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Ucraina: l’occidente contro l’Europa

Quale storia?

Il paradosso di questa storia europea è che la culla della civiltà russa fu proprio Kiev – primo  Stato fondato nel IX secolo dalle tribù slave orientali, con il concorso dei vichinghi svedesi – a cui seguirono varie altre città-Stato, come Mosca e Novgorod. Gli Ucraini, come popolo, hanno una genesi molto simile a quella dei loro vicini Russi e Bielorussi. Lo sviluppo di una differente lingua e cultura è dovuto soprattutto a secoli di dominazione polacca e lituana, intorno al XIII secolo, la quale “occidentalizzò” la popolazione, quando la parte orientale dello Stato (la futura Russia) venne soggiogata dai tartaro-mongoli; tuttavia, gli Ucraini nel fluire storico restano affini ai Russi, i loro vicini, per lingua, religione (russo-ortodossa), ceppo etnico, identità storica riferibile alla forza di coesione esercitata dall’Impero zarista. Non si può non tenere conto della presenza di milioni di ucraini in Russia (specialmente nelle regioni dell’alto Don e del Kuban) e, viceversa, della forte presenza russa nell’Ucraina meridionale e orientale, il che rende difficile tracciare un confine netto tra le due entità nazionali. 

Le politiche di russificazione, iniziate dagli Zar, furono portate avanti dall’Unione Sovietica, ma procedettero a fasi alterne. Nella prima metà del XIX secolo, ad esempio, i patrioti ucraini fuggiti dalla Galizia austriaca trovavano rifugio in suolo russo. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, addirittura, era invalso un processo di ucrainizzazione – continuato fino all’inizio degli anni ’30 - a favore della cultura e dell’identità ucraina, a partire dalla costituzione di una Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, cofondatrice dell’Unione, seconda per importanza solo alla RSFS russa. Dopo Stalin, salirono al potere un ucraino, Nikita Chruščëv, e un russo-ucraino, Leonid Brežnev. D’altronde le regioni dell’Ucraina meridionale e orientale furono popolate da coloni russi già nel XVIII secolo, sulla spinta imperialista zarista nel Caucaso, verso i “mari caldi”, in seguito alla sconfitta dei tartari e dei turchi che controllavano l’area. Circa un secolo dopo, lo sviluppo industriale attirò numerosi immigrati, provenienti dalle regioni ucraine più interne; ancora durante la guerra civile russa, nemmeno i nazionalisti ucraini rivendicarono la Crimea e la costa del Mar Nero, zone peraltro occupate dalle Armate Bianche zariste, mentre le forze nazionaliste ucraine controllavano i territori occidentali e settentrionali, poi divisi tra Polonia e Unione Sovietica. Dopo la guerra civile, vi fu l’annessione di questi territori alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, cui fece seguito quella della Crimea, nel 1954, per decisione di Nikita Chruščëv che, come già detto, era ucraino. 

Il totalitarismo sovietico si impose sulla cultura eminentemente contadina e tradizionalista con la “dekulakizzazione”. L’Holomodor, la tragica carestia indotta dalla collettivizzazione forzata dell’agricoltura, non può essere considerato un genocidio mirato a distruggere gli Ucraini in sé, dato che interessò tutta la parte meridionale dell’Unione Sovietica, colpendo anche Russi, Kazaki, Tatari e altre etnie. Il numero dei morti viene caricato di riflessi ideologici, rispetto a quello reale – come spesso accade nelle tragedie storiche – ragione per cui, senza volere sminuire la valenza dello sterminio di fatto, il calcolo di 10 milioni di vittime è plausibile solo se allargato all’intera Unione Sovietica: considerando unicamente quelle in Ucraina, si scende a un terzo di questa cifra. Non a caso, nell’estate del 1941 gli Ucraini accolsero con entusiasmo antibolscevico le truppe tedesche occupanti, al dilagare ad oriente della seconda guerra mondiale, ma presto l’occupazione dell’Ucraina da parte delle forze dell’Asse risultò ben poco “liberatoria”. I Tedeschi imposero come altrove uno sfruttamento delle risorse locali per il proprio sforzo bellico – addirittura fu mantenuto il sistema sovietico di fattorie collettive, per rendere più efficiente la produzione agricola – e non si fecero il minimo scrupolo a reprimere con la violenza ogni forma di resistenza, coinvolgendo indiscriminatamente nelle ritorsioni anche la popolazione civile. Gli stessi nazionalisti ucraini dell’Esercito Insorgente Ucraino finirono per scontrarsi pure con i Tedeschi, dopo essersi schierati apertamente per la collaborazione con Stepan Bandera, combattendo strenuamente contro l’Armata Rossa. Al termine della seconda guerra mondiale, si contarono più di sette milioni e mezzo di morti ucraini: 6 milioni tra i civili e 1,7 milioni tra i militari.

