, condivide alcuni princìpi basilari. Costituzioni siffatte sono prodotte nei momenti “alti” di una storia nazionale, dopo guerre o rivoluzioni, o comunque in periodi di grande partecipazione emotiva del popolo alle sorti della nazione. Dopo queste premesse, è chiaro che nelle attuali condizioni la riscrittura della Costituzione è letteralmente impossibile. Si potranno soltanto apportare modifiche  per le quali varrà il detto che “la toppa è peggiore del buco”.

In conclusione, la cancellazione dell’elezione del Consiglio regionale piemontese, le modifiche di fatto del nostro assetto costituzionale e un sistema elettorale che rafforza l’esecutivo in un modo non previsto dalla nostra legge fondamentale esponendolo a continui ricorsi, aggiungono alla crisi morale (la vera grande crisi che stiamo vivendo), alla crisi economico-finanziaria, ai disastri ambientali, una vera e propria paralisi istituzionale. Come sempre, prenderne coscienza è il presupposto di ogni agire.

Luciano Fuschini

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