Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Non profit. Il labile confine tra il bene e il male

Ci sono quasi 40mila organizzazioni umanitarie che agiscono nel mondo. Nell'immaginario comune, fanno opere di bene portando soccorso e aiuto dove ce n'è bisogno. Un'accezione positiva che spesso si scontra con la realtà.

Il mondo della solidarietà è infatti un luogo dove l'altruismo, l'assistenza, la generosità e la carità vanno a braccetto con il dio denaro e gli interessi geopolitici mondiali. In America Latina, in Africa e nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, le organizzazioni non profit hanno trovato l'eldorado e hanno piantato radici ben solide. Si pensi ad Haiti, dove ci sono in attività, dopo il terremoto del 2010, ben 427 organizzazioni. Non a caso l'isola è stata ribattezzata la “Repubblica delle ong”. Nonostante la loro presenza, le macerie sono ancora là e gli sfollati vivono ancora, a distanza di quattro anni, nei campi profughi.

Insomma, non è tutto oro quel che luccica. Ci sono tante organizzazioni che lucrano sulla sofferenza umana e portano avanti gli interessi di chi le sovvenziona.

Un mese fa, all'incirca, l'organizzazione danese Ibis è stata espulsa dalla Bolivia. L'Ong, che lavorava con i movimenti che si oppongono al governo, è stata accusata di aver seminato divisioni all'interno delle organizzazioni sociali boliviane. «Ibis deve lasciare la Bolivia perché abbiamo le prove della sua ingerenza politica. La sua condotta è inaccettabile. Ha cercato di influenzare le organizzazioni assistenziali al fine di dividere e di portarle verso il conflitto». Si è trattato, secondo il presidente della Bolivia Evo Morales, di un attacco alla democrazia ed egli stesso ha puntualizzato di non essere disposto ad accettare tentativi di destabilizzazione: « È una questione di dignità per il popolo boliviano. Non permetteremo che una Ong utilizzi i suoi fondi per complottare contro la democrazia e il governo nazionale». Morales ha sottolineato che «alcune Ong vengono qui  con l'intento di macchinare contro l'esecutivo. Finanziano gli avversari e ci trattano come se fossimo ignoranti. Ci guardano come farebbe qualsiasi dominatore o grande potenza. Non lo tolleriamo».

A chi lo ha accusato di nepotismo, Morales ha chiarito senza mezzi termini che il governo sostiene le Ong che operano seriamente per promuovere lo sviluppo sociale e mette al bando quelle che non lavorano nel rispetto delle leggi. E sono tante.

L'ex agente della CIA Philip Agee ha confessato, qualche tempo fa, che organizzazioni come USAID e NED (National Endowment for Democracy) 1«sono strumenti dell'ambasciata degli Stati Uniti» e che «dietro queste organizzazioni, vi è la CIA». Anche Allen Weinstein, l'ex presidente del NED, una ONG statunitense che «promuove la democrazia» in tutto il mondo, ha ammesso che «Molte delle cose che stiamo facendo sono state fatte 25 anni fa dalla CIA».

Si tratta di un segreto di pulcinella che la CIA, attraverso tali organizzazioni non governative, abbia giocato un ruolo chiave nelle rivoluzioni chiamate “dei fiori” in Jugoslavia, Georgia, Ucraina e Kirghizistan. L'ex ministro degli Esteri sotto la presidenza di George W. Bush, Colin Powell, affermò: «Le ong sono per noi una parte  importante della nostra squadra di combattimento».

Morales ha precisato che non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Molte di queste organizzazioni stanno facendo « un  grande lavoro e sono insostituibili» .

 

È la faccia pulita del mondo della solidarietà, dove le organizzazioni non profit operano in silenzio, non prendono sovvenzioni statali e  portano avanti piccoli ma importanti progetti umanitari. A portare in alto la bandiera sono gli operatori umanitari, i singoli individui che credono in quello che fanno, che vogliono realmente aiutare il prossimo, senza chiedere un proprio tornaconto economico. Un nome tra tutti, Vittorio Arrigoni, che ci ha lasciato una grande eredità: «Restiamo umani».