L’Ucraina, resasi indipendente con gli eventi succedutisi al crollo dell’Unione Sovietica, può essere oggi divisa, semplificando e sintetizzando, in tre realtà socio-politico-culturali:

  • le regioni occidentali (Galizia e Volinia) annesse nel 1939, abitate da ucraini di religione greco-cattolica influenzati dalla plurisecolare dominazione polacca. Durante la seconda guerra mondiale, questa zona è stata l’epicentro dei guerriglieri nazionalisti. Si tratta di regioni agricole piuttosto povere, con un più alto tasso di crescita demografica e un forte sentimento antirusso e filoeuropeo; 
  • le regioni meridionali e orientali, lungo la costa del Mar Nero e il bacino del Don, abitate in gran parte da russi migrati in questa zona (la cosiddetta “Nuova Russia”) tra il 1750 e il 1850. Dal punto di vista religioso, predomina la Chiesa russa ortodossa fedele al Patriarcato di Mosca. Poi, nel 1954, dall’ucraino Chruščëv è stata aggiunta, pur non avendo mai fatto parte dell’Ucraina, la Crimea, che contiene la base navale russa di Sebastopoli, sede della Flotta del Mar Nero. In generale, queste regioni sono in calo demografico, ma conservano il nerbo dell’industria (cantieristica, mineraria, siderurgica) del Paese, pur se vetusta;
  • l’Ucraina centrale, sulle due sponde del fiume Dnepr. È la culla della nazione ucraina e della cultura slavo-orientale, fin dai tempi del Granducato di Kiev, che solo nel Settecento fu annesso dalla Russia zarista. In quest’ambito si formò un nazionalismo ucraino in lotta contro la dominazione russa, mentre nel contempo la politica sovietica favoriva l’identità ucraina in tutto il Paese. Al momento, resta una regione mista, prevalentemente abitata da ucraini di religione ortodossa, fedeli all’autoctono Patriarcato di Kiev, con la presenza di una minoranza russa, e un orientamento politico intermedio e oscillante nei consensi elettorali, rispetto alle altre due regioni.

Complessivamente, in Ucraina, a livello etno-linguistico vi è una popolazione mista di ucraini ucrainofoni, ucraini russofoni e russi veri e propri. Questi ultimi, secondo il più recente censimento disponibile (del 2001), costituivano il 17,2% della popolazione, mentre i russofoni totali erano il 30% della popolazione, per un totale di oltre 5 milioni di ucraini parlanti principalmente russo. Russi e russofoni sono maggioritari solo in Crimea e nelle province di Donetsk e Luhansk, ma superano il 10% in tutte le province orientali e meridionali, e costituiscono un quarto della popolazione di Kiev. 

 

La questione politica

Il governo del presidente Viktor Yanukovych, rovesciato nello scorso gennaio dopo il sanguinoso epilogo degli scontri tra manifestanti e Forze dell’Ordine a Kiev, era salito in carica nel 2010, in seguito a vittoria elettorale in regolari elezioni. Di fatto, si è dimostrato incapace di governare la drammatica crisi interna, nel contesto della recessione internazionale, in un Paese dalle profonde contraddizioni strutturali, incapace di una riconversione e modernizzazione degli apparati produttivi, fortemente corrotto nelle sue istituzioni e articolazioni amministrative, energeticamente totalmente dipendente dalle forniture di gas russe e finanziariamente drammaticamente indebitato. Yanukovych ha sempre mantenuto strette relazioni con la Federazione Russa, sia pure con alcune aperture in campo economico a favore dell’Unione Europea.   

