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Raz24: non ci giriamo intorno troppo. Le cose sono chiare

Diffondere maggiormente Raz24 dunque, e il progetto metapolitico che vi è al principio: questo è l’obiettivo. 

Non mollare, finché si ha un briciolo di forza (e risorse) per continuare anche solo di un metro alla volta: questo è ciò che facciamo da quasi un decennio.

Non cambiare di una virgola il motivo per il quale stiamo (tutti) facendo questo sforzo: comunicare ciò che gli altri colpevolmente tacciono, mettere in prospettiva quello che altrimenti il più delle volte è complicato da comprendere. E alimentare una comunità di persone che non trovano tanti altri spazi, soprattutto mediatici, dove potersi sentire, in un certo senso “a casa”.

Su questi tre punti non ci sono dubbi. Altrimenti Raz24 non avrebbe ragione di esistere. Se pensassimo anche solo un momento di cambiare la sostanza del progetto ci sarebbe una strada molto semplice, e di sicura maggiore efficacia: spegnere i microfoni e ascoltare altro, smetterla di scrivere e leggere ciò che passa la mensa “aziendale”. E amen.

I problemi sorgono da una contraddizione palese: cercare di interessare, aumentare ascolti e lettori, con temi che la maggior parte delle persone rifiuta. In un mondo di “non lettori”. Di persone poco inclini alla riflessione e alla elaborazione (ah, che fatica!) e molto più orientati a una fruizione emotiva dell’attualità. Gli studi in tal senso, in Italia e nel mondo, lo confermano eloquentemente.

È un problema non solo nostro, naturalmente, ma di tutti gli “emissori” di messaggi, basta rendersi conto dei consumi (realmente) culturali e informativi del nostro Paese per sincerarsene. Ognuno è in competizione con gli altri per accaparrarsi parte dell’attenzione. Che poi viene rivenduta alle lobby e agli azionisti che vogliono far passare messaggi mirati ai “riceventi”. 

Gli altri media se la cavano egregiamente con un ragionamento che non fa una piega: il denaro proviene da chi è disposto a darcelo in misura maggiore tanto quanto è alta la nostra diffusione. Per fare diffusione si deve “vendere” ciò che la gente vuole mangiare. E la gente oggi preferisce la merda. Gratis. E noi questo gli diamo. 

I conti li paga chi ha interesse a far circolare alcuni messaggi. 

E, almeno qui, tutti sappiamo di quali messaggi si tratta.

Ora, noi merda non la produciamo né vendiamo. E ciò che facciamo ha un costo. Ergo possiamo servire solo una tipologia di piatti. E solo a pagamento.

Se non teniamo a mente questo - il cuore del problema - tutto il resto è accademia di terza categoria, con in più l’aggravante, sovente in agguato, che ci si può lanciare in semplicistiche e sprovvedute analisi che sfociano poi in ingenue proposte. Con in più l’avventatezza di proporle senza chiedersi nemmeno, e tanto meno informarsi, se molte delle cose che si propongono non siano già state sondate, sia da noi, in quasi dieci anni di attività, sia da tutto il resto dell’universo dei media del mondo. 

Ebbene, per la quasi totalità dei casi - attenzione: ho scritto “la quasi totalità”, non “la maggior parte” - con risultati deludenti. Basta vedere lo stato di crisi anche dei media più diffusi nel nostro Paese, o i conti in rosso di altri e molto più grandi media “globali” per rendersene conto.

Ergo, nel nostro mondo - che del mondo dei media stiamo parlando - in questi anni si naviga a vista. Quasi tutti sono in perdita: anche chi ha lauti finanziamenti pubblici ed enormi investitori (lobby) alle spalle. E quel “quasi” si riduce ulteriormente a pochissimi casi (che vedremo).

Dunque le nostre problematiche sono di due tipi: la prima ci accomuna alla crisi “dei media” in senso generale, la seconda alla difficoltà di veicolare un messaggio come il nostro.

Ribadisco: se non teniamo in considerazione questo tutto il resto equivale a parlare del sesso degli angeli.

Altra precisazione: non saremmo qui a parlare di tutto questo se avessimo un solo milione di euro in banca. Lo spenderemmo immediatamente, tutto. E sapremmo esattamente come fare. Non solo perché molti di quelli che lavorano a questo progetto sono in questo ambiente da decenni, ma anche perché, contrariamente a quanto alcuni possano immaginare, abbiamo una conoscenza precisa - ribadisco: precisa - del nostro “utente” di riferimento. Ce la siamo fatta negli anni. Ergo, se avessimo una somma di quel genere, sapremmo esattamente cosa fare, e come.

Volete veramente che faccia degli esempi? Possiamo farli (e nel caso scriveremo una cosa apposita) ma al momento sarebbe, appunto, un “esercizio inutile”. E pertanto ce lo risparmiamo tutti insieme.

Prassi, dunque (come sempre). Partendo da ciò che abbiamo e che siamo. 

Con una premessa essenziale: non si può proporre nulla se non vi si affianca contestualmente un piano economico, logistico e di risorse umane per applicarlo.

Esempio: proporre di “andare in giro per le università” è inutile se non si specifica come, con quali persone, in “sostituzione” di quali attività (visto che non abbiamo letteralmente il tempo di farne altre) e con quale strategia.

