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I Mercoledì di Renzi e i problemi della scuola

La tanto decantata abilità comunicativa di Renzi, in realtà ricorre ad artifici sperimentatissimi che non hanno alcunché di originale.

Gli 80 euro in più nella busta paga dei salariati della fascia più debole avranno sì qualche effetto marginale nell’aumento dei consumi, ma rispondono soprattutto a un disegno pre-elettorale largamente praticato per 40 anni dalla DC, che alla vigilia delle elezioni concedeva sempre un aumento delle pensioni o un qualche sussidio; praticato anche da Berlusconi, che riuscì a rovesciare tutti i pronostici a lui sfavorevoli promettendo l’abolizione dell’ICI.

Anche i mercoledì dedicati alle visite nelle scuole rispondono a una strategia elettorale. Andare fra i bambini, i ragazzi e le loro famiglie, ha una sicura presa mediatica. In questo sono maestri gli americani, che in campagna elettorale non mancano mai di esibirsi fra ragazzini sorridenti, distribuendo baci e abbracci. Nelle sue escursioni scolastiche, Renzi insiste sull’edilizia, sulla necessità di ammodernarla e metterla in sicurezza. Anche in questo caso, qualche beneficio potrà venire al PIL, perché questi lavori pubblici mettono in moto denaro e danno un qualche incremento all’occupazione: muratori, imbianchini, idraulici, falegnami, elettricisti. Ma non si venga a dire che i lavori nell’edilizia sono una misura che migliora la nostra scuola. I problemi della scuola sono pedagogici, non solo di materiali o di strutture di accoglienza. Si può fare buona scuola anche in un capannone o in una tenda.

La scuola è proprio il terreno in cui è più visibile l’affinità profonda fra la cosiddetta destra e la cosiddetta sinistra. La destra ha insistito sul programma delle tre I: Impresa, Informatica, Inglese. La scuola deve essere al passo coi tempi, moderna, efficiente, capace di sfornare giovani preparati per il tipo di produzione che li attende. La sinistra ha sempre posto l’accento critico sulle carenze  di strutture, sullo scandalo delle aule troppo affollate, dei doppi turni, dei materiali didattici inadeguati. Si è distinta dalla destra per un maggior permissivismo rispetto alla scuola che seleziona, una selezione accusata di classismo. Ma soprattutto ha insistito sulla necessità di rapportare continuamente l’insegnamento al mondo del lavoro. Allora perchè non accettare le tre I della sintesi berlusconiana? Quello è il mondo del lavoro oggi: Impresa, Informatica, Inglese.

La crisi della scuola nasce da altro. Nasce dal fatto che non si premia il merito, in un clima di generale lassismo, e non premiare il merito significa incoraggiare atteggiamenti furbastri e disimpegno. Nasce proprio da un eccesso di specializzazione, per cui dalle nostre scuole e Università escono giovani con una preparazione settoriale superiore a quella che avevano nella vecchia scuola, ma con vuoti spaventosi nella cultura generale. Il semianalfabetismo è diffuso anche fra laureati.

Fin dalla scuola media dovrebbero essere materie fondamentali la matematica e il latino, cioè quanto di più lontano si possa immaginare da un sapere immediatamente spendibile sul mercato del lavoro.

Formare dei cittadini con coscienza critica ed educare le menti al ragionamento coerente e complesso: ecco il fine di una buona scuola, ottenibile anche in un capannone dismesso.

Destra e sinistra, sindacati e Confindustria, hanno voluto che dalla scuola e dalle Università uscissero docili tecnici con competenze specifiche e settoriali ma privi di quel senso critico che solo una cultura storica, filosofica, giuridica, scientifica e umanistica al tempo stesso, può dare.

Non si tratta di tornare alla scuola di Gentile, ma chi ne parla con disprezzo non riflette sul fatto che da quei Licei che martellavano latino e filosofia nelle menti dei ragazzi e da quegli Istituti Tecnici in cui comunque si forniva una solida cultura generale, è uscita una generazione che ha fatto del lavoro italiano uno dei più produttivi e creativi nel mondo. Bisogna usare il verbo al passato, purtroppo. Né possiamo aspettarci da Renzi, nei suoi mercoledì fra scolaresche festanti e genitori commossi, qualcosa di più di qualche frasetta fintamente indignata sui rubinetti che perdono e sui muri bisognosi di stucchi.

Luciano Fuschini

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