Le forze politiche, che di fatto si sono impossessate del potere con un “colpo di Stato” e che attualmente sostengono un governo provvisorio capeggiato da Arsenij Jacenjuk, già governatore della Banca Nazionale dell'Ucraina nonché ex Presidente della Verchovna Rada (il Parlamento dell'Ucraina) e Ministro degli Esteri, possono essere riferite a tre partiti principali, ciascuno dei quali espressione di determinati interessi. La maggior parte del sostegno elettorale viene proprio dalle regioni occidentali e centrali. Il grosso dell’opposizione parlamentare è rappresentato dalla Unione Pan-Ucraina “Patria” (guidata da Yulia Timoshenko) di orientamento esplicitamente liberale ed europeista, di cui Arsenij Jacenjuk è uno dei rappresentanti di spicco, e dalla Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma (guidata dall’ex pugile Vitali Klitschko), con posizioni giustizialiste ed europeiste, che ha la sua roccaforte elettorale a Kiev. Questi due gruppi sono i principali referenti dei Paesi occidentali – la Polonia, principalmente, la Germania e gli Stati Uniti – che hanno sostenuto la “rivolta”, in chiave antirussa. Il terzo è la Unione Pan-Ucraina “Libertà”, ossia Svoboda, capeggiato da Oleh Tyahnybok; è un partito nazionalista antirusso radicato nell’area occidentale del Paese, in particolare a Leopoli. A questa formazione fanno riferimento altri gruppi radicali nazionalisti, che costituiscono il cosiddetto “Pravy Sektor”. Il loro progetto esplicito è quello di cavalcare la rivolta per instaurare un regime nazionalista che cacci dal Paese la minoranza russa. I nazionalisti sono una minoranza, ma sono anche la forza militante reale che ha consentito sul campo il rovesciamento del governo. La parte della popolazione, che nella zona occidentale del Paese ha sostenuto, direttamente o indirettamente, le forze politiche sopra delineate, si è opposta alla gestione clientelare del governo ed è attratta dall’idea che un ingresso nella UE possa portare a un miglioramento sensibile delle condizioni di vita. Sulla base di questa suggestione, il governo sta speditamente operando per inglobare l’Ucraina nella sfera economica tedesca e nell’ombrello militare atlantico, seguendo un copione già visto nel resto dell’Europa Orientale. 

 

La realtà geopolitica

La “narrazione” prevalente, in merito agli eventi, è quella solita dell’universalismo occidentale: il popolo ucraino si è ribellato a un Presidente autoritario, che ha represso una legittima protesta liberaldemocratica, uccidendo decine di persone, e che alla fine è stato opportunamente destituito. La reazione russa assume quindi i tratti impliciti del dispotismo plebiscitario del nuovo “Zar” Vladimir Putin e quelli espliciti dell’atavica prepotenza imperialistica orientale. 

La verità richiede un sano richiamo alla realtà storica e geopolitica. Dal crollo sovietico è in corso un confronto tra Washington e Mosca. Quest’ultima ha subito prima la disgregazione e poi il declino, sostenuto ovviamente dalla politica espansiva occidentale, in particolare nell’Europa orientale a colpi di “rivoluzioni colorate”, o comunemente intese come pacifiste. Nel degrado socio-economico, agenzie di varia natura, organizzazioni non governative, associazioni umanitarie internazionali e partiti politici appena costituiti, finanziati eminentemente da capitali statunitensi, hanno applicato le teorie dell’americano Gene Sharp: in un crescendo di operazioni pubbliche amplificate dai media internazionali e con appoggi all’interno delle istituzioni, in particolare da parte dell’Esercito, si realizza – in una data situazione conflittuale – la caduta dell’indicato “tiranno”, indipendentemente dal fatto che sia eletto dalla volontà popolare. Andò così in Serbia, quindi in Georgia (la “Rivoluzione delle Rose”), poi in Ucraina, con la “rivoluzione arancione”, quando nel 2004 Victor Juschenko sconfisse proprio Yanukovich. Il modello di intervento ha espliciti rimandi agli avvenimenti in seguito osservati – in diverso contesto – nel Medio Oriente. Rimanendo nello specifico europeo, nel frattempo si è consolidato il lungo governo proteiforme di Vladimir Putin, il quale ha ridato alla Russia una stabilità interna, che naturalmente si è proiettata in una politica estera di potenza, date le caratteristiche del Paese continentale eurasiatico.