Altro esempio, opposto: in radio alcuni di voi hanno proposto di isolare alcune parti significative di trasmissioni per renderle disponibili autonomamente dal resto e cercare di veicolarle su altri mezzi (Vimeo, YouTube…). Ma non solo: gli stessi hanno trovato le risorse e i metodi per farlo. Ci sono alcune persone che prendono queste parti, le isolano, le lavorano, le pubblicano e le diffondono. Proposta-realizzazione sono state immediatamente collegate, e siccome c’è qualcuno che si è rimboccato le maniche e che ogni giorno “fa” questa operazione, ora alcuni nostri contenuti sono anche su Vimeo e YouTube. Possono non funzionare come avremmo sperato, possono essere migliorati, ma “ci sono”.

Al momento, c’è pochissimo spazio per fare altre “operazioni” se a doverle fare siamo noi in redazione. Chi ha proposte, idee su come realizzarle, e possibilità materiale di farle, ci scriva, se ne parli nella nostra comunità (torneremo su questo punto) si decida insieme come farle, e le faccia. 

Io, Federico, Alessia, Sara e Ferdinando (che noi siamo, a “lavorare” alla radio, lasciando da parte, per ora, il sito del giornale) possiamo intervenire su altri aspetti, ovvero modificando tante cose che facciamo al momento. E parleremo anche di questo. Ma per operazioni ulteriori c’è poco spazio. Umanamente. Logisticamente. Economicamente. Almeno per ora.

E allora, si parla di strategie e di Risiko mediatico-industriale, ma partiamo dal punto: con quanti cannoncini possiamo dichiarare un attacco al Kamchatka?

Sintesi estrema: Raz24 ha come “strategia” di sopravvivenza quella di far aumentare gli utenti (spiegherò più in là perché li chiamo così e non semplici “ascoltatori”) al fine di raccogliere un numero sufficiente di persone che un giorno possano almeno chiedersi se non sarebbe meglio tassarsi con una piccola quota mensile, o annuale, piuttosto di veder chiudere il “proprio” media. Ora sono una cinquantina scarsa di persone a rispondere a questo identikit: per sopravvivere dobbiamo arrivare a 150. Per fare ciò che abbiamo in mente da anni dobbiamo arrivare almeno a 300. Arrivassimo a 1000, a mille persone su 60 milioni di abitanti, potremmo seriamente rischiare di diventare il media della rivoluzione della quale nel nostro Paese c’è un disperato bisogno.

Il business plan è questo. Abbiamo provato a integrarlo accettando un briciolo di pubblicità da Google, che ci ha bannato rapidamente. E siamo disposti a ospitare pubblicità mirata di un certo tipo, con banner, con spot in radio.

Ma per ora il punto è questo: fare una cosa tanto bella e utile da raccogliere attenzione che poi possa tradursi in passione, abitudine alla fruizione, e infine ad accettare di dover sborsare qualche euro per continuare ad “averla”. Come chi paga un abbonamento a Sky, o va in palestra, o allo stadio… Non è difficile da comprendere.

Certo, si può anche continuare a guardare Canale 5, oppure allenarsi nel proprio salotto, o guardare una partita al campo di calcetto della parrocchia. Ma se vuoi altro, beh, il punto è chiaro.

Oppure, e torniamo all’esempio di prima: puoi anche farti “quattro salti in padella” a casa tua, ma se vuoi carne da urlo devi andare a Le Louchébem, a Parigi. E pagare il conto.

Tutto si risolve, allora, nel riuscire a collettare, uno a uno, quegli “utenti sostenitori” per arrivare alle cifre che abbiamo esposto. Confrontandoci con i problemi che abbiamo detto poc’anzi.

Beninteso, gli ascoltatori sono già e sarebbero, nel caso, molti di più, ma sono i “sostenitori” che ci servono per far arrivare il messaggio a tutti gli altri. E nei numeri che abbiamo detto. Si tratta, al solito, di quella avanguardia che ha capito:

1) Che c’è bisogno di media di questo tipo

2) Che c’è bisogno di auto-tassarsi per farlo vivere

3) Che ha la possibilità di farlo

Ci saranno 150, 300 o “addirittura” 1000 persone di questo tipo in giro?

Chiarito questo, la prossima volta (che adesso vado a preparare la trasmissione del pomeriggio…) cerco di entrare maggiormente nel dettaglio, partendo da un punto essenziale che giro a tutti già adesso: una WebRadio non è una Radio

Capirlo è dirimente prima di ipotizzare qualsiasi altra cosa.

Ma insomma, il dibattito può proseguire già da adesso.

Stay tuned,

vlm

PS

Siamo consci del fatto che chi non ci segue da tempo, o da anni, come invece molti altri fanno, può non essere a conoscenza di tutte le operazioni e i tentativi che abbiamo già svolto in precedenza, e dunque rischia - se non ha la “intuizione” di andarsi a informare prima di esprimersi - di sembrare un po’ ingenuo, se non proprio “avventato” nel suggerire, proporre o in alcuni casi lasciar piovere come “soluzioni miracolose” alle quali (crede) noi non abbiamo ancora pensato… tutta una serie di cose che invece appartengono alla storia dei fallimenti (non solo nostri, peraltro, ma di tantissime altre realtà). Ma non fa niente, può sempre uscire qualcosa di buono. Dunque non esitate.

05/03/2014. Diario di Bordo. Intervieni qui

04/03/2014 Diario di Bordo. Intervieni qui