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Orizzonti dal Kosovo e Metohija: enclavi - quarta parte

Dicono che i božur – fiori scarlatti per il sangue versato da ogni martire e raccolto, petalo dopo petalo – sboccino solo nelle sacre terre del Kosmet e si mostrino esclusivamente in estate. Così dicono. Io, però, nonostante l’incedere dell’inverno, ho scovato nuovi fiori, altrettanto benedetti: donne e uomini, fieri e generosi. 

Li ho incontrati nelle remote enclavi, in cui sono stati reclusi i Serbi – i miei fiori – circondati unicamente da Schipetari e ferocia. Si tratta per lo più di agglomerati di casupole, senza il manto stradale, senza lampioni e a volte persino senza passanti. Che siano situati dietro l’angolo di una città o inerpicati sulle montagne, sono privi di tutto: mancano l’acqua e la luce, tagliate arbitrariamente dal governo di Pristina (anche se gli abitanti pagano le bollette), mancano gli ambulatori medici e gli ospedali, per i piccoli mali come per le urgenze più gravi – a Priluźje c’è un’unica ambulanza per 4.000 residenti – manca il lavoro, non essendoci strutture appropriate; mancano le scuole, i centri sportivi e pure dei semplici bar, affinché la vita, anche nello svago, possa assomigliare di più a se stessa. In certi casi, tanto sono sperdute queste esistenze, mancano perfino le botteghe in cui comprare i beni primari, cibo e ancora acqua: occorre allora percorrere dieci chilometri a piedi – ovviamente, i mezzi di locomozione mancano – per andare a fare incetta del necessario o per incontrare una volta al mese il medico, che a proprio rischio e pericolo affronta la strada, lungo i territori occupati, per visitare i pazienti in una stanzetta angusta e fredda, sprovvista di attrezzatura medica, fatta eccezione per lo sfigmomanometro. Peggio del peggio, però, ai “Serbi delle enclavi” – così dissimili per destino da quelli di Mitrovica nord –  manca la libertà più sostanziale, vale a dire lo spazio: di giorno non possono permettersi una passeggiata fuori dalle loro riserve e, al calar della sera, in molte enclavi è pericoloso anche solo uscire dalle case, a causa dei possibili agguati da parte degli Schipetari, che invece entrano ed escono dalle enclavi indisturbati. Una prova di quanto ho detto? A Priluźje, il giorno prima del mio arrivo, sono state rinvenute tre bombe in un posto riservato ai giochi dei bambini; sebbene sia stata chiamata la polizia, è arrivata la KFOR, impossibilitata, però, a rivolgere domande e, tanto meno, ad aprire un’inchiesta sull’accaduto. 

Dopo la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in Kosovo e Metohija non esiste più la polizia serba, ma soltanto quella kosovara (KPS), le cui unità sono composte da un ininfluente 15% di agenti serbi e di etnie varie (spesso corrotti) e da un 85% di Schipetari. Così, a causa di questo accordo “diplomatico” e “certamente democratico”, il popolo serbo – privato del sacrosanto diritto ad avere una propria forza militare, come tutti i Paesi che hanno votato la Risoluzione e che fanno della libertà e della sicurezza il loro santuario laico – è in balia di barbari e di barbarie.

A Čečevo, situata a pochi chilometri da Mitrovica, un mese fa alcuni schipetari, conosciuti di nome e di fatto, in pieno giorno hanno tentato di rapire la giovanissima nipote di un contadino serbo, ma i genitori della ragazza non hanno sporto denuncia. Perché? Per il timore di ritorsioni; infatti, dicono, non vale nemmeno la pena correre ulteriori rischi, tanta è la connivenza della polizia kosovara con i criminali.

Sarebbe un grave errore pensare che si tratti di episodi sporadici: è la dura e cruda quotidianità di gente letteralmente abbandonata a se stessa, questa, checché ne dicano il governo di Belgrado o le buone quanto pericolose intenzioni della Comunità Europea.

Quanti luoghi terribili ho avuto modo di vedere e quanti volti erano già storia a sé: a Gračanica, inerpicandosi per una lunga salita fangosa, ci si imbatte in ventiquattro container circondati da una rete di metallo, destinati più ai gipsy che ai rifugiati serbi. Lì, ho avuto modo di conoscere una donna, che vive insieme al figlio, alla nuora e al nipote di un mese, in uno spazio di due metri per due. Da dieci anni abita in quel loculo, condivide l’intimità con la sporcizia – c’è un bagno per ogni dieci container – e non svolge il suo lavoro di giornalista, né qualsiasi altro, a causa della massiccia disoccupazione. Da dieci anni abita nella disperazione, divisa a metà con i suoi “vicini di guerra” – ex avvocati, ex professori, ex militari – che non esistono più per nessuno. Alcune di queste persone, costrette a vivere in simili condizioni, nel tempo si sono date la morte; l’ultimo, un signore di sessant’anni, si è impiccato tre mesi fa. 

Fuori da quell’accampamento, a un centinaio di metri di distanza, sono state costruite delle palazzine per i reduci serbi più “fortunati”. In una di queste, incontro Milanka, una vecchia signora dai candidi capelli raccolti in uno chignon, vestita a lutto. Il marito e il figlio, insieme ad altri uomini, glieli hanno ammazzati una mattina del 1999 – soltanto il giorno prima, per il suo immutabile dolore – mentre andavano a lavorare i campi. Sono stati legati ai trattori, torturati e infine trucidati dagli Schipetari. All’ospedale di Pristina, il referto dell’autopsia ha decretato che si erano scannati tra loro. 

