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Congo. Tensione tra Onu e governativi nella polveriera del Kivu

24/11/2008 [15.00] - Focus

[Agenzia Inedita] dai nostri inviati Tommaso Della Longa e Giampaolo

Musumeci

 

Qui a Goma, nella regione del Kivu, nell'est del Congo, basta poco per

accendere la miccia di nuovi scontri e violenze. Ieri si è sfiorata la

sommossa popolare, ma già questa mattina l'unica traccia erano le griglie

protettive montate sui mezzi di pattuglia della Monuc (la missione Onu in

Congo n.d.r.).

La notizia vera è che i Caschi blu, ieri pomeriggio intorno alle 17.30, sono

stati obbligati dalla Fardc (le forze armate governative congolesi n.d.r.)

ad aprire i propri blindati. In quel momento il colonnello del check point

d'entrata a Goma ha sinceramente pensato di diventare un uomo famoso: dentro

i mezzi Onu c'erano 23 persone, tra cui anche alcuni militari armati. Subito

il pensiero è andato ai ribelli di Nkunda. In pochi istanti si sono radunate

centinaia di persone in strada, i militari governativi inveivano

violentemente, kalashnikov alla mano, contro la Monuc. Il comandante del

contingente dell'Uruguay ha pensato bene di consegnare "per quieto vivere" i

23 dentro al blindato. Peccato che non si trattasse di ribelli, peccato che

il linciaggio di piazza era alle porte. Nel gruppo di persone, prese a calci

e sputi dai governativi e dalla gente, c'erano dieci miliziani Mai mai

(milizie filogovernative) che si erano arresi, dieci poliziotti del Governo

in missione dal nord, e tre civili che avevano chiesto la protezione delle

Nazioni unite. Eppure tutti erano convinti di avere tra le mani gli uomini

di Nkunda.

"Giornalisti? Bene filmate quello che sta succedendo, fate vedere al mondo

che la Monuc appoggia i ribelli": queste le parole che venivano urlate da

governativi sovraeccitati al drappello di giornalisti europei che si è

trovato lì per caso.

Dopo poco la strada d'ingresso a Goma dal nord si era riempita di centinaia

di persone. E anche i giornalisti diventavano bersagli, per una piazza che

ormai aveva preso come legge l'equazione "bianco = Monuc". "Only black:

parole che in Africa non si vorrebbero mai sentire. Come non si vorrebbe mai

vedere ragazzi con gli occhi fuori dalle orbite che cercano di aprire le

jeep per prendersela con chiunque non abbia la pelle scura. Un'ora di

follia, in cui sarebbe bastato non avere la sicura delle portiere abbassata

per rischiare anche la vita stessa. Ma qui siamo in Africa e allora dopo le

sassate all'Onu, le urla, la semirivolta, ecco che appena arrivati in città,

tutto sembra tranquillo, continua la solita vita di sempre.

Intanto una voce accreditata dice che il presidente Kabila si sarebbe

ritirato dal tavolo delle trattative. Un segnale inquietante, che significa

altra violenza, altra tensione, forse anche un'altra guerra. Oppure,

semplicemente il rovesciamento di un Governo assai poco democratico, quello

di Kinshasa, che sta perdendo gli appoggi nella comunità africana e ormai

può contare solo su Angola e Cina. A quanto sembra, però, le miniere di

coltan questa volta potrebbero non essere abbastanza per salvare Kabila.

Tanto qui, in Africa, tutto scorre. L'estrazione dalle miniere continua

anche durante gli scontri. I leader cambiano periodicamente. Gli sfollati si

spostano da una parte all'altra. A pagare, però, sono sempre gli stessi:

donne e bambini. Qui, a Goma e nel Kivu, non c'è più bisogno di scatole di

aiuti umanitari. Serve solo una forte presa di coscienza internazionale: il

Congo ha bisogno di una politica di sviluppo, l'assistenzialismo deve

necessariamente finire. A meno che tutto questo non faccia comodo a

qualcuno. Ma questa è tutta un'altra storia. [Agenzia Inedita] 

 

 

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