L’evocazione di una “nuova guerra fredda” ci pare dettata dall’indolenza e dalla pigrizia mentale dei commentatori interessati a evocare il nuovo-antico nemico di turno. Meglio sarebbe analizzare attentamente le indicazioni di Zbigniew Brzezinski sulla politica del Dipartimento di Stato americano, che in tempi non sospetti individuò nell’Ucraina, un Paese fondamentale da sottrarre alla Russia e portare nell’orbita atlantica. Forse sarebbe meglio parlare di una “pace fredda”, con i missili della NATO sempre più protesi sui confini orientali. L’FSB (i Servizi segreti russi), comunque, ha inteso e reagito; prima tutelandosi in Patria, poi pianificando la controffensiva in Ucraina, Paese determinante in questa confrontazione geopolitica. La rielezione di Yanukovich nel 2010 è in parte legata a ciò, oltre che alla patente delusione della popolazione per il governo oligarchico e corrotto di Juschenko, e poi di Yulia Timoshenko, garantendo nuovamente una Ucraina nell’orbita russa. È la cronaca, quindi, di questi ultimi mesi. Il braccio di ferro sull’adesione o meno all’accordo di libera associazione con L’Unione Europea, in opposizione al generoso prestito finanziario messo a disposizione dalla Russia – oltre all’elargizione energetica – per sostenere la fallimentare situazione ucraina. Al culmine dello scontro politico nel Parlamento di Kiev, piazza Maidan ha visto la contestazione trasformarsi da protesta pacifica e “colorata” in violenta e cruenta sollevazione armata. Commentatori internazionali hanno esposto ricostruzioni più o meno attendibili sulle strutture create e usate dai Servizi segreti USA e NATO, ser­ven­dosi anche di spe­cia­li­sti israe­liani, per reclutate, finanziare, armare e addestrare le frange radicali militanti degli oppositori. In contesto diverso, venne fatto lo stesso durante la “guerra fredda”, con le attività della struttura paramilitare segreta di tipo “stay-behind” in più nazioni europee (in Italia, aveva il nome in codice “Gladio” e su di essa gravano legittimi sospetti in merito agli eventi più tragici della strategia della tensione in un Paese a “sovranità limitata”). Sta di fatto che i ministeri di Kiev sono stati presi da disciplinate milizie paramilitari, ben istruite e comandate, capaci di tenere testa e sopraffare i non meno cruenti Berkut, i reparti antisommossa del governo, con un tempismo strategico magistrale: la rivolta ha raggiunto il suo apice durante i Giochi di Sochi, ovvero nel momento in cui la Russia non poteva permettersi di rovinare il ritorno di immagine delle Olimpiadi, su cui aveva investito tanto quanto l’ambizione di farsi riferimento di tutti quei Paesi emergenti (BRICS in primis) portatori di interessi politici ed economici divergenti con l’unilateralismo occidentale. Gli Stati Uniti hanno avuto l’occasione di intaccare il protagonismo russo – politicamente vincente, nello scacchiere Mediorientale, nella crisi siriana e iraniana, punti nevralgici degli assetti mondiali – portando il caos fino ai confini stessi dell’avversario geopolitico.

 

La geometria variabile del “diritto internazionale”

La Russia, colpita in maniera diretta, ha reagito con fredda risolutezza. Gli interessi vitali legati alle basi militari in Crimea, sbocco al Mediterraneo, uniti all’irredentismo russo plebiscitario nella penisola sul Mar Nero, hanno portato all’annessione. Barack Obama può oggi accusare Putin di «essere dalla parte sbagliata della storia», mostrando così l’indignazione per l’espansionismo russo in Crimea che sembra accomunare tutto l’Occidente. Obama pensa di denigrare Putin, ma forse ha involontariamente constatato la realtà del XXI secolo. Non c’è più l’Unione Sovietica, né c’è il confronto ideologico tra capitalismo e comunismo. Ora si tratta non più di due modelli alternativi l’uno all’altro, ma della maniera di manifestarsi e di affermarsi della potenza egemonico-geografica di tali formazioni particolari nel medesimo alveo capitalistico e della proiezione della loro forza sullo scenario internazionale. È logico che chi occupa posizioni privilegiate non veda di buon occhio questa insidia rivolta al suo primato e la respinga con ogni mezzo. È una politica di potenza, che negli ultimi decenni ha preso le forme dell’occidentalizzazione del mondo sotto l’egida militare della NATO, in opposizione al multilateralismo emergente delle potenze pluri-continentali, ma le iperboli retoriche dell’universalismo giuridico e le ipocrisie umanitaristiche si sono schiantate sui muri siriani e ucraini. 

