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Visco: "La centralità dell'economia reale". Almeno a parole...

Mentre da Francoforte, Mario Draghi ribadiva la centralità della finanza in funzione della crescita, il suo successore alla guida della Banca d'Italia, Ignazio Visco, rimetteva al centro dell'attenzione l'economia reale. Che poi, nel fare questo, Visco abbia finito anche lui per parlare della necessità delle “riforme strutturali”, vedi il mercato del lavoro da rendere più precario e più flessibile, assume un significato relativo, considerato che il governatore ha di fatto chiesto la fine delle politiche di austerità, o quanto  meno il loro attenuamento, ed interventi rivolti alla crescita economica. 

Un approccio di tipo “keynesiano”, quello del New Deal per intendersi, fatto di investimenti pubblici in opere infrastrutturali che abbiano il ruolo di volano per gli investimenti privati e che di conseguenza comportino un aumento dell'occupazione. Investimenti che, come tali, non siano conteggiati nel debito e nel disavanzo pubblici. Una richiesta sulla quale i governi italiani battono da tempo finendo però inevitabilmente per scontrarsi con la Commissione Europea e con i Paesi del nocciolo duro dell'Unione (Germania, Olanda e Finlandia) che gli hanno opposto gli impegni assunti con il Patto di Stabilità. Politiche di rigore per azzerare il disavanzo e per portare il debito al 60% sul Pil. 

Negli ambienti dell'Alta Finanza, della tecnocrazia al suo servizio negli organismi internazionali (Fmi, Bce, Ocse e Banca Mondiale) così come nei governi che hanno rinunciato ad attuare il loro teorico potere decisionale per trasformarsi in semplici esecutori, è chiara da tempo la consapevolezza che si è raschiato il fondo del barile. La disoccupazione è in aumento e sempre maggiori fasce di cittadini stanno precipitando in povertà. Soprattutto stanno montando un malessere e una rabbia sociali dalle conseguenze imprevedibili. Un malessere che fino a questo punto si è manifestato con il voto ma che potrebbe trasformarsi presto in qualcosa di diverso. 

Le rivolte di piazza in Grecia nel febbraio del 2011 con gli assalti ai ministeri e alle banche degli speculatori, considerate le prime responsabili della crisi finanziaria, sono ancora nella memoria di tutti. Se gli effetti di quanto è successo in Grecia sono stati marginali per il peso modesto di Atene all'interno dell'Unione Europea, una crisi in uno dei Paesi “forti” come l'Italia finirebbe per fare saltare tutta la struttura comunitaria e lo stesso euro. 

Il voto delle recenti amministrative in Francia, che ha premiato il Front National, è il frutto di questo malessere diffuso che in Italia ha portato un quarto dei cittadini a votare per il movimento di Grillo. Pensare che si possano isolare i movimenti anti-europei con patetici richiami al buon senso è pura illusione. Buon senso? I cittadini sono perfettamente consapevoli che le politiche economiche imposte ai Paesi europei dalla Commissione di Bruxelles e dalla Bce hanno massacrato l'economia reale, quella dei cittadini e delle imprese, ed hanno al contrario e allo stesso tempo arricchito le banche che si sono salvate cancellando buona parte dei propri debiti, grazie ai prestiti dell'istituto presieduto da Draghi. Una rabbia che è cresciuta ulteriormente da quando i cosiddetti “stress test” della Bce stanno accertando che, nonostante quelle regalie, le banche sono ancora super indebitate. Una rabbia che continua ad aumentare da quando cittadini e piccole imprese si sono trovate vittime di una stretta creditizia da parte delle banche che invece continuano a finanziare gruppi super indebitati come la Fiat e la Telecom. Il primo in procinto di abbandonare l'Italia, il secondo in fase di ridimensionamento e destinato ad essere la filiale italiana di gruppi esteri. 

Un gruppo di potere, allargato a molti altri gruppi “amici”, che, spaziando dalla finanza alla grande industria fino all'editoria, costituisce un enorme concentrato di interessi in grado di dettare la linea alla politica. Ma che, come tale, drena risorse a proprio vantaggio e frena la crescita dell'economia. Quella vera, delle piccole e medie imprese. 

Non è un caso allora che da Visco vengano esternate queste preoccupazioni per il futuro dell'economia reale, prendendo le distanze dall'approccio più “finanziario” di Draghi per il quale (cresciuto alla scuola della Goldman Sachs) la salute del mondo finanziario è la premessa per la crescita dell'economia reale. Visco, pure lui, è stato ovviamente obbligato agli equilibrismi quando, dopo aver definito le riforme “strutturali” come “essenziali” per rilancio del Paese, ha precisato che gli interventi da attuare sono stati individuati da tempo ma che la responsabilità ultima dei dettagli resta nazionale, sia pure all'interno del processo di coordinamento europeo. Ma si deve fare presto perché, ha ammonito, i rischi sono ancora presenti e le tensioni sono pronte a riaccendersi. Tensioni sia sociali che finanziarie come quelle che tra il 2011 e il 2012 provocarono una fuga di massa degli investitori internazionali dai titoli pubblici italiani. Poi un affondo a Draghi quando il governatore ha sostenuto che «la politica monetaria unica è in grado di garantire la stabilità soltanto se i fondamentali economici e l'architettura istituzionale dell'area dell'euro sono coerenti con essa». 

Insomma, giocare con i tassi di interessi e con gli aiuti alle banche serve a poco, ed è controproducente, se in tal modo si versa soltanto della benzina per alimentare il fuoco delle future rivolte di piazza.

Irene Sabeni 

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