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La sega a scuola è un processo formativo irrinunciabile

Non bastavano sms ed email, adesso arriva anche l'App per controllare che i figli siano regolarmente seduti ai banchi di scuola. Da noi in Europa ancora no (per delle leggi sulla privacy che verranno presto superate) ma negli Usa è già una realtà: si chiama Kinvolved, maledetti a loro. Se i figli non sono a scuola, una App avverte il genitore. 

È uno scandalo, lo dico subito, sia dal punto di vista antropologico che pedagogico. Perché fare sega a scuola è una procedura essenziale. In altre parti d'Italia si usano termini differenti, e probabilmente più corretti: bigiare, marinare e via sinonimo per sinonimo. Dalle mie parti si diceva e si dice sega. Che è meno elegante ma più attinente all'ambito formativo, ne converrete.

Ora, uso la prima persona perché la cosa m'indigna sul serio, anche se non ho figli e pur comprendendo il terrore psicologico cui sono sottoposti i genitori moderni, sempre più assenti nella vita dei figli e sempre più preoccupati nel tenerli costantemente d'occhio. Ma io figlio lo sono stato. E me lo ricordo bene, il rito della sega. Soprattutto mi ricordo la lectio magistralis che mi fece mio padre, assistito da mia madre, quando gettai l'argomento sul tavolo, una sera (che noi la sera si parlava, a tavola): diversi miei compagni fanno regolarmente sega a scuola, dissi con aria indifferente.

Fino al liceo non l'avevo mai praticata né sentito l'esigenza. Era troppo divertente andare a scuola alle elementari e alle medie. Intanto perché avevo un clan di tutto rispetto cui non volevo rinunciare ogni giorno: da Valentino "Cico" ad Augusto "Bocio" a Roberto, quest'ultimo sosia imberbe di Giannini, il principe della Roma di quei tempi, e (quasi) tutti gli altri a coronare un carnevale di ricordi che conservo gelosamente. Poi perché tra insegnanti e ragazze delle superiori irraggiungibili e michele e maurizie e marte e francesche varie la vita scolastica già allora aveva una piega interessante... Invece alle superiori le cose cambiarono: tra finti rivoluzionari, disadattati e una serie non trascurabile di stronze l'esempio non mancava. Io entravo da piazza Ferro di Cavallo al suono della campanella e loro rimanevano a bighellonare e a fare chissà cos'altro nel triangolo niente affatto indifferente di via Ripetta, via del Corso, Fontana di Trevi e Piazza del Popolo. Insomma praticamente non c'era partita. E comunque, prima di allora, nulla: castità assoluta, neanche una assenza ingiustificata.

Quindi la buttai lì, la cosa. Deve essere stato durante il primo anno delle superiori. Mio padre non si scompose affatto, come se si aspettasse quella mia frase da tanto tempo e anzi fosse un po' in apprensione sul motivo per il quale non l'avevo ancora tirata fuori: «Che bisogno hai tu di fare sega? Quando non ti va di andare a scuola lo dici e non ci vai e basta», rispose. Io rimasi come un fesso (e capii solo diversi anni dopo l'importanza di quella risposta).

Ma fesso non lo ero proprio del tutto, e la mattina dopo, subito, lo sfidai. Mentre faceva colazione, e poi la barba e poi tutto il resto io gli bighellonavo attorno distrattamente, in pigiama. E così rimasi fino a quando la domanda dovette farmela per forza: «Ma non ti prepari?». «No, oggi non mi va di andare a scuola» risposi. «Come preferisci» aggiunse, e poi chiuse la partita con un «però non sai quello che ti perdi» che mi lasciò lì per lì indifferente.

Ciò che avrei scoperto di lì a poco tempo (ciò che mi perdevo proprio quel giorno dichiarando di rimanere a casa invece di andare a scuola e fare sega senza dirlo) sarebbero state la bellezza di Roma nelle mattine freddissime di sole violento dei giorni della merla, quelle che seguono le "prodigiose notti iemali che fanno di Roma una città d'argento" di cui scriveva D'Annunzio nel Piacere; la terra sconsacrata oltre Muro Torto, dove ai tempi della Roma papalina venivano sepolti i reietti e i giustiziati, i suicidi, i ladri i vagabondi e le prostitute, anche se per me volevano dire tutt'altro con le compagnie del momento; le bische in pieno giorno e Gioca Giò vicino a San Pietro (mai noia peggiore). E camminare senza meta tra le vie del centro, Castel Sant'Angelo e Giordano Bruno a Campo de Fiori. Ma avrei scoperto anche le prime compagne disinibite... La libertà di essere dove nessuno sapeva. E sopra ogni altra cosa l'ebbrezza della trasgressione, del vivere altrove, al di fuori dell'ordine costituito, di procedere su binari differenti da quelli ripetitivi tracciati da altri. Noi fuori, nel sole, e tutti gli altri in classe o negli uffici. Senza che nessuno lo sapesse.

Quella sera di cui dicevo, però, mio padre aprì e chiuse la partita con una sola frase, facendomi introiettare in una volta sola una perla di saggezza racchiusa in una pralina di cioccolato belga. Perché con quella sola risposta m'infuse un triplice insegnamento. Intanto disinnescò sul nascere qualsiasi possibilità di mera volontà inutilmente rivoltosa, visto che se non volevo andare a scuola avrei solo dovuto dirlo e non ci sarebbe stato alcun problema. Insomma, come scriveva Bataille, una volta rimosso il divieto non c'è più alcuna spinta a trasgredirlo. In secondo luogo mi spinse sul serio a cercarla, la trasgressione, perché se non era lì allora doveva trovarsi evidentemente altrove, e in ben altri campi. In terzo luogo, con precisione chirurgica al momento propizio della mia adolescenza, si rese immediatamente disponibile come amico e come complice e sodale, oltre che come padre. Una relazione ulteriore che ci accompagnò fedelmente fino al pomeriggio precedente la sua morte, tanti anni dopo, e che mi rese buona parte di ciò che sono oggi, senza alcun dubbio. Ma erano altri tempi. Altri padri. 

Questo mondo che oggi invece continua imperterrito a rimuovere ogni possibilità di evasione, e che la rimuove sin dai primi anni di vita di ogni individuo fino a questa storia ignobile del controllo via sms e App è un mondo che innesca due tipi di soggetti. Gli inetti, gli irregimentati, gli schiavi inermi di domani. E quelli che invece fatalmente esploderanno. O prima o dopo. 

Valerio Lo Monaco

Un altro diktat a Renzi. E a tutti noi