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Rehn: "Tagliate il debito con le tasse"

Non ci sarà bisogno di una manovra aggiuntiva. In altri termini, non ci sarà bisogno di nuove imposte e di una tassa patrimoniale. Lo aveva detto Letta prima della sua defenestrazione e lo aveva ribadito Renzi dopo il passaggio di consegne. Tranquilli, abbiamo messo i conti in ordine. Il disavanzo è stato fermato ad un livello tra il 2,9% e il 3,1% rispetto al Pil e a fine anno i vari esperti ci hanno assicurato che grazie alle misure che sono state prese negli ultimi 12 mesi il debito scenderà ancora al 2,6%. Siamo un Paese “virtuoso” e abbiamo smesso con l'andazzo della spesa facile. 

In realtà l'esperienza insegna che soprattutto le persone ora più “virtuose” hanno frequentato e gestito i peggiori bordelli e ne hanno grande nostalgia. E il problema vero non è dato dal disavanzo che è stato abbassato grazie all'aumento delle tasse, facendo una semplice operazione di cassa, ma dal debito pubblico che a fine anno si trovava al 132,6/% rispetto al Pil. Una realtà che gli ultimi due governi, Monti e Letta, hanno tentato di occultare, con la complicità della grande stampa legata agli interessi economici che li sostenevano, e nascondendosi dietro il calo dello spread tra i titoli decennali italiani e tedeschi. 

I mercati hanno fiducia in noi, è stato il leit motiv. L'altra settimana è sceso addirittura a 189 punti. Il vento è cambiato di direzione rispetto ai 570 punti e passa del novembre 2011 che portarono alla caduta di Berlusconi. 

A raffreddare gli entusiasmi di Renzi e Padoan è stato però il commissario europeo all'Economia, il finlandese Olli Rehn, che ha messo insieme Italia, Croazia e Slovenia come gli unici tre Paesi dell'Unione Europea ad essere condizionati allo stesso tempo da eccessivi squilibri economici, in particolare la bassa produttività del lavoro, e da un troppo alto debito pubblico. Il secondo in Europa dopo quello greco. 

Nella lista dei “non virtuosi” non sono presenti Spagna, Grecia, Portogallo, Cipro e Romania, che stanno usufruendo di un programma di aiuti internazionali e non sono quindi giudicabili con lo stesso metro degli altri. In ogni caso, gli aggiustamenti strutturali fatti finora dall'Italia sono insufficienti, sottolinea il rapporto del Commissariato all'Economia. Quindi la frase clou: “Servono surplus (finanziari) primari molto alti, al di sopra dei livelli storici” (sic),  oltre naturalmente ad “una robusta crescita del Pil”. La quale, ovviamente, comporta maggiori entrate fiscali e contributive. 

“Surplus finanziari” è un termine che comporta, nell'ottica di Bruxelles, la necessità di entrate straordinarie che il governo non potrà che andare a cercare nelle tasche dei cittadini, attraverso una imposta patrimoniale sia pure mascherata sotto altre voci. Anche perché i tecnici di Rehn hanno sottolineato l'aspetto della “urgenza”. Essendo ancora troppo bassa la produttività per addetto in Italia, e non potendo in tempi brevi aumentare la competitività del cosiddetto “sistema Italia”, tramite la più totale libertà di licenziamento, resta la sola strada praticabile della patrimoniale anche se essa dovesse comportare un altro calo se non un crollo della domanda interna che però verrebbe compensata, ma siamo sempre nel novero delle ipotesi, da una diminuzione del cuneo fiscale che porterebbe un po' di euro nelle tasche di milioni di dipendenti.

 Insomma il governo italiano deve darsi una mossa altrimenti, ha minacciato Rehn, verrà messo sotto monitoraggio da parte della Commissione. Il passo che prelude ad un futuro commissariamento come in Grecia. I progressi nel calo del disavanzo vanno bene ma non bastano. È il debito la vera questione da affrontare. Ed un mancato taglio provocherebbe sanzioni finanziarie fino ad un importo pari allo 0,1% ovvero a 1,5 miliardi di euro. Rehn, dal suo punto di vista, non sta facendo altro che applicare le regole del Patto di Stabilità e Crescita che prevedeva l'azzeramento del disavanzo ed il calo progressivo (un meno 5% annuo) del debito pubblico fino al livello del 60% sul Pil. Poi la recessione ha suggerito a Bruxelles di non calcare troppo la mano e non pretendere traguardi irraggiungibili. Ma con le elezioni europee alle porte, Rehn ha pensato bene di fare la voce grossa e sposare le posizioni dei Paesi del Nord e gli umori dei loro cittadini, stufi di pagare le spese di quei lavativi dell'area Sud

È insomma sempre il portafoglio a condizionare il risultato delle urne. In tal modo, Renzi e Padoan hanno dovuto apprendere che lo spread basso non è il termometro di un Paese in salute ma, al contrario, è semplicemente l'effetto del venire meno della convenienza a speculare contro i nostri Btp, la cui relativa stabilità è sostenuta dagli interventi della Bce e del Fondo europeo permanente salva Stati. 

Resta in ogni caso l'ipotesi, tutt'altro che peregrina, di un aumento delle tasse, in particolare quelle sulla casa. Padoan, una volta insediato, aveva fatto filtrare la notizia secondo la quale verrà fatta a breve una riforma del Catasto. Con un conseguente aumento delle rendite e delle tasse che vi graveranno sopra. Appunto. Una misura che chiedevano sia il Fondo monetario che l'Ocse. Due organismi tecnocratici dei cui direttivi Padoan ha fatto parte, guarda caso.

Irene Sabeni

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