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"Gli Stati Uniti possono cambiare?" Ecco la (utile) domanda da porsi

È una parola seducente e ingannevole, cambiamento. Perché promette moltissimo, sul piano emotivo, ma non si impegna a nulla, su quello concreto. 

Non è certo un caso, quindi, che il concetto di cambiamento (“We Can Change”, “Change, We Can Believe In”) sia stato alla base della campagna elettorale di Barack Obama e che addirittura, a un certo punto, si sia replicato nell’ancor più sintetico, e onnicomprensivo, “Yes We Can”. Se l’idea iniziale del cambiamento era un contenuto estremamente generico, quella successiva del “sì, noi possiamo” è un contenitore perfettamente vuoto. D’accordo, noi possiamo: ma possiamo cosa?

Non c’è bisogno di precisarlo. Anzi: più lo si precisa, più se ne limitano le potenzialità di coinvolgimento. E dunque di consenso elettorale. In una società delusa e disorientata come lo è quella statunitense di oggi – che esce alquanto malconcia dagli otto anni del doppio mandato del repubblicano George W. Bush e che, proprio in questi ultimi due mesi, è sprofondata in una crisi economica talmente grave da rievocare gli spettri del ‘29 – il primo obiettivo di un futuro presidente è rassicurare la popolazione. Obama, appunto, cerca di raggiungere lo scopo con un messaggio di grande apertura al futuro: noi possiamo… fare qualsiasi cosa. E ogni cittadino, ovviamente, traduce quel “qualsiasi cosa” a modo suo, abbandonandosi a tal punto alla speranza di vedere realizzate le proprie aspettative da non porsi più di tanto il problema di verificarne la fondatezza. 

McCain, di contro, utilizza come leva psicologica quella di un consolidamento dell’identità e degli interessi americani. “Country First”, il Paese al primo posto. Ma quale sia questa identità da riaffermare, e quali questi interessi da difendere – e, soprattutto, con quali strumenti si debba riuscire nel duplice intento – rimane nel vago. Anche in questo caso, il messaggio è squisitamente emotivo: e, come dimostra la stessa riconferma di Bush nel 2004, la base repubblicana ha talmente bisogno di fremere di orgoglio patriottico da sorvolare su (quasi) tutto il resto. Vedi il sostegno operaio e contadino a un partito, come il Grand Old Party, che non fa nulla per una maggiore equità sociale e che, specialmente dai tempi di Reagan in poi, ha favorito in tutti i modi i ceti più ricchi a scapito di quelli più poveri. 

Il problema, del resto, va ben al di là degli slogan. Non è solo una questione di linguaggio, di marketing elettorale, di tecniche di comunicazione. La questione è sostanziale e rinvia a una serie di domande cruciali, strettamente interconnesse tra loro: gli Stati Uniti possono cambiare? Le oligarchie che dominano l’economia e la politica sono disposte a cedere quote, più o meno rilevanti, del loro potere? E la popolazione, infine, è sufficientemente autonoma, nel suo modo di sentire e di pensare, da mettere in discussione i fondamenti stessi dell’american way of life?

Noi crediamo di no. Crediamo che gli Stati Uniti non abbiano alcuna possibilità di evoluzione, sul piano morale prima ancora che su quello sociale, poiché l’omologazione collettiva si è spinta così avanti da non lasciare margini a un ripensamento collettivo spontaneo. L’ostacolo pressoché insormontabile è che gli statunitensi, nel loro complesso, sono convinti di essere “buoni”, portatori di valori sacrosanti e irrinunciabili. È buono il loro sistema economico, è buona la loro concezione dell’esistenza, è buona (anzi ottima, anzi indiscutibile) la loro “missione” di guida planetaria. 

Chi vinca vinca, perciò, le presidenziali di oggi vanno osservate col massimo disincanto. Che prevalga Obama oppure McCain gli Usa manterranno le proprie caratteristiche fondamentali, a cominciare dal culto per l’economia (iper)liberista: massimo consumo, massimo profitto, massimo disprezzo per chi non si lascia soggiogare dai loro stessi idoli. Non è cambiando l’amministratore delegato, che un’azienda colossale, e obsoleta, come gli Stati Uniti, può emendarsi dai suoi vizi intrinseci e rinascere a nuova vita. 

F.Z.

Rassegna Stampa 04/11/2008

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