Dopo ben tredici anni passati nei container, a Milanka è stato dato un appartamento. Oggi sopravvive con 60 euro, ricevuti dal governo di Belgrado, e si domanda cosa ne avverrà della figlia, quarantenne e malata, quando lei non ci sarà più. Intanto, il suo sguardo vaga nel salotto quasi spoglio e gelido.

«Stavamo meglio prima», racconta Milanka, «Non abbiamo denaro per permetterci dei mobili, per comprarci una stufa, per “fare casa”. Prima ci bastava la nostra povertà – avevamo un divano, un tavolino e qualche vestito – per riempire il nostro container, i nostri fiati per scaldarlo; che ce ne facciamo, ora, di questo appartamento inutilmente grande?». 

A Svinjare, a nord del Kosmet, esiste un villaggio immerso nella campagna, in cui, prima del sanguinoso attacco del 2004, vivevano numerose famiglie serbe, poi uccise o scacciate dalla furia schipetara; adesso, laggiù, abitano unicamente Vladimir e Darinka Jović, una coppia di sposi che ha deciso di trascorrere proprio lì «i giorni che Dio vorrà per noi».

Durante l’assedio, oltre alle forze militari albanesi, erano presenti anche quelle francesi e marocchine, ma in difesa dei Serbi, in netta minoranza; però non fecero nulla, tranne che consigliare loro di scappare, finché erano ancora in tempo. Non potevano difenderli.

«Io non ce l’ho con quei ragazzi della NATO, sono stato anch’io un soldato e conosco il loro cuore. Il primo dovere è obbedire agli ordini, anche quando questi non corrispondono alle proprie convinzioni», perdona Vladimir, mentre gli occhiali, privi di asticelle, gli cadono sulle gambe, «e poi posso dire che mia moglie è davvero la più bella di tutto il villaggio!». Ride come un ragazzo, lui, ma, al nostro commiato, non dimentica l’onore di essere uomo e serbo: «Abbandonare la mia terra sarebbe come spezzare l’amore di mia madre; quale figlio potrebbe permettersi un simile delitto?».

Potrei parlare di Suvi Do, altra enclave in cui sono rimaste solo quattro famiglie. I pochi bimbi di quel villaggio vanno a scuola con il pullmino, preso giornalmente a pietrate dai giovani schipetari, allevati a pane e odio. Sono proprio le ultime generazioni a non perdonare la presenza serba: bruciano i raccolti, rubano le bestie, occupano abusivamente case e terreni – dieci ettari negli ultimi mesi, con il beneplacito di Pristina – e guai a uscire quando fa buio: quel posto diviene terra di nessuno.

A Velika Hoça, ho conosciuto Daca, una bella ragazza dagli occhi verdi e la risata ancora argentina, nonostante le abbiano ammazzato il padre senza una ragione in particolare; bastava, ieri come oggi, che fosse serbo. Gli assassini sono due fratelli, a piede libero. Dragana Zečević, l’unico giornalista che ha bussato alla loro porta per fare un’inchiesta sull’accaduto, è stato ucciso. 

Daca oggi vive con la madre, con un fratello adolescente e con una formidabile baba (nonna), tutta curva, malandata e, a spasso su e giù per il villaggio, instancabile. 

A poche centinaia di metri da Daca, vive un’altra centenaria baba, Živana, cui hanno ammazzato il figlio, ma lei si considera fortunata: il corpo era intero; lo stesso non può dirsi per la sua vicina di casa, nonché cugina, che ha ritrovato quello del proprio figlio tanto maciullato da non poterlo riconoscere: gli avevano strappato i denti, gli occhi, gli arti, tutti. E la vedeste, questa minuta baba, con un cancro che le gonfia a dismisura il collo; vedeste questa infranta baba, che trascorre le sue giornate a sbirciare dalla finestra, in perenne attesa di chi non tornerà più; vedeste questa dolcissima baba, che, nell’abbraccio, ci ringrazia per essere andati ad ascoltare la storia di suo figlio, per farlo rivivere una volta ancora. 

La miseria e l’abbandono in cui sopravvivono questi Serbi sono le ultime afflizioni, le ultime offese che, tuttavia, sembrano non sfiorarli affatto; sono divenuti più forti di ogni contingenza: hanno perduto le uniche cose vere – gli affetti e il domani – e cosa cambia, in fondo, avere acqua e luce o non averle, per i loro petti troppo arsi e bui? Cosa cambia poter mangiare soltanto una volta al giorno, quando è impossibile “saziare” il vuoto che procura la morte gratuita e spietata di un lungo amore? Eppure, eppure, in questa sofferenza e in questi terribili stenti, ho trovato uomini e donne capaci di una generosità e di un’accoglienza che, forse, proprio chi ha tutto, ma proprio tutto, non potrebbe mai permettersi. 

A Gorazdevac, a Pec, a Zupim Potok, a Štrpce, a Brezovica e in tutte le enclavi in cui sono stata, mi hanno sempre, e sottolineo sempre, accolta con il calore e la gioia di una tavola imbandita a festa; hanno inventato, dove non c’era spazio per uno spillo,  un giaciglio per la notte sotto caldissime coperte di pecora, e mi hanno fatto dono di oggetti propri – fosse un’icona, delle mele o un maglione cucito a mano – come se ne avessero in abbondanza. Ma mai una volta che abbiano chiesto nulla in cambio e mai, mai che mancasse un sorriso, in quegli occhi che troppo hanno pianto.

Così sono i miei benedetti fiori del Kosmet.

Fiorenza Licitra

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