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Intervista a Marco Tarchi: Renzi, e i macro temi di oggi

Perché quest’improvvisa urgenza del “passaggio di testimone” al governo? Letta era benvisto dall’establishment europeo…

Non credo che in questa vicenda abbiano avuto peso soggetti esterni. Si è trattato dell’esito di un conflitto intestino nel Partito democratico, innescato soprattutto dall’incontenibile ambizione di Renzi, che si era prefisso di giungere al risultato al quale da tempo puntava – la presidenza del Consiglio – passando per la via in un primo tempo scartata della segreteria del partito. Si prevedevano tempi più lunghi per questa seconda tappa, ma evidentemente l’appetito di potere l’ha avuta vinta. Anche a costo di affrontare rischi che potrebbero rivelarsi pesanti, visto che le condizioni economiche del paese non sono granché mutate da qualche mese a questa parte e potrebbero vanificare le promesse che Renzi sta spargendo a piene mani.

 

Renzi, più che un’alternativa, rappresenta un’alternanza. Perché allora tanto clamore?

Perché l’immagine di Renzi, politicamente, è diversa da quella del predecessore. È molto più aggressiva e, nel contempo, assai meno lontana dall’elettorato del centrodestra, che potrebbe fornirgli un sostegno cruciale – e per Letta irraggiungibile. Inoltre, il nuovo presidente del Consiglio, rimanendo alla testa del Pd, assesta un duro colpo a ciò che resta della sinistra interna al partito, costringendola alla subordinazione o alla scissione (che peraltro al momento mi pare improbabile).

 

Il governo, di fatto, è occupato da un potere extraparlamentare. Ha ancora senso parlare di democrazia parlamentare, non sarebbe meglio definirla oligarchica?

La deriva oligarchica della democrazia, non solo in Italia, non data da oggi. Da noi è più visibile, con ben tre consecutive presidenze del Consiglio di origine extraparlamentare, ma in molti paesi da tempo – con la costante crescita dell’influenza dei poteri economico-finanziari sulla politica – la tendenza ad affidare la gestione della cosa pubblica a dei “tecnici” si è rafforzata, e nel contempo si è posto mano a riforme elettorali che mirano a lasciare larga parte dell’elettorato priva – o quasi – di rappresentanza. Non disturbare il manovratore è diventata una sorta di massima ovunque applicata, che la grancassa massmediale si sforza di inculcare nelle menti. Da ciò deriva, per reazione, buona parte del successo dei movimenti populisti, che, al contrario, vorrebbero veder adottati, o più utilizzati, strumenti di democrazia diretta, come il referendum, le proposte di legge di iniziativa popolare, il potere di revoca dal basso dei mandati elettivi.

 

Dicono che con Renzi non sia cambiato nulla, eppure il suo stile comunicativo, incline al conformismo delle masse, lo rende più ambiguo e per questo meno riconoscibile per quello e per chi davvero rappresenta… 

A me Renzi pare riconoscibilissimo. È un esponente esemplare della politica “all’americana” di questo inizio di millennio: rigoroso rispetto delle regole del marketing, personalizzazione esasperata, cura dell’immagine, moltiplicazione delle promesse, retorica del “fare”, stile da piazzista, giovanilismo, rivendicazione continua del proprio aggiornamento tecnologico, sfruttamento di tutti i mezzi di comunicazione raggiungibili. Quel che conta, per lui, è il tempismo nel fare annunci che creino attenzione e consenso nell’immediato, contando sulla notoria scarsa memoria del pubblico in materia di rispetto degli impegni presi. Il resto, a partire dalla coerenza delle idee, conta poco e nulla. 

 

Com’è possibile una crescita economica, ancora oggi tanto sostenuta, con il debito pubblico che ci sovrasta? 

Bisognerebbe chiederlo a Renzi, che ha esordito promettendo di impiegare per i suoi progetti di sviluppo oltre dieci miliardi di euro che i suoi predecessori non sapevano dove andare a trovare. E questo di fronte ad una situazione in cui, come è noto, l’Unione europea e altri organismi sovranazionali ci ingiungono di rientrare ogni anno di una consistente quota del debito pubblico. Essere scettici è quantomeno legittimo. 