Nel cesto delle organizzazioni, troviamo dunque le “mele buone” e le “mele marce”. Di solito, la mela colta dall'albero può essere acerba, ma non marcia. Una mela che è rimasta tanto tempo nel cesto diventerà marcia. E se una mela sana viene messa in un cesto con i vermi sicuramente marcirà.

E poi ci sono quelle che sono nate già marce. Senza andare troppo lontano, prendiamo l'Ucraina, dove in que­sti anni «decine di Ong, fon­da­zioni, isti­tuti di ricerca, uni­ver­sità euro­pee e ame­ri­cane, e cana­desi, hanno invaso la vita poli­tica dell’Ucraina». Nel suo blog, il noto giornalista italiano Giulietto Chiesa cita Free­dom House, Natio­nal Demo­cra­tic Insti­tute, Inter­na­tio­nal Foun­da­tion for Elec­to­ral Systems, Inter­na­tio­nal Research and Exan­ges Board, sostenendo che men­tre si «faceva cul­tura» e si com­pra­vano tutte le più impor­tanti catene tele­vi­sive e radiofoniche del Paese, una parte dei fondi servivano per finan­ziare le squa­dre para­mi­li­tari, sostenute dagli «agenti dei ser­vizi segreti occi­den­tali», che hanno “liberato” l’Ucraina e destituito l'ormai ex presidente Viktor Fëdorovyč Janukovyč.

Le organizzazioni di questo tipo si mettono al servizio del potere e di chi le finanzia. Sono loro che sporcano l'immagine un tempo immacolata del mondo della solidarietà, se si pensa alle origini della Croce Rossa Internazionale o alla figura di Madre Teresa di Calcutta.

Negli ultimi anni, c'è stato un boom di organizzazioni umanitarie, che si sono precipitate nei Paesi in via di Sviluppo e in particolare in Africa, un continente martoriato dalle guerre che può “offrire” molte opportunità di “lavoro” e di guadagno. Diverse ong ne hanno approfittato per mettere pianta stabile nel Paese africano e mettere su un controverso giro d'affari, il cosiddetto “big business”. Nella maggior parte dei casi, gli operatori umanitari diventano gli unici testimoni di quanto avviene nel Paese in cui operano. Spesso, sono i primi a fornire informazioni fuorvianti e a fomentare conflitti. C'è tutto da guadagnare nello scatenare guerre che catturano l’attenzione dei media e dell’Onu che stanzia fondi enormi.

Nel  libro “La carovana della crisi. Che c'è di sbagliato negli aiuti umanitari”, la scrittrice e giornalista olandese, Linda Polman, dice: «Seminare orrore per raccogliere aiuti e raccogliere aiuti per seminare orrore è la logica dell'epoca dell'interventismo umanitario».

Per spiegare il meccanismo, basta citare alcuni esempi.

Come riportato in un articolo, pubblicato qualche tempo fa su Altre Notizie, intorno alla fine degli anni Novanta e inizio Duemila, la baronessa inglese Caroline Cox mise in giro la voce che in Sudan i musulmani del Nord riducevano in schiavitù e vendevano i cristiani del Sud. Una notizia che scandalizzò l'opinione pubblica inducendola a mobilitarsi subito per raccogliere soldi e mettere fine allo scempio. In seguito si scoprì che non c'era nessun commercio di schiavi e che coi soldi raccolti per ricomprare i prigionieri in realtà si acquistavano armi inglesi, che giungevano in Uganda come “pezzi di ricambio” e che finivano nelle mani dell’esercito sudista, sfuggendo all’embargo imposto dalle Nazione Unite.

Dopo la baronessa Cox, altre organizzazioni umanitarie, come Amnesty International, Human Right Watch e Care, si sono messe d'impegno per screditare il Sudan del “terribile dittatore” Omar Hassan al Bashir e per “rivendicare” il referendum che nel luglio del 2011 ha “legittimato” la secessione e la creazione del Sud Sudan, ricco di giacimenti petroliferi. 

