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I cento giorni di Renzi (poi tutti al mare)

Cento giorni servirono a Napoleone per fare rifiorire i sogni di grandeur dei francesi, coltivare le proprie ambizioni personali e rimediare l'ennesima sconfitta, dopo la quale venne esiliato in un'isola in mezzo all'Atlantico e messo nelle condizioni di non nuocere più. 

Più modestamente Matteo Renzi si è dato 100 giorni per rivoltare l'Italia come un calzino, salvarla dal suo inesorabile declino e gettare le premesse per la sua ripresa economica. 

Male che gli vada, potrà sempre esiliarsi da solo a Firenze a meditare sulle miserie umane e sulla propria pochezza. Il prossimo semestre, ha ricordato, sarà l'Italia a presiedere l'Europa. E allora, soltanto cambiando l'Italia avremo le carte in regola per guidare l'Europa. Cambiare noi stessi per cambiare gli altri. Un nobile intendimento che purtroppo in 150 anni di unità nazionale ha finito per produrre soltanto disastri. La buona volontà non gli manca e nemmeno la parlantina. Questi cento giorni, ha assicurato, verranno caratterizzati da una lotta molto dura per cambiare pubblica amministrazione, fisco e giustizia. 

Renzi si è dato scadenze molto precise. Aprile per la prima, maggio per il secondo e giugno per la terza. Interventi che, è la logica a suggerirlo, dovranno essere attuati all'insegna del più acceso decisionismo. Un programma che, in aula alle Camere, per superare l'ostilità di buona parte dei parlamentari della pseudo maggioranza di governo, dovrà essere attuato tramite la decretazione di urgenza e il voto di fiducia. Non è infatti pensabile che una categoria finora immobile e autoreferenziale, come quella dei deputati e dei senatori, possa o voglia approvare le prime norme di un pacchetto di misure che sul lungo termine finirà per danneggiarla. Come, ad esempio, il ridimensionamento, se non la cancellazione, del Senato. 

L'ex sindaco, venuto a sciacquare i panni nel Tevere, ha dovuto prendere atto che Roma è cosa ben diversa da Firenze e che l’eloquio alla Berlusconi non serve a risolvere i problemi. Già il Tesoro, con il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha provveduto a raffreddare i suoi bollenti spiriti. Quelli del “daremo più soldi in busta paga a chi guadagna meno di 1.500 euro al mese”. Soldi che Renzi aveva quantificato in circa 10 miliardi da attribuire a 10 milioni di persone. Circa 80 euro al mese in più. Bambola, adesso in casa non c'è un euro, gli ha fatto gentilmente notare l'ex capo economista dell'Ocse nonché ex membro del direttivo del Fondo monetario. I soldi arriveranno comunque, ha ribadito Renzi. Con me, ci sarà “un nuovo miracolo italiano”. La stessa promessa che millantava Berlusconi ai suoi esordi, con il refrain dell'inno del suo partito ad personam: “per fare, per crescere”. Poi l'economia italiana è sprofondata. 

Fatti, non parole. Siamo a Roma ma non andiamo mica al bar a perdere tempo, ha rivendicato l'Obama italiano (Time dixit nel 2009). Noi lavoriamo gente. Sarà. Resta il fatto che il famoso decreto per abbassare le tasse sul lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale, è rimasto finora lettera morta. Siamo ancora al livello delle buone intenzioni. Allo stesso modo sono rimaste lettera morta le promesse fatte a Confindustria e alle altre associazioni di categoria di diminuire le tasse che gravano sull'attività di impresa come l'Irap, per la quale si era parlato di un taglio del 10%. Resta poi sempre fermo, per gli stessi motivi di cassa, il provvedimento per sbloccare parte dei fondi, una barca di miliardi, che la pubblica amministrazione deve alle imprese. 

Sul breve termine, la prima misura attesa è quella di un aumento dell'imposta sulle rendite finanziarie che sarà portata dall'attuale 20% al 26%, in base alla considerazione che quella è l'imposta media europea. 

Alla fine, anche questo governo, non potendo toccare i poteri che lo sostengono, cercherà di trovare i soldi nelle tasche dei cittadini. Padoan, quando stava all'Ocse e al Fmi, aveva sposato in pieno l'idea di una imposta patrimoniale. È su quel fronte che dobbiamo quindi attenderci le più brutte sorprese. Sempre con la scusa che è l'Europa a chiedercelo. 

 

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