 

La “de-territorializzazzione”, motore immobile del capitalismo, ci ha condotto all’attuale crisi. Il sistematico abbattimento delle frontiere, però, si sta attuando non soltanto in campo economico, ma anche in quello sociale, morale e addirittura sessuale. Quali sono le conseguenze?

Negli auspici dei cantori della globalizzazione, un profondo cambiamento nei costumi e nella mentalità collettiva, che ovviamente viene presentato come un altro gradino nella scala del progresso dell’umanità. In questo processo, il ruolo fondamentale è svolto dal sistema massmediale, sempre più convergente verso un modello culturale univoco. Propagandando i dogmi dell’universalismo e facendosi scudo della retorica dei diritti umani, si punta ad un’omogeneizzazione delle credenze. Anni fa pensavo che chi, polemicamente, vedeva l’egemonia ideologica liberale come la premessa di un “totalitarismo soft” esagerasse. Oggi penso che non fosse lontano dal descrivere la realtà che stiamo vivendo. Certo, la repressione del dissenso oggi non ha bisogno di misure violente, di incarcerazioni (se non in casi estremi) o stermini; per soffocare le voci non allineate basta l’isolamento dai circuiti informativi che contano, accompagnato da campagne di riprovazione e da una messa al bando dai luoghi di riproduzione del sapere.

 

È il provincialismo politico la più grave limitazione dei vari populismi? 

Se con questa espressione si intende il fatto che ogni movimento populista si preoccupa solo del proprio popolo, dedicando un’attenzione sbrigativa e strumentale a quanto accade al di fuori dei confini in cui questo è inserito, direi di sì. Anche se, in questa fase storica, i poteri che tradizionalmente sono bersaglio degli strali populisti hanno una dimensione sovranazionale e, in taluni casi, onnipervadente che obbligherà i loro avversari – volenti o nolenti – a piegarsi a logiche tattiche, se non strategiche, di coordinamento. Ma i difetti dei populisti non si fermano qui: è d’obbligo citare almeno la visione semplicistica della politica, che li porta a trovarsi in gravi difficoltà quando si trovano a condividere responsabilità di governo, e l’inclinazione a vere e proprie fobie umorali – verso l’islam o verso gli immigrati, ad esempio – che prendono il posto di critiche meditate e meglio argomentate. Va detto però che, accanto ai difetti, ci sono anche dei meriti. Il primo dei quali è di essere, oggi, gli unici soggetti politici ad opporsi efficacemente all’establishment. Che invece trae vantaggio dalla presenza, marginale e patetica, dei residui gruppuscoli estremisti, di destra e di sinistra, che, come ben dice Alain de Benoist, “hanno sbagliato epoca” e continuano a combattere una guerra delle ombre priva di senso e di dignità.

 

Alla mancata sovranità nazionale corrisponde un vuoto di sovranità europea. Per uscire dal pantano, è possibile, a tuo avviso, la soluzione euroasiatica? 

Non sono entusiasta dell’euroasiatismo, che mi pare geopoliticamente velleitario e culturalmente incline a nostalgie imperialistiche. Sebbene auspichi forme di cooperazione stretta fra il resto dell’Europa e la Russia, vorrei che il Vecchio Continente riscoprisse le sue radici comuni e ne facesse la base di una volontà unitaria e di un’aspirazione all’indipendenza da potenze che le sono estranee. Purtroppo, al giorno d’oggi, queste parole hanno un sapore di utopia.

 

Credi che gli Italiani saranno mai capaci di una sana e risoluta rivoluzione e come?

Fatico ad immaginarmi gli italiani come un popolo di rivoluzionari. Non lo sono mai stati. Ma ho difficoltà anche a ipotizzare il profilo di una “sana” rivoluzione. Che non potrebbe avere alcun grado di efficacia, nella attuale condizione di interdipendenza fra gli Stati, se rimanesse un fatto isolato. Mi accontenterei di veder sorgere qualche solido segno di ribellione, prima di tutto nelle coscienze. In un tempo in cui il conformismo dilaga, sarebbe una straordinaria inversione di tendenza. Ma, se mi guardo intorno, tutt’al più sono costretto a constatare velleitari conati di jacquerie – leggi alla voce “Forconi”. Troppo poco per andare oltre i limiti della speranza.

Intervista di Fiorenza Licitra

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