Nel continente nero, si è visto e sentito di tutto. Anche organizzazioni create ad hoc dalle grandi multinazionali. Qualche anno fa, una famosa casa farmaceutica finanziò delle organizzazioni per sperimentare pillole abortive sulle donne e diffondere i suoi prodotti in Zambia. Lo denunciò a Tempi Don Paolo Pupillo, secondo cui «delle Ong costruite ad arte dalle case farmaceutiche, con l’appoggio dei governi, non si fecero scrupoli a promuovere i loro farmaci e altre soluzioni abortive».

Una cosa simile è accaduta anche nella Repubblica Democratica del Congo, dove l'Unicef, l'organizzazione dell'Onu per l'infanzia, si rese corresponsabile di un caso di diseducazione alimentare. Lo riferì diversi mesi addietro l'ong italiana Amka al quotidiano  Rinascita, sostenendo che circa un anno fa aveva distribuito gratuitamente nei piccoli villaggi della provincia del Katanga delle barrette della Nestlé, e guarda caso l’impresa costruì un un'industria nella zona, distruggendo il lavoro di anni svolto dall'Ong italiana che insegnava alle madri congolesi come nutrire i propri figli. L'Unicef fece una campagna di disinformazione, in quanto si inculcava nella mente dei congolesi che si potesse pranzare  o cenare con un unico pasto e a poco costo, facendo palesemente gli interessi della multinazionale.

 

Si potrebbero citare altri mille esempi, ma alla fine la sostanza non cambierebbe: ci sono troppi interessi  che ruotano intorno al mondo delle organizzazioni umanitarie. Troppi soldi che offuscano il loro lavoro e la loro trasparenza.

Le Nazioni Unite stanziano oltre sei miliardi di dollari all’anno, senza contare i contributi straordinari in caso di nuove crisi umanitarie, eventi naturali catastrofici (come lo tsunami) o guerre contro il “terrorismo”. A questi si devono aggiungere i soldi raccolti dalle Ong tramite la beneficenza. Ogni giorno veniamo bombardati da messaggi per donare qualche soldo, anche solo uno o due euro. Veniamo abbordati per strada, per telefono e per corrispondenza. Le nostre mail sono intasate da decine di appelli, spesso accompagnate da foto strappalacrime di bambini, quasi sempre africani e visibilmente denutriti, con occhi pieni di mosche e pance gonfie, accompagnati da madri, i cui seni somigliano a bustine di tè vuote. Nei canali tv, sia  pubblici che privati, si susseguono gli spot per le grandi organizzazioni umanitarie che raccolgono fondi per i bambini orfani, per quelli malati, per quelli affamati, per quelli vittime di abusi o di conflitti. Per ottenere ancora più visibilità e consenso popolare,  si scelgono per la campagna pubblicitaria personalità note e amate dall'opinione pubblica, stelle del cinema, grandi nomi del rock o dello sport.

L’attenzione dei media significa maggiore entrate per le ong, che hanno bisogno di capitali cospicui per avviare i loro progetti “umanitari” e sopravvivere nella giungla del settore.

La questione è molto semplice. Nelle crisi che si svolgono in luoghi lontani i costi iniziali sono elevatissimi. Le ong devono assumere collaboratori, affittare case e uffici e portare tanto materiale. Perciò, una volta arrivate, devono rimanere sul posto il più a lungo possibile per ammortizzare i costi, pagare i dipendenti, rinnovare i rapporti con i donatori e intascare altri quattrini.

Per ottenere maggiori finanziamenti, hanno bisogno di farsi pubblicità. Qui entrano in scena i giornalisti e i media, che si danno da fare raccontando e denunciando la catastrofe umanitaria. I toni sono amplificati ed esasperati. L’ex segretario delle Nazioni Unite, Boutros-Ghali soleva riferirsi al canale televisivo Cnn come al «sedicesimo membro del Consiglio di Sicurezza», senza l’interessamento del quale gli Stati donatori non si metterebbero mai in moto.

