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Più innovazione non porta più occupazione

Date più soldi ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, chiedono al governo i sindacati e non solo loro, abbassando le tasse, e e gli effetti saranno positivi per tutti. Per coloro che ne beneficeranno e che vedranno migliorato il proprio budget familiare e per la domanda interna che non potrà che aumentare. Fateci avere più soldi in cassa, chiedono le imprese. Diminuite l'Irap e anche l'Imu, che adesso ha cambiato nome, sui capannoni e vedrete che quei soldi si trasformeranno in nuovi investimenti e di conseguenza verrà creata nuova occupazione. 

Con più risorse finanziarie a disposizione, hanno assicurato Confindustria ed altre associazioni di categoria, potremmo infatti investire nell'innovazione tecnologica e di prodotto e saremmo in grado di contrastare la concorrenza internazionale. Specie in quei settori dove è pressante l'attivismo delle aziende straniere, in primis quelle cinesi che possono contare non soltanto su un costo del lavoro otto volte circa minore del nostro ma anche su una enorme disponibilità di tecnici sfornati a getto continuo dalle università, tra i quali è presumibile che ci siano i classici geni capaci di fare la differenza. Se a questo aggiungiamo la grande disponibilità di soldi consentita dal boom dell'economia cinese presa nel suo complesso, abbiamo la spiegazione di quali siano le difficoltà affrontate dalle aziende italiane. 

Abbiamo preso la Cina come esempio, in forza della suo sistema economico. Ma il discorso potrebbe valere, seppure in misura minore, per Paesi come l'India e la Corea del Sud. Le richieste delle aziende italiane sono comunque comprensibili, in questo contesto, ma non è detto che le maggiori risorse a disposizione e gli investimenti realizzati nei settori a tecnologia avanzata producano un aumento dell'occupazione. 

Anzi. È noto infatti, lo dice l'esperienza, che l'innovazione tecnologica, proprio perché aumenta il peso degli impianti produttivi, comporta un impatto negativo sull'occupazione di tipo manuale. A beneficiarne saranno infatti i tecnici specializzati, laureati o diplomati che siano. Mentre ne verrà penalizzato il lavoro manuale classico, perché la differenza tra entrati e usciti sarà sempre negativa. È un fenomeno che si sta realizzando in tutti i Paesi ad economia avanzata, in Occidente come in Oriente. Un fenomeno fisiologico che connota la cosiddetta post modernità e che si caratterizza per l'avvento e la diffusione di una nuova classe di lavoratori che hanno ben poco a che fare, per qualità del lavoro, con la categoria classica dei lavoratori dipendenti. Un fenomeno nuovo che si incominciò a vedere in Italia agli inizi degli anni ottanta con l'introduzione della robotica sulle linee di montaggio della Fiat e l'avvento di tecnici specializzati, indispensabili alla produzione, che non erano né salariati né impiegati. Un fenomeno che ha determinato anche una conseguenza spiacevole per il sindacato perché questi tecnici hanno preso lentamente ma inesorabilmente a snobbare le sigle storiche (Cgil, Cisl e Uil) come referenti nella difesa dei propri diritti. Tanto che oggi i sindacati della ex Triplice rappresentano per lo più i pensionati e i lavoratori posti generalmente ai margini dei processi produttivi avanzati. 

Ma anche per i tecnici specializzati, come negli ultimi anni è successo ai tantissimi giovani super esperti di informatica, non è tutto rose e fiori, visto che le retribuzioni non sono adeguate anzi sono molto inferiori a quelle ricevute da tecnici di pari funzione all'estero, in Europa come oltre Atlantico. E questo è un effetto del declino italiano. Ma ne è anche una causa perché i tecnici migliori, attratti dalle retribuzioni più alte, emigrano in altri Paesi portando con sé la propria potenzialità di innovazione tecnologica. E tutto il cosiddetto Sistema Italia finisce per risentirne pesantemente.

Irene Sabeni

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