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Meglio evasori che delatori

Mentre in Italia il governo, grazie a una forsennata emanazione di tasse, manda in fallimento imprenditori, commercianti, artigiani e operai, ci sono certi signori dalla penna facile che esortano i cittadini «a fare giustizia», denunciando gli evasori fiscali alle autorità competenti. È il caso, questo, di Giampaolo Pansa, che nei giorni scorsi, sulle pagine di “Libero”, ha firmato un editoriale invitando ogni cittadino a compiere il proprio dovere e a sporgere querela contro un eventuale facoltoso vicino di casa sospetto.

Premesso che le tasse pagate con una moneta non sovrana non servono ad assolvere il “nostro” debito scorsoio, né a finanziare la spesa pubblica; premesso che, se ogni anno ci sono evasori per circa 250 miliardi di euro (almeno questa la stima, ovviamente per difetto) è lo Stato a dare di fatto gli strumenti a taluni cittadini di serie A perché ciò accada; premesso che, se ci troviamo nel baratro in cui continuano a ricacciarci, non è certamente a causa dei frodatori, molti dei quali oggi lo sono diventati come alternativa al suicidio; premessa, infine, la modalità inversa e controversa, per cui è il popolo a supportare lo Stato (criminoso) e non il contrario – e già solo per questo potrebbe essere lecito “contravvenire” – il punto della questione, una volta tanto, non è l’aspetto finanziario, ma quello prettamente etico e morale della vicenda. 

Quanto ha dichiarato il giornalista Pansa – sottoscritto e acclamato da tanti altri come lui – non è affatto un estremo appello alla correttezza e alla limpidezza comportamentale, ma un’ignobile istigazione alla delazione. Né più, né meno.

Il suddetto invito a sporgere querela è sintomatico di quanto oramai l’economia abbia occupato non soltanto il posto della politica, ma anche lo spazio privato, privatissimo, della morale.  È proprio da qui, infatti, che scaturiscono tutti i veri mali contemporanei: non dalla crisi economica, ma dai disvalori umani che la supportano e la giustificano, nonché dalla mancanza di responsabilità personale e politica verso gli altri, siano essi i vicini di casa o il proprio popolo cosiddetto “sovrano”.

Denunciare il dirimpettaio o il conoscente per sospetta evasione fiscale – non esattamente, quindi, per crimini quali la pedofilia o l’assassinio di un uomo – equivale a lacerare l’unico tessuto sociale realmente comunitario che la globalizzazione non è ancora riuscita a spazzare via. A tale proposito, non fa male ricordare che ancora oggi, soprattutto nei piccoli centri urbani in cui gli abitanti mantengono viva l’oralità e la condivisione, il vicino di casa resta quella figura che, oltre a “prestare” all’occorrenza uova o zucchero, è disposta ad accudire i bambini quando i genitori si assentano e spesso possiede una copia delle chiavi di casa altrui, a dimostrazione che nel cerchio di una comunità esiste un bene comune – irriducibile alle leggi imposte, ai contratti scritti, alle mutevoli convenienze personali – che è già un valore in sé. 

Quello che auspica Pansa è l’esatto contrario di quanto appena detto; il giornalista, infatti, sollecita le persone a divenire sospettose e pure invidiose per ciò che esse non possiedono e gli altri sì; le incalza a esercitare un potere di controllo che, non spettando loro affatto, le porta a non essere altro che vili spie, capaci di fare, prove alla mano, una ripicca personale per il mancato bene (materiale).

Qualsiasi cittadino, così, sradicato una volta per tutte da ogni legame di “simpatia” o di compassione, può trasformarsi in un gendarme civile, esattamente come ai tempi dei noti regimi dittatoriali da Pansa tanto discussi. 

Al di là del destino di ogni singolo individuo, però, il pericolo maggiore riguarda la nostra società, già abbastanza spaccata da fobie e diffidenze verso l’altro; a chi gioverebbero realmente ulteriori distanze? 

Sarebbe meglio, invece, cacciare indietro il “Giuda” che può esserci in noi per prendere come esempio tutti quegli uomini e quelle donne che non si fanno delatori dei propri conoscenti e non si prestano agli sporchi giochi dello Stato, questo sconosciuto. Tra costoro, per l’orrore di Pansa, è da annoverare anche un certo maresciallo il quale, dopo una verifica effettuata in un cantiere, ha deciso di non rovinare un imprenditore che, schiacciato dalla pressione fiscale e dai continui controlli della finanza – lo Stato, quando vuole, sa essere molto presente – non aveva dichiarato delle entrate, al fine di poter pagare con queste i suoi operai. Ecco, l’azione compiuta da questo signore, lontana da ogni eroismo, è normale: in lui ha semplicemente prevalso il senso del bene comune dettato da una morale, tanto interiore quanto insindacabile. 

La stragrande maggioranza degli evasori sfugge al fisco, giustamente, per la disperazione di dovere sopravvivere a una tassazione omicida, per non chiudere bottega dopo vent’anni di sacrifici e di granitica passione, per non mandare in fallimento quella famiglia, che, dopo il mestiere, aspetta la sera a casa; solo una piccola parte truffa per insaziabilità. 

Per questo, oggi come oggi, il vero reato è l’evasione dal buon senso, comune e ancora comunitario.

Fiorenza Licitra

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