All’epoca della crisi di Goma, dopo il genocidio in Ruanda del 1994, il ministro britannico per la Cooperazione dello Sviluppo Clare Short definì la collaborazione tra il mondo degli aiuti e quello dei media un «parassitismo reciproco»: «I media si rincorrono a caccia della prossima storia da raccontare. Le vittime chiedevano pane, hanno avuto il circo».

Ma le immagini non bastano. Per evitare che i donatori e l’opinione pubblica siano saturi di foto e reportage già visti e rivisti, gli operatori umanitari e i giornalisti calcano la mano e si inventano “la notizia”. Il più delle volte si definisce la nuova crisi umanitaria in corso come “la più grave della storia recente”, gonfiando i numeri.

C'è una storia, raccontata nel libro della Polman, che rende l'idea dei meccanismi che fa muovere la macchina degli aiuti umanitari. Alla fine della guerra in Sierra Leone (1991-2002), si costruì, al centro della capitale Freetown, il campo di Murray Town, un alloggio per gli amputati, che ospitava tutti coloro che si erano visti mozzare mani, braccia, piedi e gambe, lingue, labbra o orecchie, dai ribelli e dai soldati.

È qui che andò in scena il circo dei media: giornalisti di tutto il mondo si gettarono come avvoltoi, spronati dalle ong, sulla storia dei mutilati. Circa trecento organizzazioni umanitarie internazionali invasero il Paese martoriato e persino le ong non presenti utilizzarono per le loro campagne di raccolta fondi le foto degli abitanti senza braccia e gambe del Murray Town Camp. Si infransero le regole deontologiche della professione: i fotografi e i cameraman pagavano i bambini per vederli agitare i moncherini e le braccia mozzate. E si speculò sulla tragedia: organizzazioni come le nordamericane Gift of Limbs e Tend My Sheep, portarono via, nella confusione, alcuni bambini che avevano subito delle amputazioni. Furono dati in adozione traendo in inganno i genitori legittimi, che senza saper leggere firmarono dei fogli, o meglio vi apposero una crocetta, in cui davano il consenso per il trasferimento dei figli, per le cure e per nuove protesi.

Le organizzazioni spregiudicate sono disposte a tutto, anche a vendere l'anima al diavolo, per accaparrarsi i soldi dei donatori, quelli privati e statali. È una vera gara di appalti: che si tratti di allestire e rifornire dei campi profughi e degli orfanotrofi, di ricostruire case bombardate, di dare un’istruzione ai bambini soldati o di vaccinare la popolazione.

Il loro aiuto migliora la vita delle persone?

Se prendiamo l'Africa, diversi studi hanno dimostrato che milioni di persone sono più povere anche a causa della presenza delle ong. Nel libro “La carità che uccide” Dambisa Moyo, spiega come l'Africa sia assuefatta dagli aiuti umanitari, che la tengono in uno stato infantile. In un capitolo, in particolare, fa un esempio che rende l'idea di come a volte la “carità” può solo fare danni: in Africa c’era un fabbricante di zanzariere che ogni settimana ne produceva circa 500. Dava lavoro a dieci persone, ognuna della quali doveva mantenere fino a 15 famiglie. Per quanto lavorassero sodo, la loro produzione non era sufficiente per combattere gli insetti portatori di malaria. Entrò in scena un gran divo di Hollywood che fece un gran chiasso per mobilitare le masse e incitare i governi occidentali a raccogliere e inviare centomila zanzariere nella regione infestata dalla malattia, al costo di un milione di dollari. Le zanzariere arrivarono e vennero distribuite.

Con il mercato inondato dalle zanzariere estere però il fabbricante fu immediatamente estromesso dal mercato, e i suoi dieci operai non poterono più mantenere i loro cari.

Francesca Dessì

 

Vedi anche:

17/10/2013 - Lo “Spectre” delle Onlus/Ong – di Ferdinando Menconi

Indipendenza Veneto. Unico motivo:gli "schèi"

I giudici tedeschi commissariano l'euro