Putin non è un campione di Diritto internazionale? Ma qual è il parametro all’oggi? Gli Stati Uniti, l’Unione Europa e la Nato, su quale base accusano la Russia di violare la “legalità” internazionale? Gli Stati Uniti, sono intervenuti militarmente – privi di consenso unanime o addirittura di legittimazione da parte dell’ONU – a Grenada, a Panama, in Iraq, nell’ex Yugoslavia, in Afghanistan e nuovamente in Iraq. L’Occidente sostiene gli insorti antigovernativi in Siria, in una cruenta guerra civile indotta dal sostegno esterno; invia contingenti militari a combattere in Afghanistan, nel Mali, in Iraq e impiega droni e forze speciali per rapire e uccidere presunti terroristi, con bombardamenti che coinvolgono usualmente e sanguinosamente la popolazione civile, in Pakistan, nello Yemen, in Somalia e chissà in quanti altri luoghi del mondo. Con quale disinvolta rimozione del proprio operato e doppiopesismo si può contestare il diritto della Crimea di staccarsi dall’Ucraina, quando la NATO ha bombardato la Serbia (all’epoca filorussa) per occupare il Kosovo, darlo agli Albanesi e poi riconoscerlo come Stato indipendente, benché per il diritto internazionale si trattasse di una provincia di Belgrado? Un’ipocrisia, questa, sottolineata anche negli Stati Uniti da Eugene Robertson, che sul Washington Post accusa la Casa Bianca di essere malato di “retorica” e di soffrire di amnesia. Il curatore fallimentare dell’esperienza sovietica, Mikhail Gorbaciov, già premio Nobel per la Pace, vezzeggiato dai democratici di ogni latitudine occidentale, ha dichiarato: «Il referendum in Crimea ha corretto un errore storico. La Crimea era diventata parte dell’Ucraina in base alle leggi sovietiche, cioè la legge del Partito comunista, senza chiederlo al popolo. Ora il popolo ha deciso da solo di correggere quell’errore. Questa decisione dovrebbe essere festeggiata, non sanzionata». Però Obama dice che «la Russia è isolata dal mondo». Può essere, ma non sarà invece lui a vivere in un altro pianeta, quello dell’autoreferenzialità e unilateralismo? Un altro commentatore americano, Stephen Cohen, su Newsweek ha realisticamente scritto: «Siamo preda di una folle sindrome, per cui Putin è il peggiore tizio che abbiamo mai visto, quando tutto ciò che ha fatto è stato in realtà di rimettere in piedi la Russia. Amavamo Yeltsin perché era ubriaco e diceva sempre sì a tutto. Adesso abbiamo di fronte un tizio sobrio che ha intenzione di difendere gli interessi russi, giusti o sbagliati che siano. È quello che i leader nazionali sono chiamati a fare e i diplomatici sono chiamati a intavolare trattative e a trovare soluzioni».

Il 25 giugno 1991, la Slovenia proclamò la propria indipendenza dalla Federazione Jugoslava e l’Occidente si precipitò a riconoscerla: eppure quella decisione proveniva non da un referendum popolare, ma da un semplice voto del Parlamento di Lubiana, e all’epoca rappresentò una palese violazione non solo della Costituzione yugoslava, ma anche della Carta di Helsinky, fondata come la maggior parte dei trattati postbellici sull’intangibilità unilaterale delle frontiere.  Un quarto di secolo dopo, è tragico e comico allo stesso tempo sentir dire dai politici nostrani (sempre più insofferenti alle elezioni in casa propria…) che la Russia starebbe violando – essa, con evidente strabismo in merito alla natura eversiva della sovranità democratica dell’attuale governo di Kiev – i princìpi di Helsinky, un trattato affossato proprio dall’espansionismo (verso Est) dell’Unione Europea e della NATO, ed è surreale sfogliare Il Corriere della Sera  e vedere il megafono dell’imperialismo occidentale, Bernard Henry Levy, corifeo dei bombardamenti “umanitari” ad ogni latitudine, discettare – mentendo - che non è possibile fare un paragone con il Kosovo. Allora, dinanzi alla volontà secessionista dei kosovari albanesi e dopo la conferenza di Rambouillet del 6 febbraio 1999 (in seguito alla quale la Serbia aveva rifiutato la presenza militare della NATO in Kosovo, imposta per appoggiare i secessionisti), il 24 marzo ebbero inizio i bombardamenti, che purtroppo provocarono, per ritorsione, l’accanimento delle truppe serbe e delle milizie paramilitari che le appoggiavano, e quindi l’appesantirsi dei bombardamenti NATO fino a quelli sulla stessa Belgrado con migliaia di civili morti e feriti. Il paragone, quindi, è più che azzeccato, a meno che non si voglia fare un’altra distinzione, diversa da quella proposta dal sedicente filosofo “patinato”: mentre la secessione della Crimea è stata sancita da un referendum plebiscitario, incruento e festoso, la secessione di fatto del Kosovo da Belgrado fu raggiunta grazie ai bombardamenti sanguinari della NATO – cui partecipò attivamente l’aviazione italiana per decisione del primo governo a guida progressista nel dopoguerra, nella figura di Massimo D’Alema - e al sostegno delle truppe di occupazione atlantiche all’avanzata delle formazioni albanesi, che andavano occupando terre e abitazioni dei serbi in fiamme. Quell’Occidente, cioè, che proprio a partire dal 1991 – crisi jugoslava e prima guerra in Iraq – ha dato il via alla crisi verticale del Diritto internazionale postbellico, grazie al principio della cosiddetta “ingerenza umanitaria” e ai connessi nuovi istituti giuridico-internazionalisti (no fly zone, protezione dei civili e delle minoranze, tribunali penali con potere di arresto e condanna di Capi di Stato e di interi governi), tutti finalizzati alla messa in sordina e alla distruzione dei princìpi cardine della Carta di San Francisco: la sovranità e l’integrità degli Stati membri delle Nazioni Unite. Certo che vi sono dei difetti nei comportamenti di Mosca durante la crisi in atto, ma sono comunque reattivi e di ben poco peso rispetto ai crimini compiuti, nell’ultimo quarto di secolo, in tutti gli scacchieri di crisi dagli anglo-americani e dai loro seguaci in Europa e in Medio Oriente. Politologicamente parlando risultano atti necessari per ristabilire un equilibrio di forze nelle relazioni internazionali; equilibrio che, dai tempi del De iure belli ac pacis di Ugo Grozio, è il fondamento ineludibile, la base “strutturale” di ogni vero Diritto internazionale fondato sul primato della politica. L’alternativa è il caos, la legge del più forte, che a quanto pare aggrada assai alle politiche di potenza statunitensi e allo strabismo ipocrita delle cancellerie occidentali. 

