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Europee: unica chance, MoVimento 5 Stelle. Con tanti dubbi

Se il nemico pubblico numero uno è, come è, l’Euro – grimaldello di un sistema monetario a conduzione finanziaria e sotto tutela militare Usa – la logica richiederebbe una divisone netta fra favorevoli e contrari, per dare un senso ad elezioni europee che di senso ne hanno uno molto relativo, ossia riempire un emiciclo di Strasburgo sostanzialmente coreografico messo lì a dare una parvenza di democrazia. 

Tutto ciò che è decisivo, infatti, viene deciso a Francoforte, dalla Bce. Il resto, dalle quote latte ai servizi pubblici locali, è demandato alla burocrazia lobbizzata che fa capo alla Commissione, con commissari nominati dai governi. Correre alle europee, con tutta evidenza, ai partiti e movimenti serve solo per conquistarsi un podio internazionale e contare il consenso nelle rispettive nazioni d’appartenenza. Punto.

Chiarito il quadro per evitare di finire sotto la malmostosa retorica europeista da quattro soldi, veniamo a noi. C’è chi ha proposto, come i valorosi giovani dell’Intellettuale Dissidente, un fronte unito no euro con Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Fratelli d’Italia. Non si può e non si deve, amici. Non perché le alleanze, in politica, siano proibite, tutt’altro. Se tattiche e mirate, sono anzi utili. Di qui, ad esempio, l’errore politico di Grillo di negare a priori qualsiasi possibilità di interloquire con il Fronte Nazionale di Marie Le Pen (che a parte l’odiosa islamofobia e il nazionalismo fine a sé stesso, elementi con caratteristiche prettamente francesi, non ha niente a che fare con il lugubre folclore di Alba Dorata). Ma un accordo contingente, su uno o alcuni temi specifici (anche importanti come la moneta unica architrave dell’Eurocrazia), non va fatto senza considerare tutte le conseguenze. 

La Lega post-bossiana che si riscopre avversa all’Euro soltanto ora, o quella Alleanza Nazionale per sfigati che è il partitino della Meloni, sono rimasugli della partitocrazia di destra che ha governato e sgovernato negli ultimi vent’anni, e che i trattati europei li ha accettati, li ha votati o, in ogni caso, non li ha osteggiati incatenandosi a Bruxelles. Perché mai un Movimento 5 Stelle, unica forza credibile perché incolpevole, e soprattutto unica ad avere i numeri e lo slancio dei novizi, dovrebbe accreditare due nani che non hanno le carte in regola per parlare? Difatti Grillo, dalla posizione di superiorità politica in cui è, punta scopertamente a rubare i voti del Carroccio e dell’elettorato euro critico di destra (ma pure dell’altrettanto euroscettica Lista Tsipras). E fa bene, perché chi è più forte non deve mai spartire la torta col più debole, e in secondo luogo perché il M5S si concepisce e si offre come un’alternativa che esaurisce in sé l’opzione di rifiuto radicale del sistema. Nessuna concessione ai verginelli dell’ultima ora. 

Il Movimento 5 Stelle, a sentire Grillo intervistato da Mentana, sta spostando l’asse verso un no tout court alla moneta-truffa. Il solo referendum, senza una scelta chiara e definita, era infatti del tutto inadeguato. Se a questo sommiamo la ridefinizione della formula grillina in senso leninista (“il movimento come il vecchio Pci, quando l’elettore non votava Natta o Berlinguer, votava comunista”), si può tranquillamente guardare ai Cinque Stelle come la sola chance se si vuole votare a maggio. 

Resta il limite di sempre: le sorti di un movimento di massa affidato alle sperimentazioni in progress dei suoi due fondatori e capi. La settimana scorsa, giusto per capirci, non avremmo scritto quest’articolo così, saremmo stati molto più freddi. 

Urge, se non una struttura politica degna di questo nome come invochiamo da tempo, almeno l’apertura alle intelligenze per fornire spessore culturale, ideologico, geopolitico e in definitiva strategico ad un grillismo che vive ancora, troppo, alla giornata. Spregiudicatezza (niente tabù) e pensiero profondo (basta improvvisazione, si istituiscano le Frattocchie pentastellate): allora sì, che ci saremmo vicini, al pugno ben assestato dalla Democrazia in faccia all’Oligarchia. 

Alessio Mannino

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