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Raz24: più ascoltatori sì, ma Ribelli

La domanda da cui partire è estremamente precisa: è possibile diffondere il nostro progetto editoriale senza snaturarlo?

L’interrogativo rimanda alla differenza, decisiva, tra marketing e propaganda. Il primo è tutto concentrato sulle vendite, al punto da non escludere nemmeno di modificare il prodotto iniziale pur di raggiungere l’obiettivo. Poiché la priorità è fare soldi, tutto il resto è opinabile.

La propaganda, invece, ha dei vincoli inderogabili, che coincidono con le idee e i valori che si vogliono comunicare. Sugli strumenti da utilizzare si può discutere; sui contenuti essenziali, no. Se lo si facesse, si incapperebbe in una vera e propria contraddizione in termini: il consenso ottenuto sarebbe solo apparente, in quanto imperniato su messaggi diversi da quelli che si volevano diffondere. Esso, dunque, equivarrebbe a una sconfitta travestita da vittoria. Vantaggiosa per chi miri a un qualche tipo di lucro, ma fallimentare per chi abbia davvero a cuore l’affermazione di principi alternativi a quelli dominanti.  

Torniamo subito al Ribelle, quindi. Ovvero alla sua/nostra identità, che va molto al di là del solo prodotto editoriale e, più specificamente, di tutto ciò che in questi cinque anni e mezzo abbiamo sostenuto schierandoci contro l’establishment. Invece di limitarci ad andare all’attacco, soffiando sul fuoco del malcontento, abbiamo cercato di far crescere la consapevolezza personale di chi leggeva o ascoltava: il sottinteso costante – e a volte anche esplicito – è stato che per bonificare la società non basta affatto essere incazzati con chi gestisce il potere, ma è indispensabile una crescita interiore. Che implica, tra i tanti altri aspetti, un grosso e continuo sforzo per affrancarsi dagli stereotipi correnti, che non si esauriscono solo nel cosa ma riguardano innanzitutto il come.

Detto in maniera spiccia, si può essere altrettanto omologati sia nell’acclamare Napolitano che nell’osannare Grillo. Il filo conduttore è l’ottusità. La convinzione, e l’illusione, di essere in grado di valutare tutto e tutti al colpo d’occhio, vuoi a suon di tiggì e di talkshow, vuoi a forza di blog e di forum.

Il Ribelle non si è mai adeguato a questo genere di abitudini, e di aspettative. Pur scagliandoci con la massima durezza contro le oligarchie italiane e internazionali che ci hanno portati alla situazione odierna, non abbiamo mai blandito né i lettori di passaggio, né gli abbonati. E proprio il nostro atteggiamento nei confronti di Grillo e del MoVimento 5 Stelle lo conferma appieno: non siamo mai stati né pregiudizialmente contrari, né favorevoli per partito preso. Non li abbiamo esaltati e non li abbiamo demonizzati. Alla larga dalle tifoserie, pur sapendo benissimo che questa è la strada più difficile e che almeno un pizzico di opportunismo (o di “polarizzazione”, per dirla col linguaggio del marketing) ci avrebbe accattivato le simpatie di una delle due fazioni contrapposte.

 

È un problema complesso, come si vede. Quello che ci caratterizza maggiormente, e che ci pone agli antipodi della manipolazione mediatica, è anche ciò che ci ostacola, allontanandoci dalle innumerevoli persone che sono state plasmate in profondità da quegli stessi media. Addestrate a credere di essere capaci di riflettere, quando invece la regola è mascherare con dei ragionamenti superficiali delle reazioni prettamente emotive, nella stragrande maggioranza dei casi non hanno nessuna voglia di essere strappate alle loro illusioni. Non cercano delle spiegazioni esaurienti, ma delle gratificazioni psicologiche. Non delle vere e proprie analisi, che esigono alti livelli di attenzione, ma delle arringhe contro i nemici di turno: “chiavi in mano”, si potrebbe dire.

Oppresse e angariate come sono, sognano il processo sommario. O quantomeno, vedi il suddetto Grillo, la requisitoria a senso unico: dare tutta la colpa agli altri è inebriante di per sé, così come è incomparabilmente più agevole delegare l’istruttoria a qualche Grande Inquisitore. Che ci pensi lui. E poi, nel caso, lo si porterà in trionfo.  

Il Ribelle – insieme ai suoi sostenitori più assidui, e più attivi – ha tentato di creare un rapporto di segno opposto. Nessuna semplificazione sbrigativa e, di conseguenza, nessuna rassicurazione a portata di mano. Allo stesso tempo, però, una forte empatia di natura comunitaria. Non siamo qui per il piacere (sciocco, e sommamente insidioso) di darci ragione l’un l’altro. Ci siamo ritrovati qui, e la cosa ci dà anche un gran piacere, perché condividiamo una serie di premesse. O di principi. O di valori.

Può questa coesione diventare una barriera, agli occhi di chi sopravvenga in un secondo momento?

Altra domanda spinosa. Non essendoci nulla di formale, e scaturendo solo dalla più libera delle adesioni, verrebbe da rispondere di no. E se poi la percezione altrui dovesse essere diversa, solo perché l’affinità tra i presenti porta a essere spesso d’accordo, c’è da chiedersi dove stia il difetto: nella condivisione in sé, o nel timore di un’ipotetica emarginazione che possono provare i nuovi venuti?  

 

Chiudo il cerchio. Raz24 deve assolutamente tentare di rafforzarsi sul piano della propaganda, facendo quel che è possibile per arrivare a farsi conoscere dal maggior numero possibile di potenziali estimatori.

Questa offensiva, tuttavia, non deve indurci a inseguire un maggiore ascolto, quale che sia. Sicuramente possiamo farci un po’ di pubblicità e moltiplicare i motivi di richiamo, a cominciare dalle interviste o dagli agganci ai temi che, a torto o a ragione, sono già alla ribalta, ma senza trasformarci in ciò che non solo non siamo ma non vogliamo essere.

Mi riaggancio a quello che ho scritto in apertura: se pur di restare in attività si dovesse accettare uno snaturamento del progetto editoriale, anzi metapolitico,  personalmente non avrei esitazioni a lasciar perdere. Meglio tornare a lavorare nelle emittenti “commerciali”, dove la massima ambizione è un intrattenimento non del tutto stupido (e dove, se non altro, le questioni aziendali se le sciroppa qualcun altro) limitando il coinvolgimento alle proprie trasmissioni: se le vogliono, le pagano; in caso contrario non se ne fa nulla, ma l’impegno personale si azzera.

Un’ultima cosa, senza allontanarsi di molto. Un errore fatale, da parte di chi non conosce bene la nostra storia dal 2008 in avanti, è ignorare che non ha mai potuto esserci una strategia editoriale degna di tal nome, per il semplicissimo motivo che sono sempre mancati i capitali necessari a fare nulla di più che lo stretto indispensabile: pubblicare gli articoli – scritti sia da collaboratori esterni, sia da una redazione in cui nessuno era assunto e che, perciò, era imperniata su un volontariato pressoché gratuito – e utilizzare gli introiti degli abbonamenti per pagare le spese tipografiche, amministrative, eccetera.

È stata una sfida avventata? Razionalmente bisogna riconoscere di sì, senz’altro. Eppure, proprio come per Raz24, è mille volte peggio pensare a come sarebbe andata se non ci avessimo provato, solo perché le probabilità erano tutte a sfavore.

Federico Zamboni

03/03/2014 Diario di Bordo. Intervieni qui

28/02/2014 Diario di Bordo. Intervieni qui