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Alcol: tolleranza zero, ipocrisia a mille.

La solita ipocrisia, il solito falso buon senso, la solita sopraffazione strisciante. Di fronte al perpetuarsi degli incidenti stradali, che qui in Italia causano una media di 14 morti e 893 feriti al giorno, il Parlamento non trova di meglio che prepararsi a inasprire le norme sull’assunzione di alcol da parte di chi guida. Dapprima, nelle intenzioni del presidente della commissione Trasporti della Camera, Mario Valducci, già entro la fine di gennaio 2009, abbassando il limite massimo dagli attuali 0,5 mg per litro di sangue ad appena 0,2 mg. In seguito, specie se il primo intervento non avrà portato a miglioramenti significativi, arrivando allo zero assoluto. 

“Tolleranza zero”, appunto: se prevarranno le posizioni più intransigenti, basterà bere anche un solo sorso di vino, o di birra, o di qualsiasi altra bevanda alcolica, per essere immediatamente equiparati a dei pericolosi ubriaconi da sanzionare senza pietà. La prima volta con la sospensione della patente per sei mesi. Poi, in una rapida escalation, con stop ancora più prolungati, fino al ritiro definitivo.

È un approccio aberrante. Si parte infatti da un dato obiettivo ma sommamente generico, come l’influenza dell’alcol in un gran numero di incidenti stradali, e se ne fa una verità universale, guardandosi bene dal verificare, caso per caso, quale fosse l’effettiva percentuale nel sangue di chi ha causato quei sinistri. Come si legge nel sito della polizia di Stato, in chiusura di una nota pubblicata il 23 settembre scorso, “da studi scientifici internazionali risulta che l'alcol è la causa di oltre il 40 per cento degli incidenti stradali che si verificano in Italia”. Già: ma quanto alcol? In quale percentuale? E in quali circostanze? Come causa esclusiva, o come concausa in associazione ad altri comportamenti scorretti?

La conseguenza di questo approccio fuorviante è che si espande a dismisura il concetto di “guida in stato di ebbrezza”, fino a postulare che l’assunzione di qualsiasi quantitativo di alcol, seppur minimo, alteri le percezioni di chi guida e ne peggiori in misura determinante le capacità di reazione.

Lo scopo è ovvio. Ed è duplice. Da un lato, fingere di occuparsi del problema col massimo rigore, così da mettersi al riparo da ogni possibile accusa di lassismo. Dall’altro, sottrarsi all’analisi degli ulteriori motivi che concorrono al fenomeno, a cominciare dalla facilità con cui vengono concesse le patenti e dalla crescente inciviltà dei comportamenti individuali. Ma si sa: avere la patente è pressoché indispensabile per potersi muovere in un Paese in cui i trasporti pubblici sono del tutto inadeguati, ed è inoltre funzionale a far vendere alle case automobilistiche, gruppo Fiat in testa, quante più vetture è possibile. E quanto all’inciviltà – che di regola si esaurisce in una miriade di piccoli abusi senza (troppi) danni, ma che provoca ben altre conseguenze una volta che si riversi in un ambito pericoloso come la circolazione stradale – è la migliore alleata di questa classe dirigente, ben contenta di avere a che fare con una massa di individui immaturi. Abbastanza aggressivi da non rispettare le distanze di sicurezza, o i segnali stradali, o i limiti di velocità, ma sempre più passivi e indifferenti nei confronti di chi li governa. 

Federico Zamboni

 

RASSEGNA STAMPA DEL 16/12/2008

Pena di morte: una barbarie ma chi sbaglia paghi davvero (Archivio Fini: per abbonati)