 

Quale Europa?

Questa crisi genererà una lunga instabilità, che si rifletterà negativamente sull’Europa e sulla sua sovranità, sulla sua identità culturale, politica, spirituale e sui suoi interessi economici continentali, in termini di ricadute finanziarie e di incertezza negli approvvigionamenti energetici, negli investimenti, nelle relazioni industriali e negli scambi commerciali e turistici consolidati. Così gli unici a trarre vantaggi dalla crisi saranno gli Anglo-americani, che vedranno indebolirsi i Russi e gli Europei, loro rivali strategici ed economici. L’Europa, schiacciata dall’occidentalismo, appare una comprimaria, quando invece dovrebbe esercitare un ruolo da protagonista di un mondo multipolare. L’Europa non si è data mai il compito, a differenza degli Stati Uniti che l’hanno fatto più volte, di essere un “destino manifesto”. Questo concetto nacque nella prima parte dell’Ottocento e fu all’origine del soffocamento dei nativi americani e dell’annessione di gran parte delle terre occidentali; alla fine di quel secolo giustificò l’espansione oltre il Nord America. Anche la recente esportazione della democrazia nel mondo è la brutale prosecuzione di quel “destino manifesto”, con la proterva motivazione della redenzione dell’umanità alla morale benevola del “progresso”. Niente di questo, nell’Europa uscita da tante guerre fratricide, ma piuttosto il bisogno di dare forma all’essere, di declinare nell’autonomia il “politico”, di cogliere nella diversità delle identità il significato dell’unità e nella sussidiarietà un modello partecipativo di sovranità. 

Se l’Europa vuole non essere più subalterna e uscire dal “mondo a una dimensione”, si faccia politica, auspichi un profilo continentale diversificato da opporre esplicitamene alla globalizzazione, sottolineando ciò che appartiene alla nostra identità più profonda, l’Imperium: un principio spirituale superiore e universale perché interiore, un principio informativo organizzatore; il contrario dell'illimitato, dell'imperialismo o “egemonismo”, del mondialismo. 

La sovranità non è una visione soggettiva dell'ordine cosmico e della autorità che ne consegue, bensì la forza vitale che ricollega simbolicamente l'uomo all'origine ancestrale tra cultura e natura. È l'espressione più profonda della cultura europea, di dantesca accezione, di cui il federalismo è la traduzione politica più fedele, nel pieno rispetto delle differenze, che ne costituiscono l’insostituibile ricchezza etno-culturale. È un paradigma capace di porsi oltre il moderno e la sua forma capitale, nella sobrietà della sostenibilità ecologica e nell’armonia olistica della giustizia e del bene comune.

Eduardo Zarelli

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