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Donne: davvero diverse nella "gestione del potere"?

Delle “quote rosa” non interessa qui parlare sul piano strettamente politico, riguardo gli equilibri maschi/femmine in Forza Italia (si sprecherebbero le battutacce), sul fatto che le liste bloccate consentirebbero già tutte le quote che si vogliono, sull’unicità mondiale di una soglia di genere che non esiste in un nessun altro paese. Non importa anche perché non è passata in parlamento, e tanti saluti al neo-femminismo poltronaro delle pasionarie di destra e sinistra. 

L’interessante è la totale indifferenza ai dati di fatto. Dati che si possono riassumere in uno: la falsità dell’assunto, fatto passare per scontato, che le donne siano diverse dagli uomini nella gestione del potere. Un pregiudizio, punto. Come in ogni razzismo che si rispetti, d’altronde. Non è affatto detto che la donna di potere sia migliore dell’uomo di potere, anzi molto spesso è peggio. Perché assomma all’ambizione e alla volontà di primeggiare propria del maschio alpha, quella feroce e dissimulata spietatezza che il senso di competitività femminile si porta in grembo come un figlio mostruoso. 

Basti pensare alle signore che hanno occupato posti di elevato rango nella politica e nell’establishment globale negli ultimi decenni. Personaggi dalla pelle di serpente, insensibili alla sofferenze sociali e dei popoli e assatanati di potenza come la terribile premier britannica Margareth Thatcher, i guerrafondai segretari di Stato americani Madeleine Albright e Condoleeza Rice, l’altrettanto imperialista Hillary Clinton, la gelida cancelliera Angela Merkel, la perfida ex direttrice dei giornali di Murdoch, Rebekah Brooks, la figlia di Berlusconi più berlusconiana di suo padre, Marina, la razzistissima israeliana Tzipi Livni. E potremmo continuare con le emerite nullità, e qua è sufficiente che vi facciate venire in mente certe donnette italiane, ieri di bianco vestite per reclamare la sedia con la scusa delle “quote rosa”. 

Una legge può certo essere educativa e in una certa misura forzare la realtà delle cose, ma non al punto da imporre un assurdo fifty fifty nelle candidature che non rispecchia la stessa volontà delle donne. Perché è vero che continuano a patire certe discriminazioni lavorative (alcune dovute a fattori naturali inestirpabili come la gravidanza, o vogliamo abolire anche l’unico figlio medio ed estinguerci?), o devono ancora subire l’oltraggio del ricatto sessuale, ma di femmine con le palle ai vertici di aziende, enti pubblici e forze politiche ce ne sono eccome. Ma non tutte vogliono essere così. Il problema sono proprio le palle, cioè il fatto che tendono ad assomigliare troppo agli uomini, aggiungendo ai loro  difetti i propri. Fra cui un tasso di intolleranza da far impallidire i brutti ceffi maschilisti ancora in circolazione.  

Alessio Mannino

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